Aki Kaurismäki: 60 anni di alcool, malinconia e grande cinema

Ripercorriamo la carriera del grande regista finlandese in occasione del suo sessantesimo compleanno e dell'uscita nelle sale italiane del suo nuovo film.

The Other Side of Hope: Aki Kaurismaki a Berlino

È nato il 4 aprile 1957, nella città di Orimattila, Aki Kaurismäki, rarissimo esempio di cineasta finlandese capace di superare i confini nazionali e scandinavi e farsi conoscere ed acclamare a livello internazionale: i suoi film sono spesso ospitati da festival come Cannes e Berlino (senza dimenticare la retrospettiva integrale a Locarno nel 2006), e L'uomo senza passato, premiato sulla Croisette, è persino riuscito a conquistare quella che per ora è l'unica candidatura all'Oscar per la Finlandia nella categoria del film straniero. All'ultima Berlinale ha vinto il premio per la regia grazie a L'altro volto della speranza, che esce ora in sala in Italia ed è, stando allo stesso Kaurismäki, il suo addio alla regia cinematografica (affermazione che sarebbe però da prendere un minimo con le pinze poiché già nel 1994 il regista aveva dichiarato di volersi congedare dal suo mestiere prediletto). Qualora ciò fosse vero, si tratterebbe di un epilogo più che rispettabile per una carriera alquanto ammirevole, che dura da oltre trent'anni, all'insegna della cinefilia più pura (a Berlino L'altro volto della speranza era l'unico film in concorso ad essere proiettato in pellicola, essendo Kaurismäki uno dei più noti detrattori del cinema digitale).

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Collaborazione fraterna

I primi passi di Kaurismäki in ambito cinematografico, dopo la laurea all'università di Tampere e una dieta a base di pellicole di ogni tipo, spesso grazie ai cineforum organizzati da Peter von Bagh, sono in quanto co-sceneggiatore e attore al servizio del fratello maggiore Mika Kaurismäki. I due fondano insieme la società di produzione Villealfa (un omaggio ad Agente Lemmy Caution, missione Alphaville di Jean-Luc Godard) e, con la complicità di von Bagh, il Midnight Sun Film Festival, organizzato ogni anno nella città di Sodankylä nel mese di giugno, nel periodo in cui il sole ufficialmente non tramonta mai. Il sodalizio con "Petteri", critico e cineasta che ha segnato intere generazioni di cinefilia in Finlandia, è fondamentale: è lui a curare la monografia dedicata a Kaurismäki in occasione dell'omaggio locarnese, e i titoli di coda de L'altro volto della speranza iniziano con una dedica a von Bagh, scomparso nell'autunno del 2014.

Ambizioni letterarie

Per il suo esordio dietro la macchina da presa, nel 1983, Kaurismäki sceglie un testo imprescindibile della letteratura mondiale, adattato alla Helsinki di quegli anni: nasce così Delitto e castigo, riflessione sul senso di colpa coniugata attraverso lo stile inconfondibile del regista, a base di asciuttezza mista ad uno humour abbastanza bislacco, con dialoghi scarni recitati senza slanci emotivi e in un finlandese correttissimo, senza inflessioni dialettali di alcun tipo (lo stesso approccio verrà poi applicato alla lingua francese in Vita da bohème e Miracolo a Le Havre). L'umorismo sottile nei suoi film porta Kaurismäki ad essere accostato all'americano Jim Jarmusch, con il quale nasce una curiosa doppia collaborazione: l'autore di Stranger than Paradise appare in un cameo in Leningrad cowboys go America, e successivamente omaggia il collega girando l'ultimo segmento di Taxisti di notte nella capitale finlandese, con gli attori-feticcio di Kaurismäki nei ruoli principali.

Aki Kaurismäki in una bella immagine

Gli adattamenti letterari attraversano con una certa regolarità la filmografia del regista fino al 1999, anno in cui esce Juha, tragedia basata su un noto romanzo finlandese e figlia di una cinefilia molto particolare in quanto pellicola muta, scelta dovuta ad una ragione puramente pratica: l'attore francese André Wilms, scritturato nel ruolo del perfido Shemeikka, non parla una parola della lingua di Kaurismäki, il quale non aveva nessuna intenzione di cercare un altro interprete per la parte dell'antagonista (lo stesso Wilms ha successivamente svelato che, per questioni di labiale, fu comunque costretto a recitare in un finlandese stentato durante le riprese). Ancora più radicale è Hamlet Goes Business, trasposizione del testo di Shakespeare che per l'occasione diventa una feroce satira sulla borghesia finnica, dove la tradizionale riservatezza del cineasta a livelli di dialoghi colpisce anche il celebre soliloquio del protagonista: nel mondo di Kaurismäki, non c'è spazio per le meditazioni introspettive, solo beffardo silenzio mentre la macchina industriale rimane in moto nonostante le numerose morti che colorano il bianco e nero delle stanze del potere a Helsinki.

