Far East 2008: formule (da rivedere) di un festival 'popolare'

I numeri confermano il successo di pubblico ottenuto dal festival in questo suo decimo compleanno; ma in occasione di un tanto importante genetliaco è doveroso interrogarsi anche sull'effettivo stato di salute della kermesse udinese.

Valentina Torresan

Si è conclusa il 26 Aprile scorso la decima edizione del Far East Film Festival, immancabile appuntamento annuale per gli appassionati del cinema proveniente dall'Estremo Oriente. A manifestazione conclusa i dati forniti dal Centro Espressioni Cinematografiche rivolgono l'attenzione a quei numeri che, giustamente, evidenziano il successo di pubblico ottenuto dal festival in questo suo decimo compleanno; ma in occasione di un tanto importante genetliaco è inevitabile, se non anche doveroso, interrogarsi sull'effettivo stato di salute della kermesse udinese. Non è il caso di temere coccodrilli né tanto meno più provocatori necrologi, semmai proprio perché da pochi giorni si sono spenti i riflettori di una buona edizione del Far East - e mentre qualche chilometro più in la si sono illuminati quelli sulla Croisette de Cannes - alcune considerazioni sulle formule di questo festival si rivelano quasi fisiologiche per chi era presente, e soprattutto per chi lo frequenta ormai da qualche anno.

Dieci primavere or sono una retrospettiva dedicata ad Hong Kong riempì di pubblico e di prestigiosissimi ospiti il piccolo spazio del Ferroviario, per poi trasformarsi definitivamente nel 1999 nel Far East Film Festival che conosciamo e che negli anni ci ha permesso di visionare, avendone intuita l'unicità prima di chiunque altro, film come Ichi the killer, PTU e Bad Guy. I propositi di allora sono i medesimi di oggi: attenzione totalmente rivolta al cinema popolare asiatico, scoperta e promozione di giovani cineasti e rilevanti omaggi al passato. Queste le "regole base" che hanno messo e mettono ancora tutti d'accordo, ma "dieci anni sono tanti" (come recita a ragione il comunicato stampa del Festival) e molte cose sono mutate alterando quella stessa formula; prima di tutto sono nettamente cambiate le possibilità di reperimento dei film, le barriere che un tempo impedivano anche solo di essere a conoscenza dell'esistenza di certe realtà cinematografiche, lontane sia da un punto di vista geografico che per ciechi limiti distributivi (e critici), ormai da qualche tempo sono state abbattute da internet e la miriade di possibilità che offre. Ma oltre a trasformarsi le dinamiche di fruizione è un fatto che oggi anche i più prestigiosi circuiti festivalieri desiderano arricchire il proprio cartellone con firme ideogrammatiche, con ovvie conseguenze, in primis il doversi confrontare con piazze-mercato (Cannes, Berlino e in particolar modo Venezia) molto più influenti ed appetibili. Questa la realtà inequivocabile, il resto è caccia alle streghe, un continuo spostarsi di dita contro per scovare i colpevoli dell'assenza di titoli realmente di rilievo all'interno del programma e la perdita dell'egemonia del Far East in materia di Cinema d'Oriente, traslando in quel "popolare" che è nel motto del festival, almeno da un paio d'anni a questa parte, il nucleo delle disfunzioni della manifestazione.

Si sa, la polemica è al solito nutrimento tanto italiano, ed anche in questo caso si è talora impennata verso l'inutile catastrofismo, pur covando delle verità con cui i FEFF Addicted si sono dovuti confrontare. Sarebbe vano esaurire il tutto in una battaglia contro i mulini a vento che si limita a piangere la scomparsa del cinema asiatico o a sottolineare che oggi un Mad Detective qualsiasi non impressiona nessuno - anche se non è vero - e che le proiezioni al Teatro Nuovo hanno smarrito il valore inestimabile che gli si attribuiva una mezza dozzina di anni fa (tant'è che gli si risponde con una minore affluenza in sala). A tanto chiare stime, anche quelle più inefficacemente esagerate (o tutte le altre che sposterebbero l'attenzione sul versante politico), è meglio rispondere con la revisione di alcuni dei consolidati moduli Far East prima che diventino invalicabile ostacolo alla longevità che ci si augura per questo evento. Innanzitutto è la distribuzione del palinsesto a dover essere messa in discussione, essendo con ogni probabilità la prima causa di quel inerpicarsi sui significati semantici di una parola che in sé racchiude una tale quantità di sfumature da poter significare tutto e il contrario di tutto: sulla carta l'apertura con Hideo Nakata e il suo L: Change the World, quanto il levarsi del sipario su Kaidan per inaugurare il decimo Horror Day, appariva più che logica, ma il risultato oltre a farci rimpiangere le passate regie del cineasta nipponico ricorda - perché accaduto anche l'anno scorso con Dororo - che il blockbuster posizionato in prima linea nel cartellone non è la più felice delle soluzioni. Nobuhiro Yamashita, tanto per citare un nome, che dopo il meritato successo di Linda Linda Linda ha sfornato ben altri tre film tra cui il recente (e bello!) Tennen kokekko, poteva essere una validissima, anche se meno popolare, alternativa.

