Donne di guerra

Un'opera marcatamente autoriale che trascina lo spettatore in un viaggio negli inferi dell'animo umano, nel dolore di una solitudine raccontata attraverso sguardi, gesti, silenzi, rumori e pianti, da un telefono che squilla ininterrottamente e da una luce che non riesce più a filtrare dalle finestre de dagli occhi.

Lee (Catherine Keener) è americana, è una fotografa di guerra, una donna che ha passato tutta la vita a rincorrere scatti di morte documentando le più grandi tragedie del mondo. Dopo l'ultima esperienza vissuta in Libia nelle mani di un gruppo di violenti sequestratori, che è costata la morte di uno suo carissimo amico e collega, Lee fatica a superare il trauma psicologico e a rientrare in contatto con la normalità. Anziché tornare a New York, dove i suoi familiari, gli amici e i colleghi tutti la aspettano preoccupatissimi, Lee decide di fare tappa in Sicilia, in un paesino in cui era stata tanti anni prima per cercare di ritrovare se stessa e superare la profonda crisi esistenziale ed emotiva che sta attraversando. Sarà una buona occasione per rincontrare il suo mentore e compagno di vita di un tempo (Ben Kingsley) e per fare un giro in quei luoghi così affascinanti e pieni di mistero. L'incontro con Hafsia (Hafsia Herzi), una ragazza tunisina ospite di un centro di accoglienza per immigrati della zona in cerca di qualcuno che possa aiutarla ad abortire e a fuggire in Francia, offrirà a Lee la possibilità di voltare pagina e finalmente chiudere i conti con i demoni del passato.

War Story: Hafsia Herzi in una scena del film
Solitudini d'autore
Nel doppio ruolo di protagonista e produttrice, l'attrice Catherine Keener continua il suo percorso nel cinema indipendente interpretando il difficile ruolo di Lee, la donna protagonista del secondo film della trilogia che il regista americano Mark Jackson ha deciso di dedicare alle isole (dopo Without, passato a Locarno nel 2011 e girato sulla terraferma di Whidbey Island, è toccato alla nostra amata Sicilia) e, più in dettaglio, alle solitudini femminili. Lee è una donna stanca che ha smarrito l'orientamento e barcolla sotto i colpi di una vita vissuta nelle viscere di un conflitto senza fine. Candidata all'Oscar per le sue interpretazioni in Essere John Malkovich e Truman Capote - A sangue freddo, la Keener ha accettato di caricarsi sulle spalle tutti gli orrori vissuti da Lee, di prestare il suo corpo per una trasfigurazione del dolore che si fa di minuto in minuto più asfissiante e silenziosa. E' straordinario il suo modo di riempire le inquadrature, di aggredire gli spazi in maniera scomposta di fronte alla macchina da presa di Jackson, che la segue senza tregua, dall'inizio alla fine, in ogni minimo spostamento, ma sempre con estremo pudore. Nel cast anche Hafsia Herzi, giovane attrice francese di origini tunisine protagonista dello splendido Cous Cous di Abdellatif Kechiche, che nei panni di una giovane immigrata tradita e disillusa incarna la speranza di Lee nei confronti del futuro e dell''altro': un'ancora di salvezza cui aggrapparsi per non affogare. Breve ma intensa e significativa l'apparizione del premio Oscar Ben Kingsley, mentre del tutto inutili ai fini narrativi ed emotivi i personaggi interpretati dai nostri Donatella Finocchiaro, Guido Caprino e Vincenzo Amato, ingabbiati in ruoli minuscoli che poco o nulla aggiungono al risultato finale.

War Story: Catherine Keener si gode il tramonto siciliano in una scena del film
Questione di stile
Un'opera marcatamente autoriale quella di Jackson, che talvolta soffre di inutili lungaggini e di inquadrature a camera fissa che stonano un po' con il resto del racconto, che trascina lo spettatore in un viaggio negli inferi dell'animo umano, nel dolore di una solitudine raccontata attraverso sguardi, gesti, silenzi, rumori e pianti, da un telefono che squilla ininterrottamente e da una luce che non riesce più a filtrare dalle finestre de dagli occhi. Selezionato dal Sundance 2014, War Story è un film obiettivamente di nicchia, complicato da sostenere sia a livello visivo che narrativo, che rischia più volte di affondare nel luogo comune del razzismo e del pietismo consolatorio ma che nel finale si salva con un guizzo che solleva il cuore e lascia una piacevole sensazione di positività.

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