Ann Hui, dalla New Wave al cinema digitale

La regista madrina della New Wave racconta al pubblico del Far East sua personale esperienza artistica, oscillando tra passato e presente del cinema di Hong Kong.

Ancora colpevolmente poco conosciuta in Occidente, Ann Hui è una delle registe che più hanno influenzato il nuovo corso del cinema di Hong Kong. Il Far East Film Festival 2009 dedica un focus ai suoi lavori d'esordio realizzati per la televisione hongkonghese, vera e propria fucina di talenti nel corso degli anni Settanta. L'impianto realista delle sue prime opere mantiene molti punti di contatto con il suo ultimo film, The Way We Are, anch'esso presentato al Festival. Durante l'incontro con pubblico e giornalisti, la regista spiega l'evoluzione di questo percorso stilistico, sottolineandone gli aspetti principali.

Le produzioni televisive della TVB sono state il trampolino di lancio per molti registi che in seguito diverranno degli autori importanti nel cinema hongkonghse. Com'era lavorare a quei tempi nella televisione?

Ann Hui: Andai a Hong Kong nel 1975 per frequentare una scuola di cinematografia e dopo mi assunsero alla TVB. Ai produttori non interessavano diplomi e certificati, ma soltanto che mi dimostrassi in grado di dirigere. Ebbe subito una grande fiducia in me, affidandomi immediatamente il ruolo di regista e mettendo a mia disposizione una troupe. Alla TVB incontrai anche Patrick Tam, che però il primo giorno in cui arrivai non mi rivolse neanche la parola! È stato un momento felice della mia carriera, ci divertivamo molto anche se c'erano pochi soldi a disposizione.

I suoi lavori d'esordio in televisione hanno dato l'impulso per lo sviluppo della New Wave, che ha rivoluzionato il cinema di Hong Kong.

Ann Hui: In quel momento non ci rendevamo affatto conto di dare un nuovo impulso al cinema di Hong Kong. I miei lavori alla TVB sono stati possibili grazie al clima di estrema libertà che circolava in quell'ambiente. Ho potuto inoltre contare su una troupe con molti anni di esperienza. L'atmosfera era molto democratica e io, anche se ero ancora una novellina, ero libera di discutere (e a volte anche di arrabbiarmi) con il cameraman quando non mi trovavo d'accordo su un particolare stile di ripresa. L'esperienza in TVB è stata molto intensa anche se è durata solo 18 mesi: dopo, per motivi economici sono dovuta passare a una compagnia televisiva più redditizia, la ICC. In realtà tutto quello che ho imparato nei 18 mesi alla TVB l'ho messo a frutto nel corso della mia futura carriera.

Che tipo di libertà le era concessa a quel tempo dai produttori?

Ann Hui: I produttori di allora amavano veramente il cinema, cosa molto difficile da trovare oggi. A Celina in realtà non importavano gli indici d'ascolto, preferiva piuttosto realizzare dei prodotti artistici. A noi registi era lasciata una libertà incredibile. Avevamo la possibilità di uscire per strada con la macchina da presa e filmare gli aspetti della realtà che più ci interessavano.

Parliamo del suo ultimo film, The Way We Are. Ci può descrivere la genesi della sua opera?

Ann Hui: Dopo aver realizzato alcuni film in Cina nel 2007 sono tornata a Hong Kong. Già nel 2004 ero venuta a conoscenza di un fatto di cronaca che mi aveva interessato, il massacro di un'intera famiglia, e mi interessava portalo sullo schermo. Ho però incontrato numerose resistenze da parte dei produttori e alla fine ho dovuto rinunciare. Nel frattempo il produttore Wong Jing mi chiese di realizzare un progetto per la televisione. Mi venne subito in mente un copione che mi spedì una studentessa di giornalismo, incentrato sulle comunità cinesi immigrate a Hong Kong. Da questo spunto è nata l'idea per The Way We Are.

Come ha proceduto nell'adattare per lo schermo una sceneggiatura non sua?

Ann Hui: Lo script mi ha convinta subito. Leggendolo percepivo un senso di autenticità che stavo cercando da tempo. Per questo motivo ho deciso di mantenermi fedele alla struttura originale della sceneggiatura, limitandomi a fare solo qualche piccolo aggiustamento, come l'inserimento di fotografie d'epoca e la decisione di concludere il film con il Festival della Luna, che mi è sembrava adatto per rappresentare i personaggi.

Da cosa deriva l'approccio stilistico scelto per girare The Way We Are?

Ann Hui: Il mio approccio di regia è stato sempre imperniato sul realismo. Nel corso della mia carriera mi sono cimentata con diversi generi, anche fantastici, ma alla fine ciò che preferisco fare sono opere realistiche. In questo senso trovo le camere digitali molto più versatili e meno "intrusive", in grado di conferire un approccio più documentario. Abbiamo lavorato a lungo con l'art director per individuare luoghi e ambienti che fossero il più possibile autentici. Ci siamo rivolti anche a un assistente sociale che ci ha mostrato un appartamento assegnato a una donna e a suo figlio, da cui abbiamo tratto spunto.

Quali sono i registi che l'hanno influenzata di più?

Ann Hui: Sono troppi. Il regista che ho amato di più è forse Akira Kurosawa, mentre devo confessare che non ho mai apprezzato molto Yasujiro Ozu: l'ho sempre considerato noioso. Altri autori che adoro sono King Hu, Roman Polanski e, in epoca più recente, Hou Hsiao Hsien. Anzi, direi che con The Way We Are ho realizzato un'imitazione soddisfacente dei film di Hou Hsiao Hsien!

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