House of Cards, stagione 4: guerra dei sessi alla Casa Bianca

Il Presidente degli Stati Uniti Frank Underwood e sua moglie Claire si preparano a darsi battaglia nel bel mezzo di un Election Year che vedrà Frank lottare con tutte le forze per rimanere alla Casa Bianca: la nostra recensione del primo episodio della nuova stagione di House of Cards, in onda su Sky Atlantic in versione doppiata dal 9 marzo.

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House of Cards: le attrici Robin Wright e Neve Campbell in una foto della quarta stagione

Un anno fa - ma nell'universo narrativo di House of Cards sono passate appena poche ore - avevamo lasciato Frank Underwood fresco della vittoria al caucus dell'Iowa, ovvero il primo appuntamento delle primarie dei due grandi partiti d'America, ma scioccato dall'improvviso voltafaccia di sua moglie Claire, delusa dall'opportunismo senza scrupoli del marito e frustrata dalla mancata realizzazione delle proprie ambizioni politiche.

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Chapter 40, il primo dei tredici tasselli della quarta stagione di House of Cards, che è appena stata diffusa negli Stati Uniti da Netflix, mentre in Italia sarà trasmessa da Sky Atlantic in blocchi da due episodi (dal 9 marzo in prima serata nella versione doppiata in italiano), si ricollega direttamente al finale della terza stagione, con il Presidente Underwood, impegnato nella campagna elettorale in New Hampshire, costretto a correre ai ripari e a giustificare l'assenza, al suo fianco, della First Lady.

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House of Cards fra politica e thriller

House of Cards: Kevin Spacey è Frank Underwood in una foto della serie

Basato sull'omonima miniserie britannica, adattata da Andrew Davies a partire dal romanzo di Michael Dobbs, House of Cards si è affermato come una delle più importanti e apprezzate realtà nel panorama della serialità televisiva a stelle e strisce, nonché come la "punta di diamante" del catalogo Netflix, a cui la serie creata dallo showrunner Beau Willimon ha fornito una visibilità e un consenso critico senza precedenti. Dopo tre stagioni diventate un vero fenomeno di pubblico e ricompensate con un totale di sei Emmy Award e di due Golden Globe per la coppia di protagonisti, House of Cards torna dunque in scena, e in un periodo in cui la politica statunitense è al centro dell'attenzione mondiale, con le primarie in pieno svolgimento, l'avanzata sempre più incalzante di Hillary Clinton fra i democratici e, sul fronte repubblicano, una figura controversa come Donald Trump a polarizzare l'opinione pubblica. Ben più sobrio e composto, e tutto sommato perfino più rassicurante di Trump è il Frank Underwood interpretato dal solito, magistrale Kevin Spacey: un antieroe televisivo la cui parabola sintetizza anche la progressiva evoluzione della serie stessa.

House of Cards: Frank Underwood, interpretato da Kevin Spacey, al telefono

La prima stagione di House of Cards, se ricordate, si configurava come un'autentica tragedia shakespeariana ai giorni nostri, con Underwood come novello Riccardo III alle prese con una scalata al potere motivata tanto da una cieca ambizione quanto dal desiderio di vendetta. Le bugie e i colpi bassi di Underwood, la sua segreta alleanza con la reporter Zoe Barnes (Kate Mara) e la sua spregiudicatezza sfociavano nei territori (appunto) della Spanish Tragedy, confermati dalla spiazzante première della stagione 2. Da allora, però, lo show di Willimon sembra aver mutato in parte la sua natura, ancorandosi sempre di più a procedure e rituali della politica e mettendo la sordina alla componente noir, per ispirarsi piuttosto a un modello quale West Wing. Una direzione, quella presa da House of Cards, che sembra confermata anche dai primi due episodi della quarta stagione, quasi totalmente incentrati sulle primarie e la corsa alla Casa Bianca. Vi sono ancora accenni a storyline a tinte esplicitamente noir? Ebbene sì, con la ricomparsa di una nostra vecchia conoscenza dalle prime due stagioni: Lucas Goodwin (Sebastian Arcelus), giornalista incastrato per aver tentato di tracciare la "scia di sangue" del deputato Underwood, e che ora ritroviamo in carcere nelle vesti di 'talpa' per l'FBI. Un gradito ritorno che potrebbe riportare House of Cards verso la sua dimensione originaria di thriller cospirativo.

