Bruce Weber, dalla musica alle immagini

L'omaggio del Perugia International film Festival al grande fotografo e documentarista; 'La musica è fondamentale nella mia vita'.

Non c'è da stupirsi troppo se nei giorni scorsi Bruce Weber si aggirava curioso per le strade di Perugia, intento a scattare fotografie con la sua macchina, rigorosamente non digitale, appesa al collo. Anche se la preview del Perugia International Film Festival ha reso merito al suo lavoro di documentarista, l'artista di Greensburg non dimentica il primo grande amore, quell'attività che lo ha reso noto in tutto il mondo soprattutto nell'ambito della moda. Vogue, Elle, Vanity Fair, Life, non c'è rivista che non abbia sfruttato il suo 'occhio' per abbellire le pagine patinate. Meno nota al grande pubblico, ed è un peccato, la sua carriera di regista, lacuna, questa, che è stata colmata proprio dalla neonata kermesse cinematografica umbra che lo ha omaggiato con Stars, Style and Sunshine, una full immersion su alcuni dei documentari diretti da Weber, da Liberty City is like Paris to me del 2009, in cui vengono raccontate le celebrazioni in un quartiere di Miami per la giornata dedicata a Martin Luther King, a The teddy boy of the edwardian drape society, datato 1996, interessante spaccato sui retaggi dell'era rock-a-billy nella Londra di oggi. C'è stato spazio anche per due opere squisitamente musicali, il videoclip diretto per il brano dei Pet Shop Boys, Being boring, e Nice girl don't stay for breakfast, una sorta di work in progress su Robert Mitchum in cui il leggendario cattivo ragazzo di Hollywood mostra una delle sue più grandi passioni (oltre alle donne), cioè il canto.

Bruce Weber allla preview del Perugia Film Festival, nell'ottobre 2011
Candidato all'Oscar nel 1988 per Let's get lost, intenso ritratto del trombettista jazz Chet Baker, Bruce Weber ha parlato con commozione del suo rapporto con le sette note. "Quando vado in macchina ascolto sempre la musica - ha spiegato - E' un qualcosa che mi riporta alla memoria i tempi della mia infanzia in Pennsylvania. C'è una sensibilità nel suono che mi fa tornare indietro nel tempo e capisco subito se un pezzo funziona o meno con le immagini che mi vengono in mente. Ho sempre delle immagini musicali nella mia testa. E credo che sia abbastanza normale visto che quando ero piccolo mentre tutti i miei amici giocavano a calcio, io mi divertivo ad ascoltare la musica con mia sorella. Quando mi sono trasferito a New York per studiare alla scuola di regia erano i tempi del punk e io stavo tutto il giorno ad ascoltare quei pezzi". E sull'esperienza che lo ha portato a raccontare la vita di Chet Baker, ha aggiunto "Fare un documentario su Chet è stata una vera sfida perché ero suo amico e lo amavo moltissimo. Tra l'altro Chet era innamorato dell'Italia. Non avevo quasi soldi, ma volevo disperatamente finire il film. Non c'erano le attrezzature avveneristiche di oggi, così i primi spezzoni li abbiamo proiettati sul muro di un edificio storico di New York. Lì arrivò la notizia della sua morte e abbiamo tutti pianto".

Bruce Weber al Perugia Film Festival con Giulia Elettra Gorietti e Giuseppe Maggio.
Ad ogni immagine, dunque, corrisponde il giusto commento musicale, anche se la colonna sonora può sembrare straniante rispetto a quanto si vede. Il corto dedicato ai nuovi Teddy Boys inglesi, infatti, è accompagnato da un'aria di Giacomo Puccini, O mio babbino caro, cantata da Maria Callas. "Ma non l'avevo affatto pianificato - ha aggiunto Weber - Concordo con quanto detto da D.A. Pennebaker proprio qui a Perugia, quando sei sul set di un film non sai neanche dove ti trovi. Qualche settimana fa sono ritornato nello stesso locale di Londra dove avevo girato il corto con un mio assistente e ho ritrovato un sacco di persone con cui avevo lavorato all'epoca. Mi hanno riconosciuto e abbiamo passato molto tempo a chiacchierare". Fotografo celebrato e documentarista di livello, qual è il rapporto di Bruce Weber con il cinema? La risposta è meno scontata di quanto si possa pensare. "Il cinema mette in mostra il mio lato vulnerabile. Quando fai foto ti nascondi dietro ad un giornale, ma con i film è diverso. Alla premiere di Broken noses nel 1987 c'erano persone che parlavano al telefono durante la proiezione e mi sono sentito morire. Oddio non gli è piaciuto, ho pensato. E' la stessa fragilità che incarna Robert Mitchum nel mio documentario. Cantare era il suo debole. A tal punto che iniziava a sbottonarsi davvero solo dopo aver scaldato la voce con una canzone. Allora ho dovuto assumere due tecnici del suono, uno per le interviste, l'altro per le esibizioni". E se gli si chiede se è vero che nei suoi documentari, nonostante la grande gioia che viene mostrata dalle immagini, ci sia un aspetto aspetto sinistro, quasi minaccioso, Weber non ha dubbi nel rispondere. "Credo proprio di sì. E non potrebbe essere altrimenti visto che fin da piccolo i miei genitori mi portavano ogni domenica a Pittsburgh a vedere i film di Pier Paolo Pasolini e quelli di Ingmar Bergman, come La fontana della vergine. Chiaramente non ci capivo nulla. A parte questo, nel video di Being Boring ci sono tanti ragazzi e molti di loro hanno avuto vite tragiche sin da giovani. Mi piace pensare che io li ho registrati in un momento felice. Non potrò mai dimenticare il giorno in cui ho ricevuto la lettera di un modello con cui avevo lavorato. Mi diceva che era in prigione e che presto sarebbe morto di AIDS e mi ha chiesto se potevo spedire alla figlia le foto che avevamo fatto insieme. Foto in cui era un'altra persona insomma. E l'ho fatto, le ho spedite".

Bruce Weber, dalla musica alle immagini
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