Mommy

2014, Drammatico

Xavier Dolan presenta Mommy: "Ogni film deve seguire il suo 'mandato'"

Il regista ha presentato alla stampa il suo nuovo, già celebrato lavoro; in un incontro stimolante che ha rivelato un artista, ed un uomo, eclettico e di spessore.

Xavier Dolan
Xavier Dolan

27 anni, attore, regista, sceneggiatore

Xavier Dolan, visto e ascoltato di persona, è un personaggio che colpisce almeno quanto i suoi film. La sua figura emana il vigore della sua giovane età, ma anche una singolare tranquillità, una rara consapevolezza e pacatezza nell'espressione di idee forti (cinematografiche e non): quello che stupisce, del regista canadese, è la maturità, non scontata in un venticinquenne approdato giovanissimo alla notorietà, insieme alla capacità di sviscerare con precisione ogni aspetto del proprio lavoro, l'alto livello di consapevolezza di un'arte complessa, che è innanzitutto, nel suo caso, espressione personale.

Dolan non si fa problemi a parlare a tutto tondo, a rivelare di essere figlio di un ambiente proletario, lontanissimo tanto dai lustrini hollywoodiani (a cui pure, presto, farà visita nel suo prossimo progetto) quanto da una formazione nozionistica, in ambito cinematografico e non: i suoi punti di riferimento, come ammette con disarmante sincerità, sono film popolari e commerciali, i Titanic e i film con Robin Williams, le immagini che hanno avvicinato al cinema un bambino con un'innata curiosità, ancora non incanalata nella giusta direzione. La conferenza stampa con cui il giovane regista ha presentato Mommy, nuovo e sfavillante (melo)dramma già passato a Cannes, è stata certo tra le più stimolanti a cui ci sia capitato di assistere negli ultimi anni. Un incontro che rivela un artista, ma soprattutto un essere umano, che fa piacere ascoltare, almeno tanto quanto fa piacere fruire le sue opere.

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La forza della figura materna

Mommy: Anne Dorval in una scena

Come mai è passato dal matricidio raccontato nel suo primo film alla riabilitazione della figura materna qui presentata?
Xavier Dolan: Sono due film diametralmente opposti, completamente diversi. A parte il fatto che entrambi li ho scritti e girati io, e che il protagonista è lo stesso, le similitudini finiscono qui. J'ai tué ma mère si svolge nel mondo sociale della classe media, in un ambiente confortevole, con persone che vivono conflitti banali; lì c'è una crisi adolescenziale, qui una crisi sociale. Mommy si svolge nell'ambiente della classe popolare, forse anche nel suo strato più basso: potrebbe sembrare la storia di una madre e di un figlio che non si amano, incompatibili l'uno con l'altra, mentre invece è la storia di una madre e di un figlio che si amano troppo. Il tono, lo stile, il tipo di regia, la violenza: in Mommy, tutto per me è molto più selvaggio, reale e crudele di quanto non sia in J'ai tué ma mère.

Perché esclude quasi sempre la figura maschile, che quando c'è comunque non fa una gran figura, nei suoi film?
Io sono cresciuto in un mondo di donne, mio padre è stato piuttosto assente dalla mia vita; i miei hanno divorziato quando avevo due anni, e tra l'altro mia madre, dopo il divorzio, si è trasferita nella periferia più profonda, proprio dove è stato girato Mommy. Anche nel periodo in cui vedevo mio padre, in realtà sono stato cresciuto da mia nonna: mia madre lavorava d'estate, e io vivevo in campagna con una prozia materna. Ho passato molta parte della mia vita a osservare le donne, soprattutto le madri: questo ha influenzato molto i temi su cui mi sono concentrato maggiormente, sono temi che ritornano molto nella mia opera. Non mi è mai capitato di osservare degli uomini lottare per conquistare una determinata posizione sociale, o semplicemente lottare per qualcosa, se è per questo: io ho visto solo donne battersi per il proprio lavoro, o per una migliore posizione. Le ho viste piangere per amore, per gioia o per i propri figli, mentre poche volte ho visto uomini in situazioni che mi potessero interessare per la scrittura di un film.

Lei ha dichiarato che sua madre è la fonte principale della sua ispirazione. Cosa le ha ispirato, di preciso? Considera concluso, con quest'ultimo lavoro, il ciclo di film che parlano di sua madre?
Mia madre mi ha ispirato, certo, ma questo non vuol dire per forza che i film che ho fatto mostrino la sua persona. Il mio primo film era effettivamente un film autobiografico, in cui il personaggio principale era ispirato a mia madre. Nel secondo e nel terzo film, poi, ho presentato dei rapporti tra madre e figlio, così come nel quinto; ma non ho mai voluto fare film "terapeutici" per capire il rapporto che ho con mia madre. Quest'ultimo so com'è stato, com'è e come sarà in futuro. Lei la conosco: io faccio film per capire altro, semmai, per capire la vita e me stesso. Ciò che mi ispira non è tanto mia madre, ma la figura della madre in genere: credo sia un tipo di personaggio molto potente e ricco, che racchiude in sé molte idee ed emozioni. Offre moltissimo, perché una donna per definizione ha compiuto molti sacrifici: i personaggi femminili sono più spessi, hanno in loro una trama psicologica più interessante, proprio per le scelte che hanno fatto.

