James Dean: dalla “gioventù bruciata” al biopic Life, l’icona di un divo ribelle e malinconico

L'uscita della pellicola biografica Life, con l'attore Dane DeHaan nel ruolo di James Dean, ha riportato al centro dell'attenzione una delle figure più celebrate e misteriose di Hollywood: tre soli film per entrare nella leggenda, un incidente fatale all'età di 24 anni e uno statuto iconico ancora intramontabile, a 60 anni di distanza.

Sogna come se dovessi vivere per sempre. Vivi come se dovessi morire oggi.

James Dean
James Dean

24 anni, attore

Forse nessuna stella è bruciata con tanta rapidità quanto quella di James Dean. Il 9 marzo 1955, a New York, la Warner Bros presentava in anteprima mondiale La valle dell'Eden, trasposizione dell'omonimo romanzo di John Steinbeck ad opera del regista Elia Kazan, con l'attore ventiquattrenne nel suo primo ruolo cinematografico accreditato. Sei mesi più tardi, il 30 settembre 1955, la Porsche 550 Spyder guidata da James Dean si scontrava frontalmente con un'altra auto sulla U.S. Route 466, in California, provocando la morte del giovane pochi minuti dopo l'incidente.

James Dean per Life Magazine

La parabola di James Dean, tuttavia, non si sarebbe esaurita in quei sei mesi sulla cresta dell'onda, nel corso dei quali l'attore nato a Marion, una cittadina dell'Indiana, venne considerato una delle maggiori promesse di Hollywood. Il 27 ottobre 1955, meno di un mese dopo la sua morte, nelle sale americane approdava Gioventù bruciata, cult movie diretto da Nicholas Ray che avrebbe contribuito in misura determinante alla consacrazione di James Dean come volto simbolo di un'intera generazione, mentre un anno più tardi, nell'autunno 1956, sarebbe stato distribuito al cinema anche il terzo ed ultimo film di Dean, Il gigante, maestosa saga familiare per la regia di George Stevens in cui Dean, scomparso poco prima di terminare le riprese, divideva la scena con Elizabeth Taylor e Rock Hudson. Oltre alle due nomination all'Oscar postume ottenute nell'arco di due anni per La valle dell'Eden e Il gigante (un caso unico nella storia dell'Academy), questa ridottissima filmografia sarebbe stata sufficiente a far assumere alla figura di James Dean una statura iconica che, a sessant'anni di distanza da quel tragico scontro sulla Route 466, sembra essere rimasta inalterata.

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Sono convinto che avrò successo perché da un lato io sono come Montgomery Clift che dice 'aiutami!' e dall'altro lato sono come Marlon Brando che grida 'vaffanculo!'... da qualche parte nel mezzo c'è James Dean.

Un "ribelle senza causa" a Hollywood

James Dean

Eppure James Dean, prima di essere un divo o un sex symbol, è stato soprattutto un attore, e soprattutto un grande attore. Non a caso ad accorgersi di lui era stato un maestro quale Elia Kazan, uno di quei registi in grado di ottenere performance miracolose dai propri interpreti - nonché, non dimentichiamolo, l'uomo che nel 1951 aveva avviato un certo Marlon Brando verso la leggenda grazie al capolavoro Un tram che si chiama Desiderio. Fino al 1954, prima di essere ingaggiato da Kazan per La valle dell'Eden, Dean aveva fatto la comparsa in televisione, poi a vent'anni si era trasferito a New York, dove era stato ammesso nel prestigioso Actors Studio di Lee Strasberg, e da allora si era fatto notare a teatro e in altri ruoli minori per il piccolo schermo, in attesa della grande occasione.

La valle dell'Eden: James Dean

Kazan, con l'approvazione dello scrittore John Steinbeck (che aveva trovato James Dean perfetto per la parte), decise quindi di scritturarlo per impersonare Cal Trask, figlio sensibile ed inquieto di Adam (Raymond Massey), che non perde occasione per mostrare di preferirgli il fratello Aron (Richard Davalos). E a dar prova del talento di Dean, della sua tendenza istintuale che lo portava a immergersi nel personaggio, assecondandone appieno le emozioni, basterebbe ricordare la scena più memorabile dell'intero film: quella in cui Cal, nel momento in cui Adam rifiuta con irrenza il denaro del ragazzo, scoppia in lacrime e stringe il padre in un abbraccio disperato. Un abbraccio improvvisato da Dean nel corso delle riprese, ma che colpì Kazan a tal punto da fargli decidere di mantenere la sequenza nel montaggio finale.