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Tutte le donne della First Lady: Claire e le new entry

House of Cards: l'attrice Ellen Burstyn interpreta Elizabeth Hale

Se uno dei punti fermi delle prime tre stagioni era costituito dal matrimonio tra Frank e Claire, impersonata da un'algida Robin Wright, ovvero un rapporto di alleanza fra due individui ugualmente determinati, il finale di un anno fa aveva incrinato ineluttabilmente l'armonia fra i due coniugi. E all'inizio di Chapter 40 vediamo Claire abbandonare il marito alla sua campagna per approdare in Texas, nella villa della madre Elizabeth Hale: un ruolo, quello della severa matriarca texana, affidato a un "peso massimo" del grande e del piccolo schermo, vale a dire un'attrice di prima classe come Ellen Burstyn. La ruvida schiettezza della donna, il disprezzo tutt'altro che celato nei confronti del genero (impagabile lo scambio di battute tra lei e Frank), la volontà di favorire ad ogni costo la carriera politica della figlia già ci danno chiare indicazioni sulla personalità di Elizabeth; mentre il durissimo faccia a faccia fra lei e Claire, al termine dell'episodio Chapter 41, è uno dei momenti di maggior pathos delle prime due puntate della stagione.

House of Cards: le attrici Robin Wright e Neve Campbell impegnate a controllare dei documenti

Ma Ellen Burstyn non è l'unica new entry nel microcosmo di House of Cards. Un'altra veterana del cinema e della TV, Cicely Tyson, presta il volto a Doris Jones, storica deputata di un distretto del Texas con una popolazione a maggioranza afroamericana: un distretto su cui Claire, intenzionata a concorrere per il Congresso, focalizza le proprie mire politiche, incurante degli handicap di una simile candidatura per lei, donna bianca, privilegiata e per troppo tempo lontana dal suo Stato d'origine. Ma a collaborare con Claire in questa impresa si schiera un altro nuovo personaggio della quarta stagione: LeAnn Harvey, consulente politica interpretata da Neve Campbell. Sappiamo come Claire, in passato, abbia avuto difficoltà a stringere alleanze di lunga durata (specialmente con altre donne), ma LeAnn si preannuncia come un potenziale asso nella manica per la First Lady, non più disposta a restare all'ombra del marito. Mentre quest'ultimo, manco a dirlo, non esiterà a intromettersi nei piani della consorte, mettendo a segno una prima "pugnalata alla schiena" nel corso dello Stato dell'Unione...

Il fascino discreto del potere

House of Cards: Michael Kelly interpreta Doug Stamper in una foto della quarta stagione

In sostanza, a giudicare dai primi due episodi, la quarta stagione sembra mantenere inalterata la formula della precedente (con il rischio, però, di continuare a scontentare i fan della prima ora): una dicotomia narrativa sempre più geometrica tra Frank e Claire Underwood, una riduzione ai minimi termini della suspense propriamente detta e uno spazio pressoché totale dedicato ad illustrare i meccanismi della politica e i suoi retroscena più o meno sordidi. Nucleo centrale della serie di Beau Willimon è ancora il machiavellismo sfrenato di Frank, declinato però non più come strumento di sopraffazione e di inganno da parte di un villain tout court, ma in sembianze assai più 'normalizzate': la politica, sembra ricordarci House of Cards ad ogni pie' sospinto, è un gioco sporco, ma per parteciparvi non ci si può esimere dal seguire certe regole. E Frank, in fondo, non appare molto diverso dagli altri giocatori in campo in questa partita; forse soltanto più furbo e scafato.

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House of Cards:

A condizione di praticare una certa sospensione dell'incredulità (ma in fondo, da quale narrazione su un Presidente degli Stati Uniti si può pretendere un assoluto realismo? Talvolta neppure dalla cronaca politica...), House of Cards conserva insomma una notevole capacità di fascinazione, con solide premesse per un'altra stagione in grado di amalgamare con efficacia dramma e ironia. Kevin Spacey e Robin Wright, impeccabilmente sotto le righe, continuano a dominare la scena anche solo con l'intensità dei loro silenziosi sguardi di fuoco, ben spalleggiati da una squadra di ottimi comprimari. La speranza, semmai, è che gli autori recuperino il coraggio per "allargare lo sguardo", estendendo il racconto oltre le pareti della Casa Bianca e restituendoci, magari, la tenebrosa potenza della stagione d'apertura, in cui Willimon aveva osato spingersi oltre limiti da allora non più superati. Considerando che questa sarà la sua ultima stagione in qualità di showrunner, sarebbe una perfetta "chiusura del cerchio"...

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Stefano Lo Verme
Redattore
3.5 3.5
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