Intervista a Enrico Colantoni: Flashpoint's Dream Guy

Un 'dream guy' televisivo, non privo di qualche lato oscuro. Enrico Colantoni ci parla del suo ultimo ruolo in Flashpoint e altri personaggi da lui interpretati.

Tra le tantissime star del piccolo schermo presenti al 50° Festival della Televisione di Monte-Carlo, uno dei nostri interpreti preferiti, l'irresistibile Enrico Colantoni. Abbiamo incontrato l'affezionato Keith di Veronica Mars ora protagonista dell'emozionante Flashpoint - in programmazione in Italia su Steel e su Rai3 - serie canadese al cardiopalma che fonde azione e psicologia, la formula vincente delle unità di intervento specializzate in negoziazioni con ostaggi. Con la sua voce suadente e tranquilla e tanta disponibilità Colantoni, che indossa la divisa dell'abilissimo e umano negoziatore Greg Parker, ci parla del personaggio, delle ragioni dell'incredibile successo della serie negli Stati Uniti e del futuro di Flashpoint, nonché di tante altre cose, come le ragioni della sua professione e le sue origini abruzzesi.

Tuo fratello è stato poliziotto per trent'anni, hai scelto questo ruolo con la sua approvazione?

Enrico Colantoni in una scena di Flashpoint
Enrico Colantoni: Non avrei accettato questa parte se non avessi fatto leggere prima lo script a mio fratello e lui non mi avesse assicurato che era un'ottima storia, molto familiare per lui. Inoltre era un'opportunità per me di "tornare a casa" e diventare sullo schermo quello che è stato lui per tanti anni.

Ti critica spesso per la parte? Enrico Colantoni: Sì sempre, ma è un grande fan di Flashpoint!

Come scegli i tuoi ruoli televisivi? Insomma, basta guardare Greg Parker in Flashpoint o Keith Mars in Veronica Mars, tu sei spesso il dream guy, l'uomo ideale, sotto tutti gli aspetti: il padre ideale, il poliziotto ideale, l'amico ideale... Enrico Colantoni: Io non lo faccio apposta, ma penso che sia proprio il motivo per cui i produttori mi ingaggiano, vogliono questa mia affidabilità! Quando Rob Thomas mi ha ingaggiato per Veronica Mars... hai visto il film Galaxy Quest?

Certo, eri l'alieno Mathesar! Enrico Colantoni: Thomas mi propose di interpretare Keith Mars a causa di Galaxy Quest. Io allora gli chiesi quale fosse il legame tra Keith Mars e Malthazar.

Forse perché era un personaggio dolce e affidabile? Enrico Colantoni: Esatto, perché era un sognatore ma con i piedi per terra. I personaggi che interpreto sono così, perché è quello che voglio essere come attore, voglio fare scelte positive, voglio creare una connessione con il pubblico, anche quando faccio il cattivo.

Ricordo che avevi interpretato una specie di cattivo un po' inquietante in Frank McKlusky. Enrico Colantoni: Sì, ma anche lui in qualche modo era amabile. Come attore voglio fare questo: quando sono Keith Mars e ho una figlia da amare io mi affido a questa mia qualità, esattamente come quando sono Greg Parker e devo entrare in contatto con i criminali che devo disarmare.

Ci sei rimasto male che hanno cancellato Veronica Mars? Enrico Colantoni: Molto, molto male.

Sapessi noi. Ma per il film, c'è ancora qualche speranza? Enrico Colantoni: Io tengo sempre le dita incrociate, è una cosa fattibile perché Kristen Bell sembra sempre giovanissima e sarebbe bello vederla nei panni di agente dell'Fbi. Ci spero proprio, anche perché sarebbe un'altra occasione per lavorare con Rob e Kristen.

Flashpoint è molto interessante perché ti fa vedere non solo l'azione ma indaga anche l'aspetto psicologico, sia dei poliziotti che dei "criminali".

