Frankenweenie

2012, Animazione

Frankenweenie: Tim Burton apre il London Film Festival

Cosa si prova a realizzare un sogno animato a passo uno? Ce lo racconta Tim Burton che tra poche ore inaugurerà il Festival del Cinema di Londra con il suo delicato cartoon.

Il genio di Burbank è tornato. Più consapevole, più ironico e rilassato, ma non meno intimidito dalla stampa di un tempo, Tim Burton svela i segreti della sua nuova perla in stop motion, il divertente Frankenweenie, di fronte a una sala gremita di giornalisti. Proiezioni sold out per il suo cartoon tridimensionale in stop motion che ha avuto l'onore di essere scelto come evento di apertura del BFI London Film Festival. Stasera Burton sfilerà sul red carpet di Leicester Square insieme ai doppiatori di Frankenweenie, il grandissimo Martin Landau, il simpatico Martin Short e la veterana Catherine O'Hara, e per la prima volta l'evento verrà mostrato in diretta in 30 cinema inglesi. Inevitabile che l'hype sia alle stelle considerando che Burton, oltre a essere uno dei registi più stimati e tenuti d'occhio dalla critica, è ormai cittadino adottivo di Londra da qualche anno. La città si prepara a dare il benvenuto a Frankenweenie e Leicester a breve sarà invasa dai fan numerosissimi che sperano di riuscire ad avvicinare Tim e, se ci sarà, la sua compagna Helena Bonham Carter, ma il regista, schivo e modesto come è sempre stato, preferisce scherzare sulla fama evitando di prendersi troppo sul serio.

Tim, da londinese adottivo come ti senti a inaugurare per la prima volta il London Film Festival con un film girato proprio a Londra?
Tim Burton: Essere qui e avere tutte queste aspettative per me è un po' strano. Per fortuna non mi trovo in uno stadio olimpico e non sono la regina.

Torni trionfalmente all'animazione con un progetto che appartiene al tuo passato.
Tim Burton: Ho sempre avuto la passione del disegno e i personaggi che ho creato nel passato sono sempre stati in un angolo della mia memoria, così come il 3D e l'animazione in bianco nero in stop motion. Queste sono le tecniche che mi hanno sempre affascinato. Volevo recuperare il mio background parlando di cose che fanno parte dell'infanzia, come i ricordi di scuola, i rapporti con i compagni, e poi ero felicissimo all'idea di tornare a lavorare con le persone che conosco bene.

Tim Burton con i doppiatori di Frankenweenie Catherine O'Hara, Martin Short e Martin Landau al BFI London FIlm Festival
Queste persone oggi sono qui con te. Potete raccontarmi come è stato tornare a lavorare con Tim dopo tanti anni?
Tim Burton: Devo uscire dalla stanza?

Martin Short: Sono sempre stato un fan di Tim. E' un collaboratore incredibile. Lui sa davvero quello che vuole e come ottenerlo. E' capace di trovare l'atmosfera giusta e la situazione ideale per un attore.

Martin Landau: Mi ricordo che quando, molti anni fa, vidi Beetlejuice con mia figlia, ho lasciato il cinema pensando: "Mio Dio, chi ha diretto questa cosa? E' fantastica!" Era il regno dell'immaginazione al potere. E ora sono qui. Quando proviamo sul set Tim non finisce nemmeno le frasi. E' molto taciturno, quando lo guardi in cerca di indicazioni ha sempre un'espressione che non promette niente di buono, ma è estremamente piacevole lavorare con lui. E' sempre un gran divertimento.

All'inizio della tua carriera, quando eri un animatore a casa Disney, lo studio non ha apprezzato il tuo corto Frankenweenie e sei stato licenziato. Sei sorpreso di essere qui oggi a presentare un Frankenweenie prodotto dalla Disney?
Tim Burton: All'epoca ero solo un apprendista. Poi occorre specificare bene le cose. Non sono stato licenziato. La Disney era lo studio dei pupazzi con gli occhioni sognanti, era un luogo piacevole e soft, quindi, in perfetto Disney style, non soni stato licenziato, ma mi hanno gentilmente accompagnato all'ingresso, me l'hanno indicato e mi hanno detto: "Passa attraverso queste porte magiche". Oggi è un po' strano trovarmi in una posizione così diversa, ma devo ringraziare lo studio perché mi ha offerto l'opportunità di fare il mio film.

Ormai i tuoi film sono considerati dei classici. Che cosa provi a essere diventato un punto di riferimento?
Tim Burton: Quando mi paragonano ai maestri come Hitchcock mi sento sempre lusingato, ma io ho sempre il cestino per il pranzo di Spazio 1999. Fare questo mestiere è fantastico perché si respira un'energia creativa, si ha l'occasione di incontrare persone meravigliose. Questa è la magia del cinema, è il motivo per cui faccio film.

