Europacinema 2006: a lezione con Ettore Scola

Dopo la proiezione del classico 'La famiglia', Ettore Scola si concede agli addetti ai lavori per la sua lezione di cinema

Elena Da Prato

La terza lezione di cinema del festival di Europacinema è stata tenuta il 23 aprile 2006 dal grande Ettore Scola, dopo la proiezione del bellissimo affresco de La famiglia.

Ettore Scola è un grande disegnatore. Ricordo che un anno era ospite d'onore del Festival di Locarno e doveva scegliere un film per lui veramente rappresentativo da far proiettare in piazza grande. Il presidente del festival allora era Marco Muller, un grande appassionato di _Nouvelle Vague _e di cinema orientale. E Scola invece scelse Totò a colori. Scola ha iniziato come gag-man, anche per i film di Totò. Che ricordi hai di questa tua professione di negro (così è detto chi scrive le battute nei film comici. N.D.R.) del cinema e dei tuoi rapporti con Totò? Ettore Scola: Non ho molti aneddoti da raccontare. Forse se li è presi tutti Vincenzoni alla lezione di due giorni fa. Disegnavo per il Marc'Aurelio e mi chiesero di fare il negro. Era un lavoro così bello che volevo fare i biglietti da visita con scritto "Ettore Scola. Negro". Ero in incognito, è una specie di lavoro da spie.
Totò nobilitava tutto, anche le cose più atroci. Lui era un grande artista, migliorava qualsiasi cosa. Era facile lavorare con lui, rendeva tutto grande.

Tenevi una rubrica chiamata "Radio Marc'Aurelio". Facevi lo sceneggiatore per alcune strisce, la versione umoristica de I promessi sposi. Nasci quindi come umorista. Ci puoi dare un ricordo di quel periodo?

Un aneddoto? (risate)
In assenza di televisione, di cabaret, il divertimento era affidato ai giornali di satira. La stampa satirica era più esplicita allora. Mi ricordo un articolo sul Papa, credo fosse Pio XII. Fummo convocati dal Vaticano. Nessuno strascico giudiziario, ma credo che fummo scomunicati.

Antonio Pietrangeli e Dino Risi. Un ricordo di questi due artisti?

Di Risi per fortuna si parla abbastanza. Pietrangeli invece è un regista dimenticato. Siamo un paese di mangiatori di loto, si sa. Prima del suo cinema la donna era sempre sullo sfondo. All'epoca era improponibile un film con protagonista una donna. Questa sensibilità per la psiche della donna, che spero di avere anch'io, l'ho presa proprio da Antonio.
Lui era pignolo, ma comunque non aveva il culto della perfezione. Diceva che bisognava lasciare al montaggio alcune scene venute male. Anche in Io la conoscevo bene, la scena in cui la Sandrelli mentre sta facendo la manicure ad una cliente e si distrae e comincia a limarsi di unghie, era nata così, dalla vaghezza di Stefania stessa. Anche questo ho cercato di rubare ad Antonio. Anche in C'eravamo tanti amati è pieno di cose di Stefania che non erano prevista dalla sceneggiatura. Avevo detto all'uomo in macchina che continuasse a girare su lei anche dopo lo stop. Se fossero pensate certe cose sarebbero meno interessanti. La Sandrelli riesce a trasmutare anche i difetti in grazia e doti.

Se permettete parliamo anche di film a episodi. Questa predilezione per i film a episodi te la sei portata dietro anche per Gente di Roma, film corale. E' una tua caratteristica?

Prima vorrei dire che non ho deciso di fare il regista, anche perché di sceneggiatori ce ne erano pochi. Per Se permettete... cercavano un regista, finchè Vittorio Gassman disse "fallo tu". Io non volevo, ma lui insisteva e alla fine cedetti. E dopo, come per la monaca di Monza che fu monaca per sempre, così io sono rimasto regista.

Prima della Sandrelli, hai lavorato con Monica Vitti. Siamo negli anni in cui Monica era stata ingessata dai film di Antonioni. Un tuo ricordo di lei?

All'epoca eravamo un po' volgari e si ironizzava molto sul cinema di Michelangelo Antonioni. Lui cercava di ricostruire una borghesia che al cinema non c'era. Certe cose non ci convincevano molto. All'epoca poi era difficile utilizzare un'attrice in un film brillante. Poi però pensai a Monica, e infatti tolta dalle grinfie di Antonioni era molto comica. Intanto aveva già fatto La Ragazza con la pistola con Mario Monicelli.

Il tuo film più famoso è C'eravamo tanto amati. E' un film corale, un intrecciarsi di vicende. Nasconde un modo molto pensato di fare cinema.

Io non credo che il motivo sia la mia predilezione per i film a episodi, ma il fatto che vedo e amo vedere i cambiamenti del personaggio. Cambia non tanto la classe dirigente, ma chi subisce le decisioni. Sono loro a mutare a seconda delle sollecitazioni. Come ne Il mondo nuovo e in Mario, Maria e Mario. L'evento storico cambia i rapporti fra le singole persone. Ma non siamo vittime. La funzione del cineasta, dell'artista, dovrebbe essere proprio quella di studiare i cambiamenti e cosa li ha causati. Non abbiamo più Pier Paolo Pasolini, non è stato sostituito da nessuno. Se invece ci fosse stato, lui avrebbe individuato le cose. E' con immenso dolore che si pensa che Pasolini non si è occupato del mondo di oggi.
Ogni film che si appoggia alla fantasia pura secondo me è meno utile. E' la realtà che ci deve spingere in ogni campo. Se si perde il contatto con la realtà il lavoro viene meno bene.

Parliamo del contesto della sala da ballo, in un film tutto disegnato da Scola, Ballando ballando. Un film culto della storia del cinema. Come ti venne in mente una storia del genere?

Mi sottoposi ad una ginnastica molto dolorosa. Ero a Parigi e Jack Lang, ministro della cultura molto illuminato, mi indicò uno spettacolino. Andammo a vederlo insieme, uno spettacolo di dilettanti. Un po' laboratorio, un po' parrocchiale. Era uno spettacolo muto, solo con le musiche, facevano dei quadri: in una balera, un ballo aziendale, un ballo operaio, un ballo per strada. Questo spettacolo era molto stimolante e Jack Lang mi disse, "Perché non lo fai tu?". Io ci pensai e siccome il mio pallino è la storia, dedisi di far passare tutta la storia in questa balera.

Uno dei protagonisti del tuo cinema è la musica. Il tuo è stato un sodalizio con uno dei più grandi compositori, Armando Trovajoli. Un tuo ricordo o forse anche un aneddoto, se vuoi.

Forse è la collaborazione più lunga che ho avuto. Armando ha una particolarità, sa spesso non essere se stesso. Infatti non sempre la sua musica si riconosce come sua. Armando è uno che legge la sceneggiatura, cosa rara, discute dell'atmosfera e dei sentimenti con l'autore. E' un compositore che conforta.
Quando si monta un film si appoggiano delle musiche di comodo. Ti puoi sbizzarrire in quel momento. In un film ho appoggiato tutte musiche di Burt Bacarach. Erano musiche molto belle. Feci vedere il film a Armando. Lui compose, ma non mi piacevano molto. Le appoggiammo e io gli dissi che non avevano la stessa suggestione delle musiche di Bacarach. E lui "Se ero Bacarach lavoravo con te?"

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