Ave, Cesare!

2016, Commedia

I volti di Cristo sul grande schermo: 10 film fra storia, religione e parodia

Una figura in cui si fondono storia, fede e suggestioni mistiche, ancora capace dopo due millenni di stimolare la fantasia di registi e sceneggiatori: le festività di Pasqua ci offrono l'occasione di celebrare il 'personaggio' Gesù all'interno dell'immaginario cinematografico mondiale.

Una scena de Il vangelo secondo Matteo

Gesù Cristo superstar? L'impressione sarebbe questa, almeno a giudicare dalla quantità impressionante di 'apparizioni' fra cinema, TV e altre forme di spettacolo. Tra le figure della storia e della cultura mondiali, Gesù si attesta senz'altro fra quelle che sono riuscite a penetrare maggiormente nell'immaginario collettivo, anche al di là dell'aspetto teologico e religioso; e il cinema, ovviamente, ci fornisce una testimonianza primaria in tal senso.

Jesus Christ Superstar

Dalle ricostruzioni storiche più o meno attendibili alle libere rivisitazioni, spesso con conseguenti accuse di blasfemia, la vicenda - terrena e ultraterrena - di Gesù Cristo non smette di ispirare registi che, in modi spesso diametralmente opposti, lo hanno trasformato in un protagonista del grande schermo, o quantomeno in una "comparsa di lusso": è il caso, famosissimo, della breve ma fondamentale apparizione del Messia nel classico Ben Hur di William Wyler, ma anche di un Cristo fittizio di cui sono inquadrati soltanto i piedi nel posticcio kolossal hollywoodiano al centro della trama dell'esilarante Ave, Cesare! dei fratelli Coen.

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E in occasione delle festività di Pasqua, oggi abbiamo deciso di ripercorrere un'ideale via crucis fra gli annali del cinema, in ordine cronologico, per andare a riscoprire dieci 'incarnazioni' particolarmente note del "figlio di Dio" (o dei suoi alter ego), ciascuna delle quali ha messo in evidenza un particolare aspetto collegato a questa superstar di duemila anni fa...

1. La saggezza: Don Camillo (1952)

Fernandel è Don Camillo

Partiamo da un'incarnazione che non è tanto fisica, quanto piuttosto 'sonora', ovvero quella all'interno della popolarissima saga di Don Camillo, ispirata ai libri di Giovanni Guareschi e accolta da un enorme successo durante gli anni Cinquanta e Sessanta in Italia e in Francia: sia grazie a un racconto di irresistibile ironia, sia per il talento e la perfetta alchimia fra i suoi due comprimari, il burbero parroco Don Camillo di Fernandel e il grintoso sindaco comunista Peppone di Gino Cervi. E fin dal primo episodio, il Don Camillo di Julien Duvivier del 1952, il combattivo sacerdote del paesino emiliano può contare su un 'consigliere' di fiducia: lo stesso Gesù, al quale Don Camillo si rivolge nel silenzio della sua chiesa. E il crocefisso, nella versione italiana con la voce di Ruggero Ruggeri, risponde puntualmente a Don Camillo, quasi sempre in tono bonario, per invitarlo alla benevolenza e alla calma o, in casi estremi, perfino per esortarlo a "deporre il fucile" (letteralmente!).

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2. La blasfemia: Nazarin (1959)

Nazarin

Lui, il catalano Luis Buñuel, oltre ad essere uno dei più grandi maestri del cinema di tutti i tempi, è anche il più iconoclasta fra i registi, superbo provocatore per la sua capacità di giocare con gli elementi dell'immaginario cristiano, spesso con toni di feroce irrisione. E in Nazarin, produzione del 1998 premiata al Festival di Cannes dell'anno successivo, Buñuel mette in scena una caustica imitatio Christi ambientata nel Messico del primo Novecento, quando il paese era sottomesso alla dittatura di Porfirio Díaz e contraddistinto da una diffusa povertà. Figura centrale del film è appunto Nazarin (Francisco Rabal), un giovane prete cattolico che si è votato a un'esistenza di umiltà e di povertà, dedicandosi interamente al prossimo; ma il suo impegno e il suo percorso esistenziale, che ricalcano quelli di Gesù Cristo (tutt'altro che casuale, del resto, il nome del protagonista), sortiranno invariabilmente effetti opposti rispetto alle intenzioni, rivelando con impietoso sarcasmo il fallimento dei principi del Cristianesimo all'interno di una realtà grottesca e contraddittoria.