Un primo piano di Tim Burton, ospite del BFI London Film Festival con il suo Frankenweenie
Martin e Catherine, in Frankenweenie voi siete le voci dei genitori del piccolo protagonista. Come vi siete preparati per questi personaggi?
Martin Short: Io e Catherine abbiamo una lunga storia insieme, ci conosciamo molto bene e devo dire che non abbiamo dovuto prepararci granché. Tim aveva un'idea chiarissima dei personaggi ed è bastato seguire le sue indicazioni.

Catherine O'Hara: Tra i personaggi che doppio sono particolarmente orgogliosa di aver dato vita alla mamma di Victor. In questo caso Tim ha saputo creare una dimensione familiare così intima e privata.

Il look di Frankenweenie non è distante da quello delle altre tue pellicole in stop motion. Come mai nutri questa passione per il bianco e nero?
Tim Burton: Mi piace girare in bianco e nero perché per me questo stile crea delle emozioni ben precise. E' difficile spiegarlo a parole, ma quando vedo i miei pupazzi immersi nella loro realtà, credo che il bianco e nero, e in questo caso anche il 3D, creino un surplus di verità.

Non hai paura che lo stile retrò dei tuoi film non abbia un sufficiente appeal commerciale?
Tim Burton: Dal mio punto di vista l'arrivo dell'animazione computerizzata ha cambiato le cose nel mercato, ma credo che l'animazione tradizionale non abbia perso il suo fascino e penso che per la stop motion sia la stessa cosa. Un altro aspetto dei miei film, che mi viene sempre fatto notare, riguarda le citazioni di cui sono pieni i miei lungometraggi. Spesso non lo faccio volontariamente, ma inserisco elementi di vecchie pellicole che mi hanno impressionato quando ero piccolo. Spero che i miei film possano essere apprezzati anche da quelle generazioni più giovani che non sono in grado di cogliere tutte le citazioni

Martin, il tuo professore di scienze ha un look che ricorda molto Vincent Price. Un altro dei famosi omaggi di cui parlavamo poco fa.
Martin Landau: Vero, il mio personaggio è plasmato su Vincent Price, ma la cosa meravigliosa di Mr. Rzykruski è che io lo percepisco come una persona indipendente. Grazie a Tim non sento l'obbligo di imitare Vincent. Se avessi avuto di fronte a me una telecamera avrei recitato esattamente nello stesso modo. Questo è il potere della creatività di Tim. Tra l'altro non credo che Price avrebbe interpretato Mr. Rzykruski come ho fatto io, ma si sarebbe comportato in modo diverso.

Molti dei tuoi film sono ambientati in una sorta di periferia residenziale fuori dal tempo che ricorda molto la tua Burbank. Ora che non ci vivi più da tanto tempo, la tua città è diventata una sorta di luogo mitico?
Tim Burton: Per luogo mitico intendi come l'Olimpo? In realtà la propria città natale è il luogo in cui cresci, fa parte della tua vita. La mia è un posto strano, è come una bolla in cui nulla cambia. E' la mia casa e lo resterà sempre anche se non ci vivo più, perciò mi viene spontaneo ambientare i miei film in un posto che conosco molto bene.

Frankenweenie di Tim Burton: una scena del film d'animazione
Cosa rispondi a chi, come oggi come un tempo, accusa Frankenweenie di essere un film troppo cupo?
Tim Burton: Io non trovo Frankenweenie cupo. Questa è un'etichetta che mi sono sempre ritrovato addosso, ma io non ho mai pensato che i miei film fossero troppo cupi, dark o spaventosi.

Uno degli elementi chiave di Frankenweenie è la colonna sonora. Quanto è stato importante il lavoro di Danny Elfman in questo caso?
Tim Burton: Ho lavorato con Danny per tutta la mia carriera, sia nei lungometraggi live action che nei film d'animazione. Grazie alla sua creatività la musica è un personaggio vero e proprio, mi aiuta a creare le emozioni e il tono del film.

Quanto c'è di te in Victor?
Tim Burton: Quando ero piccolo anche io volevo diventare uno scienziato, però non credevo di voler riportare le cose morte in vita. L'idea è piuttosto terrificante. In realtà si tratta di una metafora della creazione, dell'arte del cinema. Oggi il cinema è legato a tante cose e ci sono molti aspetti da tenere in considerazione come il marketing, gli incassi, ma quello che io cerco di fare è riproporre la purezza nel fare film come gesto artistico, senza pensare al resto.

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