Perché Sanremo non è più Sanremo

Si chiude la 58sima edizione del festival ed è tempo di bilanci. Dal disastro degli ascolti allo scandalo Bertè, fino alla vittoria scontata del duetto Giò Di Tonno-Lola Ponce: cosa resterà di Sanremo 2008?

Massimo Borriello

Sanremo ha fatto flop. Si è finalmente chiusa l'edizione del disastro Auditel di un concorso di canzonette che non è più evento, ma deve arrendersi alle leggi del varietà e come tale viene percepito e giudicato dai telespettatori. Quest'anno Sanremo è stato il teatro del nulla: sono mancati i superospiti stranieri, sono mancate le novità in termini di conduzione, ma soprattutto sono mancate le canzoni. Dei giovani presenti a quest'edizione del festival siamo certi che, nel giro di pochi giorni, nessuno si ricorderà più, ma a cadere nell'oblio sono destinate anche le canzoni dei campioni. Perché i selezionatori di quest'anno hanno certamente fallito nel mettere insieme un cast all'altezza dell'evento, coi soliti nomi tirati fuori dalla naftalina unicamente per l'occasione sanremese, e anche i testi, potenzialmente più provocatori, sono affogati in una retorica insopportabile offrendo sguardi anonimi su un paese come il nostro che forse non può più essere cantato, o su sentimenti che attraverso i pezzi facili del cantautore o dell'interprete di turno non hanno più nulla da trasmettere. Allora si è studiato ad arte il caso clamoroso, come quello che ha visto protagonista Loredana Bertè accusata di plagio e perciò eliminata dal concorso, ma ciò non è bastato a portare qualche spettatore in più ad una manifestazione ormai agonizzante.

Perché Sanremo non è più Sanremo, il calo degli ascolti è una realtà che non può più essere negata e con la quale da oggi in poi gli organizzatori dovranno fare i conti, ripensando una formula che ha smesso di funzionare, tanto più che quest'anno non c'era neppure una controprogrammazione agguerrita che giustificasse la debacle di Baudo e compagnia. Già la prima serata del festival era stata un autentico disastro in termini di ascolti, ma qualcuno cercava di arrampicarsi sugli specchi tirando in ballo la drammatica notizia di cronaca, relativa al ritrovamento dei cadaveri dei due fratellini di Gravina in Puglia, recuperati venti mesi dopo la loro scomparsa, che avrebbero dirottato l'interesse del pubblico verso il programma di RaiTre, Chi l'ha visto?, che si occupava quella stessa sera del caso. Impossibile però trovare delle scuse altrettanto plausibili per le serate successive che hanno visto una inarrestabile emorragia di spettatori, arrivando al vero e proprio disastro della serata finale di sabato: un ascolto medio pari a 8 milioni e 124 mila spettatori, per uno share del 44,90%, ben dieci punti in meno rispetto allo scorso anno. Alla fine Baudo s'è dichiarato comunque soddisfatto della sua prestazione alla guida di Sanremo, dichiarando in conferenza stampa: "Quasi tutti i giornali mi hanno dato la sufficienza: a 72 anni prendere un 6 fa bene. Significa non essere bocciati e aver superato la prova".

E se i risultati del festival in termini di Auditel invocano una rapida rivoluzione per recuperare almeno parte degli spettatori persi, quelli relativi alle canzonette vincitrici fanno ripiombare Sanremo indietro di anni, alle sue pagine peggiori, con una classifica davvero imbarazzante. A determinarla la giuria demoscopica, il televoto e un pool di giurati di qualità che nella serata conclusiva hanno espresso il loro voto palese sulle canzoni con numeri che hanno dato subito un'idea della loro scarsa competenza (come giustificare altrimenti il 10 dato da Emilio Fede al pezzo di Anna Tatangelo o le votazioni lusinghiere per Mietta e Toto Cutugno?). Alla fine a vincere è il più classico dei duetti: un uomo e una donna che si dichiarano il proprio amore fin dal primo incontro. Il pezzo interpretato da Giò di Tonno e Lola Ponce è scritto da Gianna Nannini e sarà inserito nel musical su Pia De' Tolomei che l'artista toscana farà debuttare entro l'anno nei teatri italiani, dopo una gestazione durata addirittura sette anni. "Colpo di fulmine" racconta del primo incontro tra Nello e Pia, gentildonna del XIII secolo citata da Dante nel V canto del Purgatorio. Una canzone di certo onesta quella che i due artisti, già ingaggiati come futuri protagonisti del musical in questione, hanno portato sul palco dell'Ariston e che già dalle prime note faceva prevedere un suo possibile trionfo, portando nel suo dna il marchio di "canzone perfetta per la vittoria".