Suoni, immagini e attori

Mommy: Antoine-Olivier Pilon in una scena

Che lavoro fa sulle musiche?
Spesso, per me, la musica arriva prima del film: a volte mi capita di ascoltare una canzone e avere l'impressione che mi ispiri una scena. Credo che un film sia un po' una partitura, in cui tutto è musica, compresi i dialoghi, i suoni e i silenzi: ogni particolare è una nota che ha un suo posto preciso. La musica mi suscita emozioni, e mi fa intravedere le scene prima ancora di sapere in quale film poi la userò.

In Mommy ha usato il formato 1:1. Era una scelta già decisa? Quando scrive, di solito, immagina già che aspetto avrà il film?
Nel caso di Mommy sapevo che avrei usato l'1:1, è stata una decisione molto drastica e, nel caso specifico, l'avevo già presa. In genere, però, non so che tipo di linguaggio adotterò: per me, prima ci sono le singole scene, poi inizio a scrivere la sceneggiatura e allora, lì, le cose si precisano. Mentre scrivo, prima penso al montaggio, poi semmai alla regia. Il processo creativo per me passa attraverso tre fasi, che sono scrittura, montaggio e lavorazione. Poi, quando sono sul set ho già una certa idea di come voglio girare, e quest'idea dev'essere funzionale al montaggio che ho in mente. Certo, poi c'è sempre spazio per l'improvvisazione, per introdurre altre idee. Anche gli attori possono essere fonte di improvvisazione, e poi ci sono le idee estemporanee: per esempio, in Oltre il giardino, con Peter Sellers, qualcuno fece la battuta sull'ipotesi di "camminare sulle acque", e allora il regista Hal Ashby chiese a un suo collaboratore quanto sarebbe costato realizzare una scena del genere. Quella scena nacque così.

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Nei suoi film la recitazione è sempre di altissimo livello, compresa la sua. Come gestisce il suo rapporto con attori?
La priorità della mia vita, più importante ancora del cinema stesso, è proprio la recitazione: sia per ciò che riguarda me, sia per quanto concerne il mio rapporto con gli attori. Mi piace capire i diversi stili di recitazione, studiarli, esplorarli, ed amo farlo insieme agli attori. Essendo attore anch'io, i dialoghi li recito prima personalmente: voglio sentirli, immaginarli in bocca agli attori, fare in modo che escano in modo naturale. Con Anne Dorval, l'attrice principale di Mommy, ricordo che ci siamo seduti, abbiamo aperto una bottiglia, abbiamo bevuto, fumato, e poi abbiamo iniziato a esplorare il personaggio: lei mi diceva 'qui c'è una nota di troppo', oppure 'qui una nota di meno', proprio come in una partitura musicale. In genere, facciamo la stessa cosa anche prima di arrivare sul set. Non facciamo tantissime prove, ma piuttosto preferiamo fare delle letture: quello, per me, è il momento più bello, quello in cui i dialoghi che ho scritto vengono pronunciati da altre persone. Cerco poi di individuare i punti deboli dello script e ci lavoro sopra; in seguito, faccio anche delle prove, ma non molte. Da un lato, cerco di non imprigionare gli attori in un modello fisso, ma dall'altro voglio anche evitare di trovarmi impreparato durante la lavorazione. Sul set, guardo poi ognuna delle scene girate su un piccolo monitor: quando vedo un particolare che mi sembra giusto o adeguato, che può essere un gesto o un movimento, oppure capisco che c'è qualcos'altro che vorrei, lo dico agli attori. Parlo sempre molto sul set, anche durante le riprese, improvviso molto e recito anch'io con gli attori. Per me, la priorità è sempre la recitazione: se non è buona, crolla un po' tutto il film. Lo spettatore si identifica con lo sguardo dell'attore, che gli riporta un po' le sue emozioni e la sua vita.