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Alcool e musica

Una sequenza del drammatico Le Havre di Aki Kaurismaki

Considerando che il diretto interessato suddivide i propri film in due categorie, in base a quanto fosse (poco) sobrio durante le riprese, non sorprende affatto che l'alcool abbia un ruolo importante nell'universo di Kaurismäki. Che si tratti di birra o Koskenkorva (l'alcolico preferito dei finlandesi, noto anche come Kossu), le anime silenziosamente disperate di Helsinki bevono spesso e volentieri, accompagnando la consumazione con l'immancabile sigaretta. Sullo sfondo è possibile udire musiche giustamente malinconiche, tra brani locali e versioni più "tristi" di canzoni internazionali conosciute. L'eccezione a questa regola, a parte alcuni esilaranti videoclip girati dal regista, è il dittico consacrato ai Leningrad Cowboys, "la peggiore rock band del mondo", con il caratteristico ciuffo e un repertorio musicale improbabilmente orecchiabile, al punto che i vari membri della band hanno continuato ad esibirsi per davvero dopo l'uscita dei film. Il secondo episodio, Leningrad Cowboys Meet Moses, uscito nel 1995 e meno apprezzato dell'originale, è anche un ottimo esempio dell'autoironia di Kaurismäki, che definisce simpaticamente il film "masterpiece of shit".

Volti nordici

Una scena del drammatico Le Havre, di Aki Kaurismaki

Per anni il cinema di Kaurismäki è stato simboleggiato da Matti Pellonpää, detto Peltsi, incarnazione perfetta di quell'understatement che caratterizza la recitazione richiesta dal cineasta, la cui asciuttezza si estende anche al metodo di riprese: in genere non gira più di due ciak per scena, avendo a disposizione attori che sanno esattamente cosa fare senza bisogno di lunghe discussioni sulla psicologia e le motivazioni dei personaggi. Con l'eccezione di Ariel, Pellonpää è apparso in tutti i film del regista fino al 1995, anno della morte prematura, e gli è stato regalato un cameo postumo in Nuvole in viaggio, sequel tematico di Ombre nel paradiso dove l'attore, nei panni del mitico Nikander, rappresenta al meglio la classe operaia che lotta per la propria dignità con sarcastico stoicismo. Al suo fianco abbiamo spesso visto Kati Outinen, la musa del regista e vincitrice del premio come migliore attrice a Cannes per L'uomo senza passato. Altre presenze più o meno fisse in questo universo bislacco sono Sakari Kuosmanen, Elina Salo, Esko Nikkari, Kari Väänänen, Janne Hyytiäinen e il già menzionato André Wilms, uno dei pochi membri internazionali della famiglia di attori di Kaurismäki, così come il connazionale Jean-Pierre Léaud, simbolo di quella Nouvelle Vague tanto cara al cineasta e memorabile protagonista di Ho affittato un killer.

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L'ottimismo dei perdenti

Il piccolo Blondin Miguel insieme al suo cane in una scena del film Miracolo a Le Havre

I personaggi dei film di Kaurismäki sono descritti alla perfezione dall'appellativo assegnato alle sue due trilogie: quella degli operai (Ombre nel paradiso, Ariel e La fiammiferaia) e quella dei perdenti (Nuvole in viaggio, L'uomo senza passato e Le luci della sera). Vivono ai margini, ma affrontano ogni giorno sofferenze e umiliazioni con un minimo di speranza, il più delle volte andando incontro a quello che può banalmente essere considerato un happy end, ma intriso di tanta tristezza. Una terza trilogia, inaugurata da Miracolo a Le Havre e forse interrotta se il regista intende davvero ritirarsi dopo L'altro volto della speranza, avrebbe esplorato i porti e l'Europa vista dagli stranieri, per l'esattezza gli immigrati clandestini che quotidianamente partono alla ricerca di un destino meno infelice. Una realtà che si introduce con prepotenza nel mondo di Kaurismäki proprio nell'ultimo film, che affronta apertamente la questione spinosa della Siria. Ma neanche l'attualità più tragica può influire più di tanto sulla poetica fiabesca del cineasta, che continua imperterrito con le sue storie credibilmente surreali e si congeda - forse - dal pubblico con un titolo dove è inclusa, senza un briciolo di ironia, la parola "speranza". Speranza per l'umanità, e per il cinema. Noi vogliamo rispondergli con quella brevità che lui apprezza tanto: kiitos, ja näkemiin. Grazie, e arrivederci.

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