3. Lo spettacolo: Il re dei re

Jeffrey Hunter ne Il re dei re

Con una filmografia che include alcuni fra i massimi e più innovativi cult del cinema americano degli anni Cinquanta, come Johnny Guitar e Gioventù bruciata, Nicholas Ray non era forse il nome più immediato a cui pensare per la regia di un progetto più tradizionale quale Il re dei re, kolossal biblico della MGM costato nel 1961 ben cinque milioni di dollari e ricompensato dall'ottimo responso del pubblico. Prima grande produzione hollywoodiana dedicata alla vita di Gesù dopo l'omonimo film muto di Cecil B. DeMille del lontano 1927, Il re dei re sceglie la via del dramma e dello spettacolo per infondere tensione e modernità alla vicenda di Gesù Cristo (Jeffrey Hunter); e a questo scopo, Ray si concesse anche diverse libertà narrative rispetto ai Vangeli, accentuando il sottotesto politico del racconto e conferendo particolare importanza alla figura di Barabba.

4. La modernità: Il Vangelo secondo Matteo

Sul set de Il Vangelo secondo Matteo

Fra i vertici assoluti della produzione cinematografica dello scrittore e regista Pier Paolo Pasolini, Il vangelo secondo Matteo, vincitore del Gran Premio della Giuria al Festival di Venezia 1964, si muove in direzione opposta rispetto alla fastosità e alla spettacolarità dei vari kolossal biblici degli anni Quaranta e Cinquanta. Pasolini, al contrario, sceglie la via del realismo, con attori non professionisti e lontani dall'immagine da "santino" di Gesù e degli apostoli, a partire dal protagonista, il diciannovenne esordiente Enrique Irazoqui, partigiano spagnolo antifranchista, e con una colonna sonora volutamente anacronistica, in cui il riutilizzo delle musiche di Mozart e di Bach accentua il senso di modernità e il carattere intimamente sacrale di un'opera che ha il merito di rileggere il Vangelo da un'ottica libera da dogmi e imposizioni; e per questo motivo, probabilmente, pervasa da uno straordinario senso di emozione e di poesia.

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5. L'agiografia: La più grande storia mai raccontata

Max von Sydow ne La più grande storia mai raccontata

Se nel 1964 Pier Paolo Pasolini presentava una versione personale e toccante della storia di Gesù, nello stesso periodo, negli Stati Uniti, il regista americano George Stevens era impegnato a completare la produzione di un progetto quanto mai ambizioso, che lui stesso aveva perseguito con determinazione, spingendo la United Artists a investire oltre venti milioni di dollari. Il risultato, La più grande storia mai raccontata, è un kolossal religioso di quasi quattro ore e mezza di durata, ridotte poi per ragioni distributive di quasi della metà del minutaggio, con l'attore svedese Max von Sydow, volto simbolo del cinema di Ingmar Bergman, nella parte di Gesù, e con un cast in cui compariva una quantità enorme di volti noti (fra gli altri Charlton Heston, Dorothy McGuire, Claude Rains, José Ferrer, Martin Landau, Donald Pleasence, Roddy McDowall, Angela Lansbury, Sal Mineo, Sidney Poitier, John Wayne e Shelley Winters). Il film di Stevens si rivelò tuttavia un fiasco al botteghino, anche a causa di una narrazione molto convenzionale e di un'impostazione sostanzialmente agiografica, non esente da prolissità e lungaggini.

6. L'anticonformismo: Jesus Christ Superstar

Una scena di Jesus Christ Superstar

È stato un indubbio momento di svolta per il ruolo stesso di Gesù nell'immaginario collattivo: la soglia oltre la quale il timore reverenziale per una figura dal valore prettamente religioso si è tramutato nel coraggio di rielaborare il Vangelo tanto nei contenuti quanto nella forma. E il merito, in tal senso, va innanzitutto ad Andrew Lloyd Webber e Tim Rice, che nel 1970 firmarono Jesus Christ Superstar, uno dei musical teatrali più amati e fortunati di sempre, e poi a Norman Jewison, al quale nel 1973 fu affidata la regia dell'omonima trasposizione cinematografica. Opera rock vibrante ed energica, caratterizzata da brani trascinanti, alcuni dei quali sono diventati dei veri e propri evergreen, Jesus Christ Superstar racconta in chiave musicale, strizzando l'occhio alla controcultura hippie, l'ultima settimana nella vita del Messia prima della sua crocifissione, focalizzandosi sul rapporto conflittuale fra Gesù (Ted Neeley) e il suo discepolo ribelle Giuda Iscariota (Carl Anderson).

