Cinema e disabilità: intervista a Gianfranco Paglia

Intervista sul cinema della disabilità al parlamentare Gianfranco Paglia, che sogna per l'Italia un approccio più costruttivo.

Gianfranco Paglia è un eroe italiano di quelli che per un giorno di straordinario lavoro hanno messo a repentaglio la propria vita e sono riusciti a tenersela stretta ma solo a un costo fin troppo alto. In passato aveva un lavoro: era paracadutista. Nel lontano '93 mentre partecipava all'Operazione Ibis a Mogadiscio, durante il rastrellamento di un quartiere abitato in cerca di armi, si ritrova coinvolto in uno scontro a fuoco con i somali, che rompono la storica intesa e tendono un'imboscata ai miliziani italiani. Nel tentativo di indietreggiare sul territorio, nei pressi del check-point Pasta, gli automezzi italiani sono attaccati duramente dai guerriglieri e si contano presto le prime vittime. Tra missili, granate e kalashnikov l'agguato si trasforma rapidamente in una carneficina infuocata e il bilancio dell'alba tragica del 2 luglio è di 3 caduti e 23 feriti. Il comandante Paglia, 25enne, coordina l'azione dei suoi uomini, libera il mezzo del suo plotone, porta in salvo alcuni dei suoi compagni rimanendo gravemente ferito e perdendo l'uso delle gambe.
Oggi ha un altro lavoro: è deputato della Camera e membro della commissione della Difesa. Si impegna presentando proposte di legge in materia di pensioni di guerra e assegni alle vedove degli invalidi di guerra, ma lo fa come se fosse un lavoro normale. Il suo è un esempio di come umanità e coraggio possano anche in una realtà difficile come quella bellica essere vere e senza esclusione di colpi. È una storia reale anche se sembra presa in prestito da un film. Anzi, come spesso accade, nella fiction come per il grande schermo, è la sceneggiatura che s'ispira alla realtà: la sua storia dà infatti vita al film per la tv Le ali, diretto da Andrea Porporati e interpretato da Ciro Esposito, Raffaella Rea, Sergio Friscia, Tosca D'Aquino e Remo Girone.

Kim Rossi Stuart e Andrea Rossi in una scena di Le chiavi di casa
Di personaggi che antepongono il valore al dolore ne abbiamo visti parecchi nei servizi dei telegiornali, molti al cinema americano, pochi in quello italiano. Se infatti il cinema nostrano si preoccupa di stereotipare l'immagine del disabile come un qualunque cliché sociale, agganciando un binomio normale a una fragilità quasi posticcia come quella di un freak, a una corporalità martoriata che chiede solo dignità, ma intanto riceve rifiuti, negazioni e perfino rabbia, come accadeva ne Il grande cocomero e ne Le chiavi di casa, oltreoceano la prospettiva s'allarga e supera le "menomazioni" fisiche recuperando non solo un posto nel mondo, ma attribuendo all'handicap quasi un valore aggiunto, un merito mutuato dal "difetto", come mostrano film del calibro di Figli di un Dio Minore, Il mio piede sinistro e Rain Man. Il dramma italiano, che mette in scena la dissoluzione dei nuclei familiari di fronte alla problematica, lo smarrimento di una società che sembra sempre un macrocosmo piccolo borghese insensibile nella pratica quotidiana, ancora in frustrante attesa di risolvere problemi quotidiani come le barriere architettoniche, dipana piuttosto che le difficoltà di storie individuali, gli ostacoli endemici di una diffusa maggioranza incapace di risollevarsi dalla propria invalidità. Sono film che provano la strada alternativa generata da una coscienza sociale più sviluppata, che non raggiungono il grande pubblico, ma restano confinati a un circuito limitato: opere sentimentaloidi come La fiamma sul ghiaccio, Mai più come prima, l'ironico Piovono mucche, che stentano a trovare un posto nell'immaginario collettivo o che restano ancorate alle sole rassegne locali.
Il cinema americano invece, lontano dal clima di denuncia tipica dell'autorialità italiana, propone un'altra dimensione della disabilità riuscendo a trasformarsi in vettore capace di un messaggio positivo, a diventare con la sua potente configurazione visiva e narrativa un cinema abile. Numerosi sono i registi famosi ricorsi alla rappresentazione della disabilità, resa da interpreti giovani e carini senza false edulcorazioni ma con piglio onesto e naturale. Pur toccando tasti delicati come la disabilità, mantengono le tonalità e i ritmi di un cinema d'intrattenimento garbato, che si avvolge intorno ai temi etici sollevando non pochi interrogativi. Dal giustiziere informatico Solo Occhi, alias di Logan Cale, nella serie Dark Angel, a un personaggio di Strange Days cui il pusher Ralph Fiennes fa immaginare una realtà in cui potesse correre, fino al più recente Avatar in cui l'avatar di Jake Sully, un ex marine sulla carrozzella, snobbato dai colleghi forzuti, su Pandora "ritrova" l'uso delle gambe. È un cinema della bioetica che non drammatizza ma media, non strizza l'occhio, ma sovverte le barriere, le impossibilità fisiche.
Abbiamo intervistato l'onorevole Paglia per sondare con lui il delicato terreno del cinema della disabilità, del cinema che, in quanto fabbrica dei sogni, permette di figurarsi un mondo in cui la tecnologia, la virtualità, una dimensione altra sia capace di far correre chi non può tra i boschi a gambe levate.