Alla vigilia la più accreditata per la vittoria era invece Anna Tatangelo che ha presentato una canzone su un ragazzo omosessuale scritta dal compagno Gigi D'Alessio. Dopo aver ascoltato "Il mio amico" l'impressione della bufala era però enorme: non solo musica già abbondantemente superata, ma soprattutto un testo agghiacciante, retorico, stereotipato, dal quale hanno preso le distanze tutte le associazioni gay, e in più scritto in un italiano stentato, con qualche licenza poetica di troppo. Basterebbe anche solo un passaggio come "E a chi dice che non sei normale tu non piangere su quello che non sei" per inserire la canzone nella storia delle cose peggiori passate a Sanremo, ma qualcuno ha inspiegabilmente abboccato e la Tatangelo si è classificata addirittura al secondo posto. Quando la giovane cantante di Sora è salita sul palco per ritirare il premio è stata però subissata dai fischi dell'intera platea alla sua dichiarazione d'amore per D'Alessio. Forse la Tatangelo è riuscita a distogliere l'attenzione del pubblico dal valore reale della canzone, presentandosi all'Ariston avvolta in un elegante abito da sera e col viso nascosto da un trucco pesantissimo, ma il suo resta il pezzo più sbeffeggiato di quest'edizione, con tanto di splendida parodia da parte di Elio e le storie tese nel corso del Dopofestival e canzoni rapidamente pullulate in rete a prendere in giro i luoghi comuni del pezzo in questione.

Terzo classificato il vincitore dei giovani dello scorso anno, Fabrizio Moro, che dopo il pezzo sulla mafia, quest'anno ha proposto la più classica delle canzoni d'amore in stile Vasco Rossi, che non ha mancato di urlare, con aria da maledetto, in un ritornello che ha fatto gridare vendetta alle orecchie degli incolpevoli telespettatori. "Eppure mi hai cambiato la vita" il titolo del suo brano, peccato non gli abbia cambiato anche la voce. Del resto della classifica sarebbe forse meglio tacere, divisa tra vecchie glorie che ripropongono canzoni grigie come i loro capelli e giovani leve amate dai ragazzini, ma dall'offerta musicale che scontenterebbe anche i fan più accaniti. Così Toto Cutugno, eterno secondo, stavolta si deve accontentare della medaglia di legno e il "Falco chiuso in gabbia" del suo pezzo resta di un pelo giù dal podio, ma non può certo lamentarsi vista la muffa sulle sue ali. Certamente più dignitoso il pezzo di un altro dinosauro della manifestazione, Little Tony, che con la sua "Non finisce qui" ha suscitato una certa tenerezza per i suoi cinquant'anni di carriera festeggiati con un nono posto e una canzone che saluta con nostalgia e orgoglio un percorso che l'ha portato nuovamente sul palco dell'Ariston insieme alla figlia, tra i membri del coro di cui ha deciso di circondarsi per impreziosire la sua esibizione.

Nella classifica ufficiale, di cui sono state diramate solo le prime dieci posizioni, considerando a pari merito il resto dei cantanti, figurano quindi anche nomi di artisti amati dai giovani, come Finley e Paolo Meneguzzi, ma ancora nulla di nuovo sotto i riflettori dell'Ariston, solo ennesime stecche e pezzi che ignorano qualsiasi concetto di originalità. Nel polverone sanremese ci finisce anche Tony Hadley, storico leader degli Spandau Ballet, che ha accompagnato Meneguzzi nell'esibizione di giovedì, sfoggiando una pronuncia così catastrofica da rendere il duetto tristemente ridicolo. Fuori dai primi dieci, si aggiudica però il premio della critica intitolato a Mia Martini un artista alla sua prima volta a Sanremo, Tricarico, con quella che è di sicuro la più bella canzone di questo festival, "Vita tranquilla", che ha sofferto però dell'interpretazione a tratti imbarazzante del cantante, non certo tra le migliori ugole del nostro panorama. Legati a Tricarico anche degli episodi poco piacevoli accaduti sul palco dell'Ariston, dal siparietto della prima serata che ha visto il cantante alquanto infastidito dalle battute della coppia Chiambretti-Baudo (con la puntuale vendetta del presentatore che, dopo l'esibizione del cantante, ha colto la palla al balzo per sottolinearne la disastrosa esibizione) alla parolaccia scappata a microfono aperto e rivolta ad un Chiambretti che stava scimmiottando la sua uscita di scena della prima sera.

