BFF 2013: Daniele Vicari racconta il suo stupore per il cinema

Nonostante abbia solo quarantacinque anni, il regista conquista il Premio Casa Rossa alla Carriera, riconosciuto dal Festival di Bellaria, e non solo, come una delle voci documentaristiche più rilevanti degli ultimi anni.

Con tredici nomination ai David di Donatello e un chiaro apprezzamento internazionale, Diaz rappresenta senza alcun ombra di dubbio il successo più grande della sua carriera, ma Daniele Vicari non è certo nuovo agli apprezzamenti nei confronti del suo lavoro. Da sempre diviso tra il linguaggio di finzione e quello documentaristico, il regista ha come punto fermo l'impegno politico e sociale, mirando sempre a porre l'attenzione su quelli che sono i quesiti necessari per comprendere e, in caso, far evolvere il nostro paese. Da questa esigenza nascono le prime esperienze cinematografiche di Comunisti, Uomini e lupi e Non mi basta mai. Un lungo lavoro di documentazione e critica, questo, svolto fuori da qualsiasi appartenenza politica che nel 2002 porta al successo di Velocità massima con cui riceve il suo primo David. Ed è per questo impegno costante che oggi la trentunesima edizione del Bellaria FilmFestival gli ha attribuito il Premio Casa Rossa alla Carriera, spingendolo a fare il punto sul suo cinema.

Vicari, come ha reagito alla notizia di questo premio alla carriera assegnato ad un'età anagrafica e artistica così giovane? Daniele Vicari: Sono sorpreso, è ovvio. Però, il senso attribuito dal direttore del festival a questo premio, mi ha convinto. Vuol dire che un lavoro è stato messo a fuoco, anzi il fatto che sia stato riconosciuto gli conferisce un valore e ti aiuta a mettere a visualizzare il percorso fatto. In questo modo si è aiutati a fare il punto sulla propria attività anche se ventenni. Anzi, soprattutto se sei giovane.

Il regista Daniele Vicari da indicazioni sul set del film Diaz - Non pulire questo sangue
Quindi, facendo il punto della situazione, a che punto si trova del suo lavoro, soprattutto dopo il successo di Diaz e La nave dolce? Daniele Vicari: Sono nel guado, sto imparando a nuotare e scelgo con più precisione l'obiettivo, spostando ogni volta il limite. Il linguaggio del cinema è veramente mutevole e non si finisce mai di imparare. Non è codificabile, il che vuol dire che un regista deve scoprirlo sempre dentro di sè lasciandosi sorprendere.

In che modo ha intenzione di di spostare il limite con il suo cinema, diviso sempre tra finzione e documentario? Daniele Vicari: Non credo che esista alcuna differenza tra un film documentario e uno di finzione, per lo stesso motivo che non credo ci sia differenza tra raccontare storie intime o legate a vicende d'importanza sociale. L'unico atteggiamento che cambia è l'atteggiamento del regista. In questo momento, ad esempio, abbiamo bisogno di una classe intellettuale, di cui fanno parte artisti e giornalisti, capace di mettersi in gioco. Stiamo riflettendo sul nostro passato recente, cercando di capire cosa è accaduto e cosa ha determinato il nostro modo di essere. Perché non credo ci sia alcun limite tra un evento soggettivo ed uno politico. D'altronde nessuno di noi vive nell'isolamento dorato ma all'interno di una società globale.

In questo momento sta lavorando a Limbo, il romanzo di Melania Mazzucco. A che punto è dell'adattamento? Daniele Vicari: Del romanzo mi ha colpito l'esperienza di questa giovane donna che, nonostante sia tornata ferita dall'Afghanistan, vuole ripetere l'esperienza. Quando si vuole fare un film da un romanzo, però, è importante trovare una chiave di lettura e ancora non ci sono riuscito con questo. Vedete, noi facciamo finta di non essere un paese in guerra e solo questo particolare rende la realizzazione di una storia del genere necessaria. Tutti i giorni conduciamo la quotidianità della nostra vita come se nulla fosse poi, però, all'improvviso esce fuori un pazzo con un machete e tutti ci chiediamo da dove venga. Quindi, se non vogliamo che questa domanda sia l'espressione della nostra tragica mancanza di coscienza, dobbiamo porci dei quesiti.

Daniele Vicari sul set del film Il mio paese
Che tipo di lavoro ha fatto, invece, con Il passato è una terra straniera, tratto dal romanzo di Carofiglio? Daniele Vicari: Quello è stato un film atipico. Quando lessi il romanzo non ho potuto fare a meno di pensare a Demian di Hesse. Soprattutto per quanto riguarda la figura guida. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un giovane uomo che, ancora incapace di scegliere i propri affetti, affida se stesso ad un'altra persona più adulta apparentemente esperta fino a sperimentare esperienze al limite. Perché da giovani siamo disposti a fare qualunque cosa e a sospendere ogni giudizio pur di dare senso alla nostra vita. Nel rapporto che c'è tra Francesco e Giorgio è presente tutto questo. Giorgio, che è un intellettuale, mette il proprio destino nelle mani di un delinquentello capace di vivere tutti i suoi istinti con potenza assoluta. E tutto questo è strettamente legato al fatto che noi affidiamo, nella realtà, il nostro destino a dei personaggi dello superonistici. Non fa molta differenza. Sentiamo che ci portano da qualche parte ma, in realtà, ci conducono solo verso loro stessi.

Quale impatto ha oggi il documentario sull'industria cinematografica italiana?
Daniele Vicari: Il cinema documentario, anche dal punto di vista dei numeri, è piu importante delle fiction. Se ci pensiamo, facciamo 400 film l'anno senza mercato. Questo porta inevitabilmente a presentare almeno dieci prodotti validi. E non credo si possa dire altrettanto per la fiction. Inoltre, nel cinema tradizionale, fatto con gli attori, sono pochi i registi che riescono ad essere veramente liberi, fino in fondo. Ci sono sempre gli stessi attori, cambia la musica ma la faccia è la stessa. Poi, da spettatore, la cosa più triste che ti possa capitare è di pensare che si tratti sempre dello stesso film. Questo vuol dire che siamo in una situazione di totale mancanza di libertà. Un elemento che si deve conquistare passo dopo passo, riuscendo a dire anche dei no importanti ai produttori. Nel documentario, invece, questa problematica non esiste visto che non ci sono committenti. In questo modo un regista, che utilizza questo linguaggio per raccontare una storia, si pone solo il problema del narratore.

Che libertà hai avuto lavorando con Procacci? Vi siete scontrati? Daniele Vicari: Con Domenico abbiamo litigato moltissimo. Non credo nelle mammolette e mi piace stare accanto a persone che confliggono con me, perché è lì che la creatività trova il suo spazio. Ad esempio, un regista che soggioga il proprio montatore, rischia di fare un'idiozia. Lo scontro tra persone che condividono un'esperienza personale come fare un film è necessaria. Ci deve essere qualcuno che non è d'accordo. Con Domenico c'è un confronto costantemente acceso, ma se continua da dieci anni vuol dire che c'è anche una dialettica produttiva.

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