Signor Paglia lei apprezza la messa in scena della disabilità del cinema recente?

Una sequenza del film Avatar con l'Avatar di Jake nel laboratorio
Gianfranco Paglia: Avatar è un film particolare, ma non è il primo che se ne occupa. Ultimamente in America un soldato americano che ha perso l'uso delle gambe è riuscito grazie alla tecnologia a tornare a stare su due piedi: mi è bastata una visita al Pentagono per capire quanta attenzione gli Stati Uniti dedichino a episodi del genere.

E che sentimenti crede che possa suscitare?
Gianfranco Paglia: Lo trovo positivo, ma devo ammettere che non mi meraviglia perché gli americani sono sempre stati sensibili da questo punto di vista. Anche nei film in cui il protagonista non è un disabile, ci sono spesso scene in cui viene ripreso un disabile al di là del modo di vivere la disabilità.

Come mai si riferisce solo al cinema americano?
Gianfranco Paglia: Il cinema italiano non si occupa molto di disabilità, ma questo è ovvio perché l'intera società italiana non è molto attenta a questo tipo di problematica, dalle barriere architettoniche alla semplice conoscenza del problema.

Attori famosi hanno prestato il loro corpo alla rappresentazione della disabilità nelle chiavi più diverse, da quella comica a quella drammatica. Lei pensa che la diversa abilità nel cinema sia utilizzata dai registi o dagli sceneggiatori per fare leva sui buoni sentimenti o che il cinema e la televisione invece possano essere un buon mezzo per arrivare al cuore degli spettatori con un buon messaggio?
Gianfranco Paglia: Credo che vedere sul grande schermo la disabilità lasci un segno negli spettatori. Sicuramente fa piacere sapere che anche il cinema si occupi di certe situazioni.

Su che tipo di messaggio ci si dovrebbe concentrare per sensibilizzare maggiormente il pubblico?

Una foto di Gianfranco Paglia, ex-militare italiano.
Gianfranco Paglia: Dovrebbe dimostrare che la disabilità non è un problema, ma è qualcosa che può essere affrontato degnamente e che malgrado un handicap si possa dare molto alla società.

Quale sarebbe il modo più adatto sul piccolo e grande schermo di rappresentare problemi come handicap fisici senza fare leva sul solo sentimentalismo?
Gianfranco Paglia: Penso sia importante farlo in maniera costruttiva perché aiuta a considerare il disabile in un modo diverso da quello comune, e quindi trovo che la strada imboccata sia quella giusta.

Il cinema si può fare carico di un compito etico? Può integrare le iniziative civili o quelle politiche? In che modo?
Gianfranco Paglia: Certamente, potrebbe! Dovremmo iniziare a vedere una trattazione che non sia solo drammatica, ma che mostri che ci sono esempi importanti di disabili che con umiltà danno un insegnamento a chi il problema non riesce a superarlo. Il cinema italiano dovrebbe crescere un po' in questa direzione.

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