Tra gli altri artisti fuori dalla classifica citiamo Michele Zarrillo, che ha portato al festival una canzone sicuramente che non brilla per estrosità, ma che è dignitosa e orecchiabile, in più eseguita con il solito stile impeccabile e che ha dato tregua agli spettatori stremati di Sanremo che quest'anno hanno dovuto subire un continuo avvicendarsi di stecche e di canzonette irritanti. La sua "L'ultimo film insieme" forse non è destinata a lasciare il segno, ma a noi piace ricordarla come una delle cose più raffinate sentite a Sanremo quest'anno. D'altra parte, già l'annuncio del cast di questa 58esima edizione ci aveva fatto storcere il naso e l'unico reale motivo d'interesse veniva da un solo nome: Loredana Berté. Ed in effetti questo è stato il suo festival, nel bene e nel male. Il vero evento era quindi la sua esibizione, artista provocatrice che ha rincorso per anni un ritorno al festival da protagonista, ma la sua "Musica e parole" ha fatto parlare fin troppo di sé. Dopo poche ore dalla sua esecuzione era già stato servito lo scandalo: il pezzo si è scoperto infatti identico ad un brano di Ornella Ventura del 1988. Inevitabile l'esclusione dalla gara, ma l'affetto del pubblico per la cantante è rimasto immutato e la Berté si è potuta esibire in coppia con Spagna sia nella serata di giovedì che in quella di venerdì, nel corso della quale le è stato consegnato un premio speciale alla carriera assegnatole della città di Sanremo.

Il momento più emozionante per la Berté è stato però il ritiro di un premio attribuito dai giornalisti della sala stampa a sua sorella, Mia Martini, nel 1982, quando venne istituito per la prima volta, ma non ci fu il tempo per realizzarlo. La cantante, ritirando il premio ventisei anni dopo per conto di sua sorella morta suicida, è scoppiata in lacrime e di fronte alla standing ovation da parte della platea ha dichiarato: "Sono tanti anni che aspetto di ricevere questo premio per portarmelo a casa. Volevo un festival normale perché queste immagini rimarranno in eterno, volevo fare la seria perché con Sanremo ho sempre giocato sbagliando, volevo essere semplice per portarmi a casa questo premio. Però mi sarebbe anche piaciuto restare in gara, ma grazie lo stesso." Alla Berté inoltre è andato anche il premio della sala stampa radio e tv. Di certo non potrà sottrarsi alle sue colpe, ma la sua umiltà e l'abilità nell'affrontare con grande dignità la vicenda rendono comunque la Bertè il personaggio più simpatico ed autentico di questo festival così anonimo.

Le luci a Sanremo si sono quindi spente. Tra i giovani hanno vinto i Sonohra, ma già non ricordiamo quale sia il motivo (e il perché) della loro canzone, mentre il pezzo di Giò Di Tonno e Lola Ponce, che entra di diritto a far parte degli annali del festival, si fregerà comunque dei passaggi nel musical di Gianna Nannini. Piero Chiambretti, che ha tentato, riuscendoci solo a tratti, di modellare col suo umorismo un festival ormai già imbalsamato, se ne torna nella notte di La7, mentre Pippo Baudo dovrà ora affrontare i dati spietati che probabilmente gli negheranno la direzione artistica e la conduzione del prossimo festival della canzone italiana. Tra i probabili nomi del successore di Baudo circolano in queste ore quelli di Gerry Scotti, Christian De Sica e (ma qui si tratta di fantatelevisione) Jovanotti, mentre direttore artistico potrebbe essere Claudio Cecchetto. Come dire, l'innovazione è qualcosa da tenere sotto controllo.
Sparito l'evento, cosa resta di Sanremo? E' finita l'era delle canzonette, agli italiani è passata anche la voglia di fischiettare un motivetto stupido, ma orecchiabile. Segni dei tempi che cambiano, perché nessuno ha più voglia di accontentarsi di un festival della noia, di una trasmissione televisiva paralizzata dal terrorismo della par-condicio e sfiancata da una durata eccessiva che non propone mai momenti interessanti.
Arrivederci Sanremo, ciao, l'appuntamento resta per l'anno prossimo, sperando sopravviva almeno il Dopofestival, che si è rivelato anche quest'anno la parte migliore di un circo a cui nessuno ha più voglia di assistere.

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