Mommy: il regista Xavier Dolan in un'immagine dal set del film

L'identità, personale e artistica

Nei suoi primi quattro film è molto presente la ricerca di un'identità sessuale. E' un percorso che si può considerare portato a termine?
Nei miei film non c'è proprio la ricerca di un'identità sessuale, ma piuttosto la ricerca dell'identità tout court: i miei personaggi cercano il loro posto nella società, ma non sono definiti dalla loro identità sessuale. J'ai tué ma mère, per esempio, non è film che parla di un figlio che annuncia alla madre di essere omosessuale: semmai, più in generale, è la storia di un figlio che ha difficoltà ad essere capito dalla madre. Laurence Anyways, invece, è forse il film che più verte su questo aspetto, ma è anche e soprattutto un film che parla di difficoltà amorose; Tom At The Farm è più un film sulla menzogna, sull'abisso che c'è tra città e campagna. Tutti i miei film vertono sull'intolleranza sociale, sull'avversione contro i diversi. In Laurence Anyways, Fred ritrova Laurence 15 anni dopo il suo annuncio di voler cambiare sesso, lo ritrova quando ormai è diventato donna ed entrambi si sono rifatti una vita. Si ritrovano in un bar e non hanno molto da dirsi; lei gli chiede se rimpiange di essere diventato donna, se rimpiange com'era, e lui le risponde "no, se ti riferisci al fatto che mi guardo e vedo come sono diventato, no. Rimpiango casomai il fatto che rimarremo sempre degli emarginati. La società non tollera la diversità, che sia una diversità grande o minima." È proprio ciò che io penso: la differenza rimette in discussione la stessa società, e quindi è pericolosa. Eppure è proprio la diversità ad essere origine del progresso, della letteratura, della storia e delle invenzioni. La differenza andrebbe celebrata, invece si finisce per averne paura.

Qual è la sua formazione cinematografica? Ci sono registi che l'hanno influenzata?
In realtà non ho alcun tipo di formazione: ho interrotto gli studi a 17 anni, e ho vissuto un periodo molto solitario. Da bambino non vedevo film: vengo da un ambiente popolare con un'educazione molto limitata. Sono un "ignaro", uno che non conosce. Durante questo periodo di solitudine, ho avuto un'esperienza fortunata: mio padre, infatti, aveva un'amica sceneggiatrice, che mi ha insegnato moltissimo. È lei che mi ha introdotto alla letteratura e a un cinema diverso da quello a cui ero abituato, a partire da registi come Jane Campion e Wong Kar-Wai. Lì ho iniziato a noleggiare film: sono stati due anni e mezzo in cui finalmente ho potuto guardare un cinema un po' più sofisticato di quello che conoscevo. I miei primi riferimenti cinematografici sono di tipo commerciale, comunque, i drammi familiari degli anni '90, quelli con cui sono cresciuto; magari per voi sono riferimenti un po' ridicoli, ma sono quelli di un bambino, perché allora tale ero. Avendo iniziato a girare a girare a 18 anni, i film che conoscevo erano Titanic, Batman - il ritorno, Mamma, ho perso l'aereo, i film con Robin Williams. Non esiste cinema d'autore o cinema commerciale: ci sono semmai film belli e brutti. Di Titanic parlo spesso, e lo considero un film straordinario, che, per tornare alla metafora musicale, ha ogni nota al punto giusto; lo stesso si può dire per film come Lezioni di piano o Happy Together. Sono film che fanno ciò che devono fare a livello di "mandato": io, quando ho una sceneggiatura, mi chiedo, per prima cosa, proprio cosa debba fare il film, quale sia il suo "mandato". Preferisco comunque parlare di ispirazione che di influenza: l'ispirazione è come un telefono senza fili, ciò che arriva in fondo è diverso da ciò da cui si parte.

Antoine-Olivier Pilon e Anne Dorval in una scena del film Mommy

Il suo film è stato selezionato per la corsa agli Oscar. Come la fa sentire, ciò?
Beh, intanto vado in giro con il film e incontro giornalisti e membri dell'Academy: questo già è eccitante, poi accadrà ciò che accadrà. Vengo da un ambiente diverso da quello di Hollywood, quest'ultimo è tutto un mondo nuovo per me. Ho avuto la fortuna di avere buone critiche, ed è ovvio che l'ambiente hollywoodiano dia adrenalina. Ho già scritto una sceneggiatura per un film da fare negli USA, comunque: ci sono già gli attori, e, a prescindere dagli Oscar, mi sento rassicurato dal fatto che ho dato quello che potevo. Se pure non ottenessi nessuna nomination, ho già un nuovo progetto e non me ne starò certo con le mani in mano.

Ci può parlare più nel dettaglio di questo nuovo progetto?
Nel nuovo film, e anche in quello che lo seguirà, i protagonisti saranno uomini: quello nuovo sarà un film sul cinema, la storia di una star americana che vive le tribolazioni della celebrità e soffre i meccanismi dell'industria. Ma parlerà anche di come le madri gestiscono la celebrità dei propri figli, e di come ciò può avere un impatto sul privato. Non sarà un film sull'industria, ma qualcosa di più intimo: il racconto dello scambio epistolare, segreto, tra un attore e un ragazzino di 11 anni. Il titolo sarà The Death and Life of John F. Donovan, e tra i protagonisti ci sarà Jessica Chastain. Parlerà di uomini, ma anche stavolta non di padri: certe cose non cambiano.

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