Il ruggito di Abel Ferrara a Locarno

Conversazione con Abel Ferrara, controverso maestro newyorkese giunto a Locarno per ritirare il premio alla carriera e incontrare il pubblico.

Quella vecchia volpe di Abel Ferrara sembra divertirsi molto di più con la musica che col cinema. Il coraggioso pubblico che ha sfidato la pioggia battente della Piazza Grande ha assistito a un suo concerto blues improvvisato interrotto solo dai solerti organizzatori svizzeri che dovevano procedere col programma prestabilito. Il controverso maestro del cinema indie americano, giunto al Locarno Film Festival per ritirare il Pardo d'onore Swisscom alla carriera, ripercorre la sua attività con quell'atteggiamento schivo che lo ha sempre contraddistinto rispondendo alle domande con altre domande e cambiando argomento all'improvviso. Tra provocazioni e divagazioni, Ferrara ci svela una piccola parte della sua complessa anima, riflettendo sugli alti e bassi della propria carriera e sulle difficoltà di essere un autore lontanto dal mainstream.

Abel, raccontaci dei tuoi esordi.

Abel Ferrara: Ho iniziato a fare esperimenti col super 8 quando frequentavo le superiori. "Ero il tipico studente marxista-rivoluzionario di famiglia borghese interessato alla cultura e, in particolare, al processo cinematografico. Ad affascinarmi erano sopratutto le immagini, ma quando ho iniziato ad accostarvi il suono il processo si è fatto più complicato. Da allora non sono cambiato molto, anche perché credo di aver girato sempre le stesse cose. Gli anni '90 sono stati un periodo d'oro per gli autori indipendenti perché è stato il momento dei Jim Jarmusch, dei Coen e anche io facevo parte di quella corrente. Ho vissuto un periodo molto intenso e ho ottenuto successo con alcuni lavori, ma non ho mai deciso io quanti film fare. Non avevo pianificati niente, sono loro che sono venuti nella mia mente".

Abel Ferrara si esibisce con la sua chitarra di fronte al pubblico della Piazza Grande di Locarno
In seguito la tua produttività si è ridotta e molti dei tuoi lavori hanno incontrato grosse difficoltà produttive. Cosa è cambiato?

Questo non è un mondo facile. Il cinema è un gioco pericoloso, ma è sempre stato così. Effettivamente oggi la situazione produttiva si è complicata, ma io faccio i miei film alla mia maniera e la gente li guarda. Il mezzo non importa, che sia il cinema o internet. In America non sono molti a lavorare come me. Ciò che conta a Hollywood è il guadagno, perciò il marketing ha la meglio e non esitono veri registi perché tutti sono soggetti alle logiche del marketing. In Europa invece si discute dei film e del loro senso, indipendentemente dal fatto che poi i miei lavori piacciano o meno.

Sidney Lumet diceva di non voler andare a Los Angeles perché è una company town, dove intere famiglie lavorano nel cinema. Tu cosa pensi della California? Da newyorkese hai mai pensato di trasferirti?

In realtà mi sono trasferito a vivere lì per quattro o cinque anni, ma poi me ne sono andato. Ho deciso di tornare a New York perché avevo toccato con mano la vita dissoluta, il sesso, la droga. Los Angeles distrugge i registi. Basta pensare a quanti soldi vengono spesi e alla qualità finale del risultato. Ultracorpi - l'invasione continua è il mio film più fottutamente caro, ma l'esperienza vissuta a Hollywood è piuttosto drammatica. All'inizio mi era stato detto di girare e basta e di non preoccuparmi dei soldi, ma poi sono rimasto fuori di 4 milioni di dollari e le cose sono cambiate. I soldi mi sono stati richiesti eccome. I produttori di Los Angeles sono paragonabili a gangster. In quel periodo anche Spike Lee e Oliver Stone si trovavano a Los Angeles per girare Malcom X e JFK e hanno sperimentato lo stesso tipo di pressione psicologica esercitato da quei delinquenti. Spike era il più preoccupato perché era quello più esposto a livello mediatico.

Cosa ti piaceva guardare da giovane?

