Psycho

1998, Horror

Recensione Psycho (1998)

Per il suo personalissimo ritorno al fatidico Bates Motel, Gus Van Sant ci propone un restyling del capolavoro hitchcockiano, aggiungendo un po' di "protesi" qua e là...

Vincenzo Carlini

Dalla tassidermia al lifting

Gus Van Sant, dopo il successo di Elephant, è diventato per molti critici un autore. Ma in precedenza, con il remake dello Psycho hitchcockiano, l'autorialità l'aveva sbeffeggiata in un rigurgito dissacrante con pochi precedenti. Anzi, nessuno. Infatti, il suo Psycho, più che un vero e proprio remake, è una copia (quasi) esatta dell'originale. Il regista americano ripercorre le tappe del classico di Alfred Hitchcock riproponendole inquadratura per inquadratura, con attori diversi (ovviamente), con vistose modifiche nei dialoghi e con l'aggiunta del colore. Anche la colonna sonora è quella originale di Bernard Hermann, riarrangiata per un complesso orchestrale raddoppiato (e con piccole varianti metriche dettate dalle divergenze nelle scene) da Danny Elfman (il fedele collaboratore di Tim Burton) insieme a Steve Bartak. In compenso, la pedissequa osservanza delle "mosse" del maestro, pur se risulta essere un tantino sgangherata, non nega al regista americano spunti personali di rilievo.

Innanzitutto Norman Bates (un Vince Vaughn volutamente anonimo e con l'aspetto da finto macho) è visto da Gus Van Sant come un reietto, un essere umano abituato a vivere ai margini della società, come i tanti protagonisti dei suoi film, dispersi tra omosessualità, tossicodipendenza e tanta, troppa disperazione esistenziale (emblematica la scena in cui lo psicopatico spia la camera di Marion Crane masturbandosi). Risulterebbe difficile, in ogni caso, individuare le coordinate giuste per apprezzare un lavoro del genere se si ha ancora in mente il capolavoro hitchcockiano. Il lavoro compiuto da Van Sant è incredibilmente demistificante e funziona indirettamente anche come un mordace attacco alla moda hollywoodiana del remake. La copia "rifatta" di Psycho è un film disgustoso, kitsch (da notare, in particolar modo, la vestaglia rosa della cara e defunta mammina nonché la tenda della doccia con decorazioni optical) e in cui le piccole varianti inserite nelle scene clou dell'originale di Hitchcock (gli inserti subliminali e la ripresa aerea dell'inizio), ristabiliscono all'improvviso la dimensione utopica della pellicola: ed è questa la sua potente forza visionaria.

Quella di Van Sant è una vera e propria appropriazione indebita, quasi antropofaga, ma non del film in sé per sé, quanto dell'occhio dello spettatore. Il regista di Elephant, infatti, reitera e "restaura" con il suo sguardo individuale e individualista il classico hitchcockiano, personalizzandolo a dismisura (con tanto di vestiti ed ambientazioni così retrò nella loro attualità). Psycho di Van Sant è il cinema che fa implodere i suoi mezzi e le sue tecniche e che nell'atto di circostanziare se stesso ottiene esattamente il risultato opposto, perché le sue bugie permeano tutte le intercapedini di questo film. Esse sono lo strumento prediletto di Van Sant per far invigorire una febbrile autoreferenzialità. Ma il trasformismo tout court e il mimetismo del cinema vanno ancora più oltre, coinvolgendo anche la superficie (e la superficialità): il fatidico coltello da cucina appartiene al regista John Woo; l'impresa di Van Sant (che attuò un serrato "corteggiamento" della Universal per intraprenderla) ha avuto il beneplacito della figlia del grande regista inglese, Patricia Hitchcock O'Connell; inoltre il signor Lowry è Rance Howard, il papà dell'attore e regista Ron Howard. E non ci saremmo meravigliati più di tanto se per il ruolo della defunta signora Bates Gus Van Sant avesse riesumato il maestro in persona, imbacuccandolo come una mummia con tanto di parrucca da donna, in una sua improbabile apparizione post-mortem. Ma questo non è un film di Hitchcock e tanto meno non è un suo remake. E' solo una copia, brutta quanto si vuole, ma affascinante, geniale e piena di intriganti difetti.

Lo Psycho di Van Sant ha rischiato seriamente di creare una vera e propria voragine tra gli addetti ai lavori, concordi quasi all'unanimità, e in un atto di recalcitrante preservazione, a bollare il film come opera inutile e sconclusionata. Non siamo del tutto d'accordo con l'opinione più diffusa. In altri termini ci sentiamo di affermare che l'operazione di Gus Van Sant è riuscita ma il paziente, pur se è morto, è stato mummificato in attesa di qualche altro ospite di quel grande motel che si chiama cinema d'autore...

Recensione Psycho (1998)
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