Il cinema di Ridley Scott

Scott è un accentratore nel suo approccio alla regia: un autore che ha una chiara, limpida visione dell'opera che sta realizzando, che ha la capacità tecnica di intervenire e controllare molti aspetti del prodotto creativo e cerca quindi di dare la sua impronta di autore estensivamente a tutta l'opera.

"Il regista è il regista: tutto deve passare per le sue mani e sta a lui dire sì o no, e suggerire miglioramenti. Questo è un vero regista."

Sono le parole che Sir Ridley Scott stesso usa per definire il lavoro del regista e, perché no, il suo stesso approccio alla regia.
Scott, infatti, è un accentratore nel suo approccio alla regia: un autore che ha una chiara, limpida visione dell'opera che sta realizzando, che ha la capacità tecnica di intervenire e controllare molti aspetti del prodotto creativo e cerca quindi di dare la sua impronta di autore estensivamente a tutta l'opera.
E' risaputo che Scott si occupa di disegnare personalmente i dettagli che daranno vita alle scene sul set, a livello di dettaglio che difficilmente lo spettatore potrà notare; che le sceneggiature vengono riscritte più volte per aderire alle sue esigenze; che lui stessi faccia da operatore aggiuntivo.
Sono forse i suoi studi di pittura, durati sette anni, o il lavoro come scenografo fatto per la BBC, o la lunga esperienza nel settore pubblicitario e televisivo ad avergli dato una notevole competenza e sicurezza. O forse l'insieme di tutte queste esperienze. O forse queste basi sono servite semplicemente a dar corpo alla geniale visione di un autore che con i suoi primi tre film ha dato una forte scossa al mondo del cinema, tracciando la strada che molti avrebbero seguito negli anni successivi, con un'influenza che valica i confini del mondo cinematografico, attecchendo anche in altri campi (pensiamo ad esempio all'influenza di un film come Blade Runner per un intero filone letterario).

Contrariamente ad altri autori, Scott non considera le sue esperienze in campo pubblicitario secondarie rispetto al suo lavoro nel cinema: infatti la sua attività in quel settore è continuata parallelamente al suo folgorante avvio da regista per il grande schermo, risultando spiazzante e influente in entrambi i campi (ricordiamo, ad esempio, il suo celebre spot per la Apple, trasmesso durante il Super Bowl del 1984, ispirato a tematiche orwelliane per promuovere il nuovo Macintosh), e occupandosi del mondo delle sue origini ancora oggi, tramite la Ridley Scott Associates, fondata insieme a Ivor Powell, collaboratore di Stanley Kubrick per gli effetti speciali di 2001: Odissea nello spazio.

Era il 1977 quando si faceva notare con il suo notevole esordio cinematografico: I duellanti, da un romanzo di Joseph Conrad.
Sebbene il film riesca a racimolare ben poco dal punto di vista economico, non manca di attirare l'attenzione di un nutrito gruppo di appassionati, che da subito gli attribuiscono lo status di film culto.
Ma bastano poco perché l'interesse per il regista diventi mitizzazione. Nel giro di tre anni consegna al mondo due capolavori assoluti, che rivoluzionano l'idea della fantascienza come era conosciuta: con Alien stravolge il genere e ne ruba l'ambientazione per mettere in piedi un film puramente horror. Ma è con Blade Runner che il miracolo si compie, marcando il punto di arrivo di mezzo secolo di genere e rilanciandolo per il futuro, sovvertendone i canoni estetici e i temi. Dopo Blade Runner, niente nel mondo sarà più lo stesso... anche per Scott, purtroppo.

Il suo Legend, per quanto ben fatto e interessante, non sfonda al botteghino, nonostante la presenza di un Tom Cruise emergente.
Il cambio di rotta successivo, verso il thriller/poliziesco, vede due discreti lavori, ma niente che non possa sfigurare accanto ai mostri sacri che avevano lanciato l'autore inglese: Chi protegge il testimone? risulta un lavoro tecnicamente valido, ma relativamente convenzionale, e Black Rain - Pioggia sporca funge da perfetta sintesi del decennio che si avviava alla conclusione e dell'opera di Scott, presentando sì alcuni dei suoi punti di forza, ma anticipando parte dei difetti che sarebbero emersi negli anni successivi.

Gli anni novanta di Scott, infatti, sono quasi da dimenticare, nonostante il buon inizio di decennio con Thelma & Louise.
Complice un finale che si è facilmente trasformato in simbolo, il road movie al femminile interpretato da Geena Davis e Susan Sarandon funziona bene e colpisce il pubblico di tutto il mondo. Ma ha anche la funzione di ricordare, qualche anno dopo l'attenzione ai personaggi e ai dialoghi che caratterizzava I duellanti che Scott sa dirigere storia ed attori, indipendentemente dall'ampiezza della macchina produttiva che si trova a guidare.
Per trovare un altro esempio di questa abilità di Scott, per trovare un altro film altrettanto equilibrato, si devono aspettare oltre dieci anni e quel Il genio della truffa in cui dirige un eccessivo ma del tutto in parte Nicholas Cage, episodio minore, ma molto godibile, della sua filmografia.

Prima di allora, i risultati sono alterni, ma mai del tutto positivi, anche nei successi maggiori al botteghino. 1492: la conquista del paradiso ha come aspetto interessante quello di essere una delle più grosse produzioni indipendenti di sempre (oltre cinquanta milioni di dollari, con porto di duecento metri e città completamente ricostruite), e la nota positiva di essere migliore del suo rivale con lo stesso tema uscito quello stesso anno. A Soldato Jane, invece, mancano anche queste due piccole note per potergli dare un significato, anche minimo.

E' con relativa sorpresa, quindi, che Il gladiatore verrà accolto tre anni dopo. Tralasciando le imprecisioni (o forse dovremmo dire invenzioni) storiche, tralasciando la banalità e le cadute nel surreale di alcuni passaggi dell'intreccio, non si può dire che il film non sia riuscito, con un impatto visivo, un ritmo e una potenza invidiabili. È pur vero che il merito della riuscita del film va diviso con Russel Crowe e la sua intensa interpretazione: infatti un film potenzialmente simile in struttura e impostazione come il recente Le crociate sembra cadere, a parità di pregi tecnici e difetti narrativi, a causa di una non altrettanto carismatica figura centrale.
Un simile problema, a dire il vero, si è presentato anche in Black Hawk Down, apprezzabile per messa in scena e tecnica, ma a tratti noioso e monotono, mentre ben più gravi e colmabili sono le deficienze dell'altra grande produzione che Scott ha firmato negli ultimi anni, quell'Hannibal che ben pochi sono riusciti ad apprezzare e che nemmeno due attori del calibro di Anthony Hopkins e Julianne Moore (subentrata a coprire il ruolo che era stato di Jodie Foster in Il silenzio degli innocenti) hanno potuto sollevare dal naufragio.

Alla luce degli alterni successi di pubblico, e dell'altalenante qualità delle sue opere, è difficile prendere una posizione tra le due fazioni che lo esaltano come grandissimo autore visionario o lo criticano come autore patinato che dà più importanza alla forma e lo stile rispetto alla profondità dei suoi lavori. Difficile soprattutto considerando che i due aspetti sono senza dubbio presenti nella sua filmografia (spesso coesistono all'interno dello stesso film), e che, qualunque opinione noi possiamo prendere oggi, Sir Ridley Scott farà di tutto per smentirci con i suoi prossimi lavori.

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