Una foto di Enrico Colantoni per la seconda stagione di Veronica Mars
Enrico Colantoni: È proprio quello che volevamo fare, una serie sulle conseguenze dell'eroismo, su individui che mettono continuamente a rischio la propria vita. Non capita mai nei serial di vedere le conseguenze di quello che fanno, il pubblico non vede mai come li influenza nella vita familiare o come li affligge ogni volta che tornano al lavoro. Di solito quello che vedi nelle altre serie è come il loro lavoro li ha incasinati, come li ha condotti al lato oscuro, o all'alcolismo, ma c'è gente che ci convive ogni giorno e continua a fare bene il proprio lavoro, e ancora soffre per rendere al massimo.

Credi che questo aspetto sarebbe saltato fuori in una serie americana? Enrico Colantoni: Lascia che ti dica questo: quando abbiamo girato l'episodio pilota la CBS ancora non si era interessata a Flashpoint; il pilota per me è memorabile, perché l'incidente accade nel secondo atto, e il terzo è tutto incentrato sulle ripercussioni e le conseguenze a livello emotivo di quello che è accaduto. Il pubblico americano non è proprio abituato a questo, loro vogliono il climax negli ultimi 30 secondi. Così abbiano dovuto leggermente adeguare ciò che facevamo in modo così bello, ma l'essenza dello show è sempre la stessa: una serie canadese che mostra come la gente non sia cattiva: è solo brava gente che fa cattive scelte. Non ci sono cattivi in Flashpoint.

State girando la nuova stagione adesso? Enrico Colantoni: Abbiamo finito di girare settimana scorsa.

Cosa ci puoi anticipare? Enrico Colantoni: Man mano che lo show va avanti scopriremo di più dei personaggi e di come interagiscono tra loro, il pubblico potrà identificarsi di più con i protagonisti perché comincerà a vedere anche le crepe in alcuni rapporti. E potreste vedere Greg Parker non riuscire a fare sempre la scelta giusta.

Ci sono molto attori canadesi che hanno incontrato il successo in America. Non è possibile per voi avere successo a casa vostra, o è automatico andare in USA? Enrico Colantoni: Credo che la verità sia che tutti vogliono andare in America. Non importa da dove vengano ma vogliono tutti sfondare negli Stati Uniti a prescindere che siano canadesi, inglesi o australiani perché è un'ambizione comune quella di voler lavorare con i migliori e stare dove stanno tutti.

Tornerai? Enrico Colantoni: Non lo so, perché mi piace essere a casa. E mi piace anche l'Europa e come raccontate le cose, voi per esempio parlate spesso di famiglia.

Ti piacerebbe lavorare con qualche regista italiano? Enrico Colantoni: Mi piacerebbe molto fare un film con Giuseppe Tornatore, un vero sogno, perché tutti i suoi attori sono veri e fantastici da guardare.

Hai una teoria sul motivo per cui i criminal show riscuotono così tanto successo in tutto il mondo? Enrico Colantoni: Perché è un genere traducibile - per esempio la commedia non si traduce così facilmente -: quando vedono un'uniforme e un distintivo, tutti capiscono, tutti intendono subito che quello è un poliziotto.

Come ti trovi con il tuo partner Hugh Dillon? Enrico Colantoni: È fantastico lavorare con lui, è come un fratello: litighiamo, alziamo la voce ma poi è tutto un "ehi, amico!". Lui vuole sempre imparare e migliorarsi e insieme ci aiutiamo molto e ci insegniamo tante cose l'un l'altro.

C'è un ruolo che non ti hanno offerto e che avresti voluto interpretare?

un 'vittorioso' Enrico Colantoni al Festival di Montecarlo nel 2010
Enrico Colantoni: Tony Soprano. Per me il più grande personaggio "tridimensionale" della televisione. Anche lui è un uomo buono che fa cose cattive, mi piace questa umanità, mi sarebbe piaciuto interpretare l'umanità in questo suo aspetto. Anche Keith Mars - voi non ne avete idea, ma intimamente era molto più oscuro di quello che è dato a vedere - faceva continuamente scelte cattive per il bene della figlia. Keith era un detective privato e nella tradizione del noir il detective è tormentato dal dubbio e dall'etica.

Vi hanno sottoposto a un allenamento particolare per Flashpoint, sull'uso delle armi per esempio? Enrico Colantoni: Sì, abbiamo incontrato veri negoziatori e partecipato ad azioni della Swat per avere una sensazione di come funzionano realmente le cose, ma poi abbiamo dovuto dimenticare tutto velocemente perché non potevamo rappresentare veramente quello che accade, dovevamo fare una serie televisiva e questo mi ha spezzato il cuore perché volevo che fosse un omaggio ai poliziotti come mio fratello. Invece abbiamo dovuto concentrarci più sul "bang, bang!", tipo "Tu, butta giù la porta!" bang bang! Ecco perché poi mio fratello mi rimprovera.