Gioventù bruciata: James Dean e Natalie Wood

Ma a consegnare all'immaginario collettivo il James Dean che tutti conosciamo, quello stesso anno fu un'altra pellicola: Gioventù bruciata, il film più amato di un regista innovativo e di rottura come Nicholas Ray, in cui Dean si trovò a recitare accanto ad altre due nuove star in ascesa della Hollywood degli anni Cinquanta, Natalie Wood e Sal Mineo. Il protagonista di Gioventù bruciata, Jim Stark, adolescente temerario e sregolato che fatica a farsi comprendere dai suoi genitori, è uno di quei personaggi capaci di sintetizzare gli umori di un'epoca e il disagio di un'intera generazione (l'emblematico titolo originale del film è Rebel Without a Cause); e il look di James Dean nella pellicola, con il giubbetto rosso sulla t-shirt bianca, i jeans, lo sguardo spavaldo ma da cui trapela anche un appassionato romanticismo, hanno sancito la trasfigurazione dall'attore all'icona.

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Essere un bravo attore non è facile. Essere un uomo è ancora più difficile. Prima che sia finita, io voglio riuscire ad essere entrambe le cose.

Too fast to live, too young to die

Una scena di Gioventù bruciata

L'uscita di Gioventù bruciata, e la sua macabra coincidenza con la morte di James Dean, hanno portato ad una pressoché immediata identificazione, agli occhi del pubblico, fra l'attore e Jim Stark. Per i teenager degli anni Cinquanta, in una società ancora dominata da uno strisciante senso di puritanesimo, questo giovane impulsivo, pronto ad infrangere le regole, diventava così l'alfiere di un diffuso ribellismo generazionale, ma anche un modello di coolness paragonabile probabilmente, in quello stesso decennio, soltanto a Elvis Presley (che avrebbe pubblicato il suo primo album qualche mese più tardi). Ma il carisma di James Dean, la sua aura di ribelle romantico e la dimensione larger than life della sua vicenda biografica, hanno saputo resistere alla prova del tempo e all'avvicendarsi delle mode. Forse anche in virtù degli angoli più misteriosi e indecifrabili della figura di Dean, nonché alla sua capacità di sintetizzare aspetti in apparenza opposti: la durezza da ragazzo di strada insofferente alle convenzioni borghesi e la sensibilità tormentata, il machismo e il fascino virile, ma anche la presunta bisessualità (a cui lo stesso Dean fece un'implicita allusione) e lo statuto di icona gay.

Un ritratto di James Dean

Il mondo del rock, in particolare, non ha potuto fare a meno di trarre ispirazione dal "personaggio James Dean", o da un genere di sex appeal diventato praticamente un archetipo. "You were the lowdown rebel if there ever was / Even if you had no cause / James Dean, you said it all so clean", cantavano nel 1974 gli Eagles in James Dean, brano composto insieme a Jackson Browne e tratto dall'album On the Border. Nel 1971, il proverbiale giubbotto indossato da James Dean viene inserito da Don McLean in un verso della celebre American Pie, mentre nel 1980 Joni Mitchell sceglie di aprire il suo film concerto Shadows and Light con degli spezzoni tratti da Gioventù bruciata. Nel 2012 Lana Del Rey, che sull'immaginario della cultura pop degli anni Cinquanta ha costruito molte delle sue canzoni, nella ballata Blue Jeans descrive languidamente un ragazzo con "Blue jeans, white shirt [...] It was like James Dean, for sure". Nel frattempo, da Bruce Springsteen a Madonna, passando per Lou Reed ("Jackie is just speeding away / Thought she was James Dean for a day", dall'epocale Walk on the Wild Side), l'attore viene citato in un numero incalcolabile di canzoni che fanno riferimento alla sua celebrità folgorante o al suo irresistibile magnetismo, dentro e fuori lo schermo.

Non bisogna pensare alla morte, perché se hai paura di morire nella tua vita non ci sarà spazio per scoprire cose nuove.

Jimmy Dean, Jimmy Dean: il mito riletto da Robert Altman

James Franco come James Dean

Di relativo interesse, a proposito della popolarità intergenerazionale di James Dean, appaiono invece i vari biopic televisivi che, nel corso dei decenni, hanno provato a restituire sul piccolo schermo la vicenda della star de La valle dell'Eden. Dopo due TV movie pressoché dimenticati, James Dean del 1976 con Stephen McHattie e James Dean: Race with Destiny del 1997 con Casper Van Dien, nel 2001 a calarsi nei panni dell'attore "bello e dannato" è un James Franco appena ventiduenne in James Dean, diretto dall'esperto Mark Rydell, aggiudicandosi il Golden Globe per la sua intensa performance. La sceneggiatura del film, firmata da Israel Horovitz, era stata in circolazione per un lungo periodo a Hollywood; nel 1994, addirittura Michael Mann era stato sul punto di trarne una pellicola per il grande schermo, con l'allora ventenne Leonardo DiCaprio nella parte di Dean, ma poi il progetto era naufragato. Ben più dei canonici biopic, vale invece la pena soffermarsi sulla fascinazione mostrata nei confronti di James Dean da un gigante della settima arte quale Robert Altman. Nel 1957, per il secondo anniversario dalla scomparsa di Dean, un Altman appena agli esordi (a quello stesso anno risale il suo debutto cinematografico, The Delinquents) dirige per la Warner Bros il documentario The James Dean Story in collaborazione con Stewart Stern, l'autore del copione di Gioventù bruciata.

