Recensione Machuca (2004)

Una pellicola interessante che offre un toccante spaccato di vita cilena, in cui la vera protagonista è la crisi politica registrata sullo sfondo e vissuta sull pelle dai giovani protagonisti.

Interludi cileni

Machuca è un nome indio. Inconfondibilmente indio. "Cosa v'è in un nome'", si chiede da secoli la Giulietta shakespeariana; in questo caso, in molti casi, un nome è una condanna ineludibile, il segno di una divisione cui non ci si può sottrarre. Nel film Machuca questo nome antico, che profuma di ere perdute, di tradizioni misteriose e dimenticate, è anche un'illusione. L'illusione personale di Gonzalo Infante, che vive una grande amicizia, interludio di gioia nell'interludio democratico del governo di Salvador Allende in Cile.

Ma lo sanno anche i ragazzi di undici anni che la vita non è come i fumetti di Lone Ranger, che un gringo non potrò mai essere amico di un indio. Almeno non nel 1973 a Santiago del Cile, dove, grazie all'apertura del prete progressista Padre McEnroe, il borghese benestante Gonzalo Infante si ritrova in classe con Pedro Machuca, che proviene dalla baraccopoli illegale non troppo distante dai quartieri alti.
Sono mesi turbolenti: la crisi economica ha reso di difficile reperimento persino i beni di prima necessità e le tensioni sociali sono al livello di guardia. I nostri giovani amici non ne sono all'oscuro. Gonzalo ascolta i commenti dei familiari ai servizi televisivi - dal paternalismo, alla diffidenza verso i "comunisti", al razzismo e alla violenta opposizione al governo democratico - e poi aiuta Pedro (e la sua graziosa e sfrontata cuginetta Silvana) a vendere bandierine e sigarette alle manifestazioni dei "comunisti".

La prima parte di Machuca vive di questo contrasto, tra toni lievi e allusioni continue al preoccupante clima politico. Gonzalo riesce a non farsi condizionare dall'atteggiamento di familiari e compagni di scuola nei confronti dell'amico: il rispetto che Padre McEnroe predica è già nella sua indole.
Ma questo idillio è minato alle basi, per questo non preoccupa la bella, egoista e reazionaria madre di Gonzalo, per questo il padre avvinazzato di Pedro può avvertirlo che l'amico andrà per la sua strada, che l'università e la carriera l'aspettano, mentre lui non uscirà mai dalla condizione più bassa e umiliante. Per quanto i ragazzi coltivino l'illusione, il loro destino è già scritto. Così come è già scritta la storia di quegli anni: eppure nessuno, forse nemmeno lo spettatore, avrebbe immaginato la drammaticità e l'orrore degli eventi che sopravvengono a spezzare quell'amicizia impossibile.

Machuca è un film sentito, diretto con semplicità ed equilibrio che si sfilaccia in una certa misura nella seconda parte, in cui si lascia spazio ad emozioni violente e i toni si fanno spaventosamente cupi. Il giovane protagonista Matias Quer offre un'ottima prova, e con lui la volitiva Manuela Martelli. Lo stesso purtroppo non si può dire di Pedro, o Peter, o ancora Machuca, ovvero Ariel Mateluna, la cui mancanza di disinvoltura infligge a tratti un'andatura claudicante al film di Andrés Wood.
Nel complesso, comunque, si tratta di una pellicola interessante che offre un toccante spaccato di vita cilena, in cui la vera protagonista è la crisi "politica" - se così vogliamo chiamare i conflitti sociali ed economici che portarono al colpo di stato e alle conseguenti atrocità - percepita a livello generale attraverso i media e le reazioni dei personaggi secondari e rielaborata intimamente attraverso il personaggio di Gonzalo, per cui rappresenta la caduta, la fine traumatica dell'innocenza, che lo vede destinato a sopravvivere al sogno con la coscienza di averlo rinnegato.

Movieplayer.it

3.0/5