Luigi Falorni difende a Berlino il suo Feuerherz

Il regista de 'La storia del cammello che piange' ha presentato a Berlino il suo ultimo film, ispirato a 'Cuore di fuoco' di Senait Mehari.

Massimo Borriello

E' di un regista italiano il film più controverso del 58° festival di Berlino, avviato in questi giorni alla sua conclusione. Pochi minuti prima della proiezione stampa di Feuerherz (Cuore di fuoco) di Luigi Falorni l'impressione che le cose non sarebbero andate per il verso giusto era già palpabile. Mentre al Berlinale Palast, infatti, stava per essere proiettato il film, un piccolo gruppo di eritrei si era assiepato di fronte alla struttura per manifestare contro la pellicola di Falorni, tratta dal romanzo autobiografico di Senait Mehari, brandendo cartelli con slogan come "stop alla pornografia dell'esotismo". Al centro delle polemiche è proprio il libro della Mehari, secondo la quale ci sarebbero state, durante la guerra tra Eritrea ed Etiopia degli anni 80, centri di addestramento militari per bambini. I dimostranti considerano questa una grave distorsione della storia, perché per una legge eritrea era espressamente vietato ai minori di 18 anni di prendere parte ad azioni militari. Protagonista di Feuerherz è una bambina che viene consegnata dal padre indipendentista all'esercito di liberazione per farne un soldato, ma che saprà superare gli orrori della guerra trovando riparo in Sudan. La Mehari è già stata condannata in Germania a pagare un risarcimento pari a novemila euro ai suoi ex-compagni che le hanno fatto causa per aver mistificato gli eventi e a Berlino si è guardata bene dal farsi vedere in giro. Il regista fiorentino, candidato all'Oscar nel 2005 per il suo bel documentario La storia del cammello che piange, deve affrontare una conferenza stampa piuttosto tesa, ma intanto il suo film, di produzione tedesca, è già stato acquistato a Berlino dalla BIM che lo distribuirà in Italia.

Falorni perché ha deciso di adattare per il suo nuovo film un romanzo così controverso come Cuore di fuoco di Senait Mehari? Luigi Falorni: In realtà il libro ci è servito solo come ispirazione, ma poi ho dovuto sviluppare la storia a modo mio, inserire qualche elemento fittizio, per parlare di cose più generali e farla diventare una buona sceneggiatura. Quello che mi interessava era raccontare una storia universale di bambini in guerra.

Ci sono state numerose polemiche sul libro della Mehari per via di questi presunti bambini soldato di cui racconta, che secondo un gruppo di appartenenti al fronte di liberazione eritrea che sta manifestando qui fuori non sono mai esistiti. Come replica a queste polemiche? Luigi Falorni: Ho cominciato a documentarmi per questo progetto dall'inizio del 2006. Ci sono varie foto, testimonianze e i risultati di un'inchiesta ufficiale che indicano chiaramente che ci sono stati episodi di minorenni eritrei che hanno imbracciato le armi nella guerra di liberazione. Molte delle informazioni che ho raccolto saranno presto disponibili su un sito web creato appositamente per diffondere il materiale raccolto durante la lavorazione del film che non lascia spazio a dubbi: l'impiego di giovani soldati minorenni in Eritrea è avvenuto. La versione ufficiale è che venivano mandati a scuola, ma così non era. Ci sono immagini che mostrano l'opposto. Se vengo attaccato per aver realizzato un film che parla di cose non autentiche allora devo difendermi, e lo farò.

Lei ha dichiarato che voleva raccontare la parabola di una bambina in guerra che riesce ad affrontare l'orrore e ad uscirne sana e salva. Perché non ha scelto allora altri conflitti dove questo accade davvero, come in Uganda o in Sierra Leone? Luigi Falorni: Non era nostra intenzione fare un film sui bambini costretti ad uccidere e a mangiare altre persone o fare un film sull'esercito di resistenza, ma su cosa imparano i bambini e come crescono in queste situazioni. Per trent'anni l'Eritrea ha combattuto contro un paese molto più grande, appoggiato da Stati Uniti e Israele, ma la situazione non era certo drammatica e spaventosa come quella in Uganda o in Sierra Leone. Quando ho letto il libro della Mehari ho pensato a questa lotta eroica degli eritrei e a tutte le cose che sono successe negli ultimi trent'anni in quel posto. La realtà della guerra non è un'idea e tanti bambini ne sono coinvolti, io non volevo rimanessero sullo sfondo.

Quali difficoltà ha incontrato nel girare il film? Luigi Falorni: Il governo eritreo ci ha negato i permessi per girare sul territorio nazionale e ci siamo allora spostati a Nairobi, in Kenya, dove c'è la più grande comunità di emigrati eritrei. Una volta lì parte del cast è scomparso perché ha avuto paura di ritorsioni dopo aver ricevuto telefonate minatorie. Il lavoro di casting è stato molto lungo, e alla fine a recitare nel film, in lingua tigrinì, sono stati i rifugiati del campo profughi di Kakuma. Le condizioni di lavoro in Kenya non erano facili, ci siamo trovati a dover affrontare forti venti e tempeste di sabbia, ma a far tornare il buonumore a tutta la troupe interveniva sempre Letekidan Micael, la bambina protagonista del film.

Come l'ha trovata? Luigi Falorni: E' stata una delle prime ad essere scritturate per il film. Era una bambina con un entusiasmo e un'energia che ci ha letteralmente conquistati. Sapevo di trovarmi in una posizione non facile, dovendo mettere in mano ad una bambina di dieci anni un'arma e spiegarle come si usasse, farle capire la differenza tra recitare e il fatto che queste cose succedono davvero, ma lei è una bambina molto intelligente che non ha mai avuto problemi a fare ciò che le chiedevo, e poi aveva questa solarità che faceva passare ogni malumore.

Luigi Falorni difende a Berlino il suo Feuerherz
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