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7. La tradizione: Gesù di Nazareth

Robert Powell in Gesù di Nazareth

Se gli anni Settanta erano aperti, appunto, da un Gesù canterino eletto a figura messianica per i "figli dei fiori" in Jesus Christ Superstar, segnò invece un ritorno alla tradizione Gesù di Nazareth, imponente sceneggiato televisivo co-prodotto dalla britannica ITV e dall'italiana RAI, andato in onda nel 1977 in cinque puntate per un totale di quasi sei ore e mezza di durata e poi programmato anche al cinema l'anno seguente in un'edizione ridotta. Girato in lingua inglese da Franco Zeffirelli, regista già noto in ambito internazionale per film come Romeo e Giulietta, Gesù di Nazareth, ricostruzione dell'esistenza di Cristo dal concepimento fino alla resurrezione, registrò un vastissimo successo di pubblico, in virtù della sua spettacolarità e del respiro da grande affresco, ma non convinse affatto la critica, che rimproverò a Zeffirelli lo stile oleografico e la mancanza di una vera rilettura dei Vangeli. L'attore inglese Robert Powell prestò il volto a Gesù Cristo e Olivia Hussey a quello di sua madre Maria, ma ad attirare l'attenzione fu soprattutto lo stuolo di star ingaggiate all'interno del cast, fra cui Anne Bancroft, Michael York, Peter Ustinov, Christopher Plummer, Valentina Cortese, Laurence Olivier, James Mason, Claudia Cardinale, Rod Steiger, Anthony Quinn, Ian Holm, Ernest Borgnine, Ralph Richardson, James Earl Jones e Fernando Rey.

8. La satira: Brian di Nazareth

Brian di Nazareth

Quasi in 'risposta' al calligrafico Gesù di Nazareth, nel 1979 al cinema approdò un film dal taglio e dallo spirito agli antipodi rispetto a quelli dello sceneggiato TV di Zeffirelli: Brian di Nazareth, gustosissima parodia del Vangelo realizzata dai mitici Monty Python (ciascuno dei quali impegnati in una pluralità di ruoli), per la regia di Terry Jones. Graham Chapman interpreta la parte di Brian, che ha la sfortuna di nascere a Nazareth in contemporanea con Gesù Cristo e che pertanto, fin dall'arrivo dei Re Magi, verrà scambiato per il Messia, ruolo a cui è del tutto inadeguato, finendo per farsi reclutare in una fantomatica organizzazione anti-romana, il Fronte Popolare di Giudea, e scontrandosi con le autorità romane in Palestina. Attraverso la parabola di Brian, i Monty Python mettono alla berlina le più varie forme di estremismo e di fanatismo, ma confezionano anche alcune gag da antologia della comicità cinematografica: dall'esilarante scena del linciaggio per blasfemia alle sfuriate del povero Ponzio Pilato (Michael Palin), deriso dai suoi stessi centurioni a causa del suo amico Marco Pisellonio.

9. L'umanità: L'ultima tentazione di Cristo

Willem Dafoe è Gesù ne L'ultima tgentazione di Cristo di Scorsese

Nel 1988 è il grandissimo Martin Scorsese, ex seminarista 'rubato' alla religione dal cinema, a confrontarsi con il mistero di Gesù Cristo, mettendo in scena il suo percorso sulla terra. Partendo dal romanzo di Nikos Kazantzakis, Scorsese e il suo sceneggiatore Paul Schrader firmano una pellicola diversissima da tutti gli altri ritratti di Gesù: L'ultima tentazione di Cristo è infatti un film profondamente libero ed emozionante, che si allontana dal dogmatismo delle classiche riletture dei Vangeli per raccontare invece un Gesù di straordinaria umanità (nel senso letterale del termine). Il Messia impersonato da Willem Dafoe è infatti un uomo fragile e dilaniato dai dubbi, che di fronte alla prospettiva della crocifissione si rifugia nella possibilità di un'altra esistenza, accanto all'amata Maria Maddalena (Barbara Hershey). La laica spiritualità del film e la problematicità del suo approccio al Vangelo lasciano ancora oggi meravigliati e affascinati, ma all'epoca valsero a Scorsese accuse feroci, tentativi di boicottaggio e scontri con la censura.

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10. La sofferenza: La passione di Cristo

James Caviezel in La passione di Cristo

Aspettando il Gesù di Ewan McGregor in Last Days in the Desert di Rodrigo García, nel 2004 a riportare la figura di Cristo al centro dell'attenzione mediatica è stato Mel Gibson, regista del ritratto di Gesù in assoluto più controverso, ma anche di maggior successo negli annali del cinema: La passione di Cristo. Ambientato nel giorno della crocifissione e della morte di Gesù (James Caviezel), il film di Gibson mette in scena il martirio del figlio di Dio con un realismo portato all'estremo: dalla recitazione in aramaico antico alla dovizia di dettagli nella rappresentazione del calvario di Gesù e della sua sofferenza nelle ultime ore di vita. Un'operazione insolita e ardita, quella di Gibson, che ha sollevato dibattiti e polemiche: scelta autoriale o sadismo gratuito? Opera in cui le tenebrose suggestioni e gli squarci visionari si fondono con una violenza parossistica, che indugia sui dettagli più macabri, La passione di Cristo continua a far discutere e a polarizzare le opinioni, a riprova di quanto l'interpretazione del Vangelo in campo artistico rimanga un'impresa in grado di suscitare le reazioni più disparate.

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