Ma hai imparato qualcosa dall'esperienza sul campo per il tuo personaggio? Enrico Colantoni: Abbiamo avuto l'opportunità di aiutare una vera unità di intervento; mentre si esercitavano in un'azione ci hanno chiesto se volevamo interpretare il soggetto pericoloso: io mi sono offerto volontario per primo, mi hanno messo in una stanza e quando sono arrivati erano veramente intimidatori. Questo perché quando arrivano si muovono come se fossero una persona sola... in realtà erano almeno sette ma sembravano uno solo, come un animale pericolosissimo. Mi ha spaventato a morte l'autorità che trasmettono, e la precisione dall'intenzione nei loro occhi e delle armi con il laser che ti puntano addosso mentre ti fissano immobili.

Come è andata? Enrico Colantoni: Nel bel mezzo del frangente di terrore che segue il loro arrivo, senti una voce amichevole che ti dice: "Ehi, come va? Ehi, amico sta passando una brutta giornata?" "Si voglio ammazzare tutti." "Va bene, ti capiamo, ci pensiamo noi a sistemare le cose, tu devi solo mettere giù le armi così ne possiamo parlare." "Ok, mi spiace. Non mi farete del male, vero?" E quelli ti saltano addosso appena molli l'arma e ti chiedi ma che diavolo è successo ai quei tipi così comprensivi??

Beh, mi sembra proprio quello che accade in Flashpoint! Enrico Colantoni: È vero e penso: meno male che l'ho saputo prima di cominciare a girare o sarei rimasto veramente allibito. Ma è proprio questo quello che fanno e di conseguenza faccio io come Greg Parker: sono circondato da gente armata fino ai denti ma quando arrivo io sono tutto gentile e ti chiedo come ti è andata la giornata. Si chiama guerra psicologica: ti dicono che non ti faranno niente e tu gli credi, è incredibile come ci riescano.

Flashpoint è stata acquisita in America da CBS: come mai sono così poche le serie canadesi trasmesse negli Stati Uniti? Enrico Colantoni: Perché non sembrano americane.

Sì, però Flashpoint sembra non voler indicare apertamente che è ambientata a Toronto, anche la bandiera canadese ricamata sulle divise non è molto visibile.

Enrico Colantoni nella serie tv Flashpoint, episodio: Askink for Flowers
Enrico Colantoni: Sì, vogliamo far sapere al pubblico statunitense che siamo canadesi ma al tempo stesso non vogliamo alienarcelo, non vogliamo urtare la sensibilità americana. Molti di loro sanno a malapena dove si trova il Canada, sono confusi a riguardo e non sono certamente mai stati a Toronto, così noi gli diciamo che la serie è ambientata a Toronto, ma lo facciamo in modo talmente sottile da suggerire che la serie potrebbe essere ambientata, per quello che vi accade, nella città di chiunque di loro.

In Italia è diverso, il pubblico italiano vede tutto doppiato e non distingue il più delle volte se sta guardando una serie americana o inglese o canadese. Enrico Colantoni: Dove va in onda da voi in Italia: sulla RAI o su Sky?

Entrambe, prima su Axn Italia e ora anche sulla Rai. Enrico Colantoni: Quindi adesso la vede più gente! E vi piace?

Certo!
Meno male, perché ho i genitori e i cugini in Abruzzo, e sono contento che la possano vedere tutti. (in italiano) Sono andato bene?

Cosa sento! che ne dici se parli un po' in italiano con me? Enrico Colantoni: Mi parli un po' in italiano tu? Mi sento imbarazzato...

Hai l'accento abruzzese! Enrico Colantoni: Dopo due settimane mi trovo più... a casa, sai... mannaggia come si dice... come si dice in italiano? Dopo due settimane parlo bene in italiano con i miei parenti. Sono in imbarazzo a parlare italiano adesso!

Intervista a Enrico Colantoni: Flashpoint's Dream...
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