Ballo a tre passi

2003, Drammatico

Recensione Ballo a tre passi (2003)

Il regista cerca di mostrarci un incontro magico tra personaggi chiusi nelle loro tradizioni arcaiche e primitive delle montagne e la costa, il mare, così ben fotografato nel film.

Elena Mortelliti

Viaggio nella Sardegna dimenticata

La 18ª edizione della Settimana della Critica Internazionale del Festival di Venezia quest'anno ha premiato il film Ballo a tre passi del regista sardo esordiente Salvatore Mereu, che dopo essersi già distinto con il cortometraggio Prima della fucilazione nel 1997 per il Sacher D'Oro vinto per la migliore interpretazione maschile, propone il suo primo lungometraggio composto da quattro episodi, ognuno con un titolo: primavera, estate, autunno, inverno.
Quattro episodi apparentemente sconnessi fra loro, che mostrano aspetti diversi di una regione ancora "primitiva", pervasa da una cultura legata ad una forma primordiale della comunicazione, dove la parola non è il veicolo principale per scambiarsi messaggi.
I primi due episodi infatti esplorano questo mondo dimenticato che è l'entroterra sardo, superando i cliché di una Sardegna legata ai villaggi turistici della Costa Smeralda .
In realtà il regista cerca di mostrarci un incontro magico tra personaggi chiusi nelle loro tradizioni arcaiche e primitive delle montagne e la costa, il mare, così ben fotografato nel film. Assistiamo quindi al primo incontro di alcuni bambini con il mare, letteralmente rapiti (come del resto lo spettatore) da questo nuovo paesaggio a loro ignoto, sequenza che non può non riportarci al celebre finale del film per eccellenza sull'infanzia I 400 colpi di François Truffaut, in cui infatti il protagonista scorge per la prima volta in vita sua il mare.
Si tratta di una prima volta anche per Michele, il protagonista del secondo episodio di Ballo a tre passi: estate, che giunto sulla costa dalle montagne per consegnare il formaggio fatto col latte delle sue pecore, incontra sulla spiaggia una misteriosa pilota francese, che lo inizierà all'amore.
Entrambe le emozioni molto forti descritte nei primi due episodi del film sono rappresentate unicamente mediante le immagini, perché in nessuno dei due casi i personaggi riescono ad esprimere verbalmente i loro sentimenti, proprio perché fanno parte di un universo ancora primitivo.
La parola come fonte primaria della comunicazione tornerà negli altri due episodi del film: autunno e inverno. La suora che in occasione del matrimonio di una sua parente torna nel suo villaggio e dunque alle sue origini, ha infatti quasi dimenticato il dialetto del suo paese e parla l'italiano.
Il suo sarà un ritorno al passato, alle tradizioni, all'istintività rimossa e perduta dal suo cammino regolato da leggi arbitrarie della sua Chiesa. La parola in questo caso è fonte di perdita di un mondo ancora vivo in queste terre dimenticate dalla penisola e soprattutto dal cinema.
L'ultimo episodio, l'epilogo, è più che altro dedicato alla canzone, che accompagna gli ultimi attimi di vita di un uomo anziano, il quale per solitudine decide di pagare una prostituta per passare allegramente una serata, e cantare la sua canzone preferita "Cielito Lindo", che gli provocherà un arresto cardiaco.
Bella la sequenza onirica finale, in cui Giorgio (il protagonista di "inverno") sale sull'aereo della pilota francese già vista nel secondo episodio e saluta i protagonisti dei precedenti capitoli del film, per lasciare nel modo più elegante possibile il mondo dei vivi.
Un momento questo in cui i quattro episodi apparentemente sconnessi fra loro sono finalmente riuniti, dove tutti i personaggi si ritrovano nel momento della morte per l'ultima volta.
Un finale dunque molto ambizioso, forse troppo, specialmente perché lo stile molto naturalistico del film subisce improvvisamente un'impennata e sembra voler alzare il tiro per dare un altro sapore al film, più surreale.
Ballo a tre passi è un interessante esordio di un regista visibilmente portato per uno studio antropologico ed etnografico della sua regione natale, che cerca di superare gli stereotipi del cinema italiano con un linguaggio molto crudo e sincero, attento a donare un'immagine inedita dell'isola, o almeno debitrice dello stile documentaristico di grandi registi come Vittorio De Seta, che ha per primo osservato gli aspetti più nascosti e primordiali dell'isola.
Il dubbio è che ancora il nostro Mereu non abbia trovato uno stile personale, fin troppo legato infatti agli illustri precendenti e proprio per questo schizofrenico, come dimostra la frammentarietà degli episodi e il finale totalmente avulso dal resto del racconto.
Questo non vuol dire però che Ballo a tre passi sia un film minore rispetto agli esordi italiani degli ultimi anni, perché sicuramente dimostra una conoscenza e una riflessione sul linguaggio cinematografico rari e giustamente si è meritatato il Leone del Futuro, proprio nella speranza che il futuro ci possa regalare capitoli ancora più convincenti e maturi sulla nostra cultura spesso rimossa dalle futili mode passeggere.

Recensione Ballo a tre passi (2003)
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