Jimmy Dean, Jimmy Dean: Cher, Karen Black e Kathy Bates

Per una bizzarra coincidenza molto tempo dopo, nel 1982, Altman porterà sullo schermo una trasposizione di un dramma di Ed Graczyck, Come Back to the Five and Dime, Jimmy Dean, Jimmy Dean, dopo averlo già messo in scena a teatro con lo stesso cast. Jimmy Dean, Jimmy Dean è un piccolo grande film da riscoprire, uno dei "gioielli nascosti" nella vastissima produzione di Altman. Ambientato in una sperduta cittadina di provincia del Texas, dove nel 1955 erano state effettuate le riprese de Il gigante, Jimmy Dean, Jimmy Dean racconta la reunion di un gruppo di fan dell'attore in un emporio riempito di cimeli e consacrato al culto necrofilo del divo. In questo spazio circoscritto e claustrofobico, la celebrazione di James Dean si rivela il pretesto per un feroce confronto psicologico, mentre alla rievocazione nostalgica di Dean fanno da contraltare le disillusioni, i rimpianti e le ferite ancora aperte di queste donne di mezza età. Magistrale e irridente "danza macabra" fra le protagoniste e gli spettri del loro passato, Jimmy Dean, Jimmy Dean è il miglior film girato da Altman negli anni Ottanta, con una superba squadra di attrici composta da Cher, Karen Black, Sandy Dennis e Kathy Bates.

Essere un attore è l'esperienza più solitaria del mondo. Sei completamente solo con la tua concentrazione e la tua immaginazione, e questo è tutto ciò che hai.

Life: tornando a casa

Life: Dane DeHaan in una scena del film

Arriviamo così all'ultimo film, in ordine di tempo, che si è cimentato con il mito di James Dean, concentrandosi però sugli aspetti più intimi e privati del personaggio: Life. Ascrivibile solo in parte alle convenzioni del biopic classico, la pellicola diretta da Anton Corbijn, presentata lo scorso inverno al Festival di Berlino e appena approdata nei cinema italiani grazie a BIM Distribuzione, dipinge infatti un ritratto di Dean assumendo una prospettiva inedita: quella di Dennis Stock (Robert Pattinson), fotografo freelance intenzionato a confezionare un servizio su Dean per la rivista Life (da qui un titolo ambivalente che offre più di una lettura). Lo script di Luke Davies mostra dunque James Dean "dietro le quinte", alla vigilia dell'uscita de La valle dell'Eden, ovvero subito prima della fama planetaria: un ragazzo bizzarro e impenetrabile, per nulla disposto a lasciarsi trasformare in un burattino nelle mani del magnate hollywoodiano Jack Warner (Ben Kingsley), così come a prestarsi alle consuete pantomime ad uso e consumo della stampa e dei PR.

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Life: Dane DeHaan insieme a Robert Pattinson e Anton Corbijn  in una scena del film

E nella descrizione di Dean offerta da Corbijn e dal suo protagonista, il ventinovenne Dane DeHaan, ad emergere sono innanzitutto i lati nascosti del divo: la sommessa fragilità, l'insicurezza celata dietro l'arroganza di facciata e un ineludibile senso di solitudine. Da questo punto di vista, Life potrebbe essere associato al film d'esordio del regista e fotografo olandese: il bellissimo Control del 2007, struggente narrazione del "male di vivere" di un altro idolo generazionale morto in giovanissima età, Ian Curtis, voce dei Joy Division, impiccatosi nel 1980 a ventitré anni. E a convincere maggiormente, in Life, oltre all'eccellente interpretazione di DeHaan (una costante conferma e un talento in continua crescita), sono non a caso i momenti in cui il film si smarca dai canoni del biopic sullo sfondo dello show business, per esplorare invece l'animo di Dean attraverso la sua amicizia con Stock e il rapporto con il background familiare a cui l'attore era strettamente legato. "We must get home! How could we stray like this? / So far from home, we know not where it is", mormora nella sequenza finale il protagonista, recitando i versi del poeta James Whitcomb Riley, mentre il suo sguardo vaga fra le nuvole: "Creep back from the vain quest through endless strife / To find not anywhere in all of life / A happier happiness than blest us then... / We must get home - we must get home again!".

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