I figli degli uomini

2006, Fantascienza

Children of Men: il massimo dell'artificio per il massimo del realismo

Il massimo dell'artificio per ottenere uno dei film più realistici di sempre sul futuro e sulla guerra, alla faccia di chi sostiene che le tecnologie estraneino dalla pura visione cinematografica.

Gabriele Niola

I detrattori dell'utilizzo di tecnologia nei film spesso sostengono che quest'utilizzo è fine a se stesso e non viene fatto unicamente quando è necessario. E non hanno torto.
Spesso infatti questo avviene, spesso si ha una tecnologia a disposizione e si cerca di sperimentarla come è possibile o altre volte il cinema viene utilizzato come cent'anni fa, cioè come macchina di meraviglia, strumento in grado di stupire lo spettatore mostrandogli cose che non pensava si potessero mostrare.

E' quindi veramente un piacere vedere un film come I figli degli uomini dove a fronte di un forte utilizzo tecnologico c'è un'idea, un pensiero e un proponimento.
Alfonso Cuarón si era proposto di fare un film di fantascienza non per mostrare il futuro ma per mostrare una società futura. E per fare questo doveva ottenere il massimo del realismo dalle sue riprese, più in là delle tecniche e dei sistemi industriali americani (utilizzati a piene mani in Harry Potter e il prigioniero di Azkaban) quello di cui aveva bisogno era un cinema che fosse il meno artificiale possibile. E come spesso accade per non mettere in mostra alcun artificio ha utilizzato il massimo degli artifici. Oltre infatti ai soliti effetti digitali di postproduzione, ormai standard in qualsiasi produzione, la sua idea consisteva in due elementi fondamentali, due linee guida: piani sequenza e profondità di campo.
Due modi assolutamente artificiosi di fare cinema, il primo perchè impedisce l'improvvisazione e prevede un'accurata pianificazione di tutti i movimenti e il secondo semplicemente perchè prevede la messa a fuoco di tutti gli elementi dell'immagine (cosa assolutamente innaturale, dato che l'occhio umano mette a fuoco solo alcune cose) costringendo il regista a non riprendere mai gli attori in primo piano. Due tecniche che hanno richiesto, per la loro attuazione massiccia, tecnologie modernissime.

Se è vero che con molti artifici già Hitchcock riuscì a fare il suo Nodo alla gola, dando l'illusione di un piano sequenza unico, è vero anche che per l'idea di Cuarón servivano assolutamente lenti, obiettivi e macchine da presa particolari. Per fare un esempio uno dei piani sequenza più lunghi in assoluto, della durata di 15 minuti, ha richiesto 5 giorni di prove e l'uso di videocamere wireless e un monitor portatile per il regista che non sempre (per esigenza di ripresa) poteva stare appresso all'operatore, ma doveva comunque controllare l'andamento della ripresa.
Il massimo dell'artificio dunque per ottenere quello che nel risultato è uno dei film più realistici sul futuro e sulla guerra (tutta la seconda parte è pura guerriglia ed ha ben poco di futuro). Alla faccia di chi sostiene che le tecnologie estraneino dalla pura visione cinematografica.

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