Guardavo i film di Hollywood, Robert Aldrich, ma anche tanta tv e poi film andavo al cinema per vedere i film europei con i sottotitoli. Ora con i fottuti occhiali 3D e internet le cose sono cambiate. Io non credo proprio che girerò mai film 3D. Quando ero un ragazzo i film in 3D mi affascinavano, soprattutto gli horror, ma ora secondo me è una tecnologia finita. Ma cosa pretendono, che ce ne andiamo in giro in metropolitana a guardare i film sul telefonino con gli occhiali 3D? Il 3D è una cavolata.

Juliette Binoche in una scena del film mary
##Il male è uno dei temi chiave della tua opera. Perché ami raccontare storie estreme che vedono protagonisti ubriachi, sessodipendenti e disadattati? E che ruolo ha la fede nella tua opera## Dici che parlo sempre del male? In realtà a me interessa a fare film che il pubblico vedrà. Spero che ci sia un significato, ma nei film, come ne Il cattivo tenente non ci sono solo i protagonisti. Ci sono anche un paio di violentatori, due o tre assassini. Un critico mi ha definito un mix di cattolico e anarchico. Sono cattolico nel senso che sono cresciuto alla vecchia maniera, ma penso che la fede sia una questione complicata. La spiritualità è qualcosa di interiore, difficile da definire. Ma non parliamo di questo, parliamo di film.

Ma i tuoi lavori ruotano attorno a concetti come redenzione e perdono.

Non conosco il significato del termine redenzione mentre sono più vicino a concetti come perdono e compassione. Qualcuno di voi sa darmi una definizione della parola redenzione? Non siate timidi, fatevi avanti.

Il tuo nuovo film, 4:44 Last Day On Earth, sarà in concorso a Venezia. Di cosa parla?

Parla della fine del mondo. Il film è ambientato la notte prima del giorno in cui finirà il mondo. Visto che siamo a un festival potremmo fare gli ottimisti e chiamarlo 4:45. Non è un film metaforico, è qualcosa che in un certo modo si avvicina alla fantascienza. Diciamo che il mio film narra l'incubo peggiore di Al Gore.

Puoi parlarci del tuo rapporto con la musica sia nei film che nella vita?

La musica è la chiave di tutto. Quando si vedono dei film si dà per scontato l'elemento musicale, ma in passato mi è capitato di non avere il final cut e di vedere i miei film rovinati da una musica sbagliata. Si spendono milioni in colonne sonore e poi se queste non piacciono alla moglie del capo di uno studio si cambiano. I film combinano aspetti visivi e sonori, è un unicum.

Madonna ed Harvey Keitel (nascosto) in una scena di Occhi di serpente
Sarebbe interessante chiarire le leggende che circolano sui tuoi modi violenti con gli attori e sui tuoi scontri con Madonna sul set di Occhi di serpente.

Madonna recita così male. Non si può essere Anna Magnani anche se si vuole. Esseri violenti non è un modo per lavorare con gli attori, gli attori si devono fidare di me e lei non lo ha mai fatto. L'unico modo per fare un film è creare un gruppo di persone che siano appassionate e che credano in quel che fanno. Il regista deve fare in modo che tutto abbia un senso.

E lo scontro con Werner Herzog per il remake de Il cattivo tenente? Com'è andata veramente?

Io ho girato il mio film con sangue e sudore. Dieci anni dopo, con i produttori, ne volevano trarre una serie tv. Alla fine non è stato trovato un accordo e poi è nata l'idea per questo nuovo film. Allora ho detto: "Non mi volete come regista? Ok. Conosco Nicolas Cage e so da dove viene. Apprezzo il suo lavoro, perciò non c'è problema, ma alla fine ne hanno fatto un dannato film di Hollywood che ha guadagnato un sacco di soldi. Quelli sono i personaggi che io ho creato e a cui ho dato senso, mentre gli altri non li porteranno da nessuna parte.

E invece com'è il tuo rapporto con gli sceneggiatori?

La migliore esperienza con gli sceneggiatori è quando trovo uno script già pronto scritto dai miei amici. In realtà tutti possono essere coinvolti nel processo creativo. Quando io lavoro a una sceneggiatura la mia anima diventa uno strumento di lavoro, e in più collaboro con il team tecnico, con gli attori. E' un processo creativo. Quando si verifica è bellissimo, quando non accade è un incubo.

Il tuo prossimo progetto?

Non lo so. Vorrei fare qualcosa sui sogni, ma in un modo più duro del solito.

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