Ma siamo sicuri che al di la di qualche scelta maldestra nella scrittura del cartellone, Sabrina Baracetti e Thomas Bertacche abbiano già cominciato ad interrogarsi sulle questioni ben più spinose, e una conferma in più ci viene da questa edizione 2008. Il convegno Ties That Bind pensato come luogo di confronto per produttori e distributori europei e asiatici consolida una volta di più l'identità del Far East come fucina unica di dialogo e scoperta, e a nostro avviso è questa la direzione in cui devono confluire tutte le energie del CEC. È vero dunque che il cinema d'Oriente non è più il territorio inesplorato che era, ma sulla via di scelte sempre più coraggiose e controcorrente - che è ormai giusto intraprendere senza timore di snaturare il carattere del festival friulano - è convinzione unanime che il Far East possa conquistare il primo piano che gli spetta. È per questo che negli ultimissimi anni in particolare il disappunto di molti si è concentrato sulla lista dei titoli selezionati, che sono evidentemente apparsi troppo spesso scelti per accontentare un pubblico che questo cinema non possiede, dimenticando che non era allo spettatore della domenica pomeriggio che ci si rivolgeva quando nel catalogo compariva il nome di Kim Ki-duk. Comunque, come già detto, non è nel confine invisibile che si instaura tra il termine popolare e mainstream che si deve cercare la definizione dei buoni risultati del 2008 o l'insoddisfazione nei confronti delle più recenti edizioni, tanto più se i titoli considerati commerciali chiamati a rappresentare un panorama filmico ancora per molti versi oscuro portano il titolo di Resiklo o dell'action vietnamita The Rebel. Ben vengano anche tutte quelle realizzazioni "minori" che comunque offrono di completare la panoramica sulla scena cinematografica di quella metà di globo come Kala malam bulan mangambang, il divertentissimo e per buona parte sofisticato, nonostante la svirgolata verso l'esagerazione dell'epilogo, pout pourri di generi in stile retrò del malese Mamat Khalid.

E se Takashi Miike e Johnny Tosono omai internazionalmente sdoganati, non si può nemmeno contare solo sulla loro fedele presenza a Udine (nell'annata 2008 con gli ottimi Crows: Episode 0, Mad Detective e Sparrow) per riaccendere un'attenzione generale un po' sopita, soprattutto se ad ogni proiezione le alternative mostrano in modo sempre più evidente la loro identità di scarti, per quanto di qualità. Ne sono un esempio quella manciata di titoli medi o inutili che inevitabilmente fanno sentire il loro peso benché spalmati in cartellone tra il ritorno di un grande come Rauchi Hiroki e il suo toccante Your Friends, e l'oculata analisi sociale registrata in Casket For Rent. Pensiamo in questo senso a risultati come Hellcats o il tailandese Me... Myself, due pellicole romantiche gradevoli quanto totalmente prive di valore cinematografico, che se fossero state marchiate USA chi scrive non gli avrebbe concesso nemmeno i 2 euro necessari per l'ingresso in un cinema di seconde visioni con tesserino universitario scaduto. Meglio piuttosto le follie senza pretese del già menzionato Mamat Khalid o le delusioni obbligate (perché nel bene o nel male andavano visionati) che portano con se il wuxia An Empress And The Warriors, algido e per nulla ispirato ritorno alla regia di Ching Siu-Tung, o l'imbarazzante e soporifero Tactical Unit - The Code.

Quest'anno invece un passo importante si è fatto in direzione della commedia, un genere troppo facilmente bistrattato dai circuiti più avvezzi all'autorialità e grazie al quale anzi, proprio a Udine si sono scoperte alcune di quelle personalità oggi corteggiatissime dalle kermesse più fatiscenti (si pensi al The Quiet Family di Kim Ji-woon che proprio in questi giorni sarà a Cannes col nuovo The Good, the Bad and the Weird). A questo errore grossolano dovuto alla natura del genere, nel capoluogo friulano si è replicato con una proposta massiccia di titoli, scelta che il terzetto premiato dagli Audience Awards conferma vincente. Adrift in Tokyo e Fine, Totally Fine soprattutto sono stati delle rivelazioni graditissime a cui si aggiungono Funuke, Show Some Love You Losers, godibile esordio in tinte dark di Daihachi Yoshida, giovane talentuoso, per quanto acerbo, che speriamo di poter tenere d'occhio con la vetrina udinese, e Magic Boy, pellicola hongkonghese firmata da Adam Wong la cui delicata e brillante regia illumina una trama esile incentrata sul (solito) triangolo amoroso. Anche la Corea del Sud trova un valido rappresentante: Going By The Book, storia di un ingenuo sbirro di periferia che prende troppo sul serio il suo lavoro, è un film esilarante senza mai scadere nella stupida banalità, merito dell'ottimo script di Jang Jin.
Chiudiamo infine con una nota sulla retrospettiva dedicata a Shin Sang-ok che al di la del suo valore storico, l'omaggio al regista coreano ci è parso drasticamente meno incisivo, e peggio meno rilevante - a causa del linguaggio fin troppo derivativo del cinema del suo protagonista - rispetto a quella che solo l'anno scorso ci ha permesso di godere di alcuni dei tesori nascosti della new wave dell'ex colona britannica firmati da Patrick Tam.

Il futuro verso il quale si invita a rivolgere lo sguardo degli organizzatori è quello che vedrà il Far East più ambizioso ed agguerrito possibile nel confronto con le altre manifestazioni, e anche quello che ne può risaltare nuovamente l'intuito che a suo tempo lo portò a scandagliare universi cinematografici altrove ignorati. Si deve rivedere la gestione degli spazi, considerare l'introduzione di una vera giuria ed osare in direzioni solo apparentemente meno popolari, magari rinnovando l'attenzione verso il cinema d'animazione che anche fuori dal Giappone sta proponendo realtà degne di nota. Desiderosi che l'avvenire di questo festival sia sempre più luminoso, e consapevoli che ciò prima o poi dovrà passare attraverso la riformulazione di alcune dinamiche organizzative (scelta che tuttavia non si teme possa minarne la natura di evento "a misura d'uomo"), auguriamo al Far East altri cento, anzi mille meritati compleanni. E lunga vita al popolo filippino!

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