The Kingdom

2007, Drammatico

Recensione The Kingdom (2007)

Tutto è così tragicamente realistico, da sembrare fittizio. Lo shock straziante di una realtà così violenta ha desensibilizzato la comune percezione dello spettatore e offuscato la distinzione tra vero e falso, storia e affabulazione, gioco e guerra.

Maria Vittoria Galeazzi

Vero come un videogame

Sparare al bersaglio, abbattere il nemico, annientarlo. Come in un videogame, come un flipper di pallottole ed esplosivi, un gioco tutt'altro che divertente si muove sullo schermo della nostra attualità. Tutto è così tragicamente realistico, da sembrare fittizio. Lo shock straziante di una realtà così violenta ha desensibilizzato la comune percezione dello spettatore e offuscato la distinzione tra vero e falso, storia e affabulazione, gioco e guerra.
Con The Kingdom quello che solitamente scorre davanti ai nostri occhi attraverso gli annunci dei telegiornali è trasportato al cinema in una storia appassionante che rappresenta in modo incredibilmente verosimile quello che davvero succede nel mondo.
Il conflitto tra Stati Uniti e Iraq, l'incubo del terrorismo, gli scontri in Medio Oriente, le invalicabili differenze tra due culture agli antipodi: il racconto girato da Peter Berg (Friday Night Lights) e prodotto dal maestro dell'action movie Michael Mann è la messa in scena dello spettacolo più terrificante, la guerra che ci attende fuori dalla porta.

Un ottimo cast completa la verosimiglianza del film: il premio Oscar Jamie Foxx, il bravissimo Chris Cooper, i più giovani Jennifer Garner e Jason Bateman (insieme nel film vincitore della seconda Festa di Roma, Juno) e i due carismatici interpreti mediorientali Ali Suliman e Ashraf Barhom (Paradise Now).

La storia parte da un tremendo attentato avvenuto in una base petrolifera americana in Arabia Saudita dove vivono impiegati occidentali con le loro famiglie. La morte di centinaia di civili innocenti insieme a molti soldati sauditi, che erano sul luogo per proteggerli ed aiutarli, scuote gli animi del governo USA ma soprattutto di un gruppo di agenti speciali dell'FBI. Dopo la grave perdita di un loro prezioso collega, infatti, l'Agente Speciale Fleury (Foxx), l'agente esperta in lingue e analisi mediche Mayers (Garner), il veterano esperto in esplosivi agente Sykes (Cooper) e l'agente dei servizi segreti Leavitt (Bateman) decidono di partire di nascosto per il Medio Oriente ed indagare sul posto per scoprire chi manovra la macchina di morte contro gli americani.
Il lavoro laggiù è però più difficile del previsto: le differenze tra le culture comportano una diversità assoluta nelle regole, nelle abitudini, nei modi di vivere, ma anche di lavorare e d'indagare sui crimini. La collaborazione tra gli agenti americani e i colleghi sauditi assegnati alla loro protezione, il colonnello Al Ghazi (Barhon) e il sergente Haytham (Suliman), è minata da una profonda sfiducia e da una dilagante incomprensione di fondo.
Forse solo il comune desiderio di porre fine alle morti inutili e la voglia irrefrenabile di vendetta per la tanta ingiustizia subita, uniscono le due fazioni alleate permettendogli di condurre le indagini con uno scopo congiunto, con la stessa sfacciata determinazione.

L'unica arma per combattere chi non teme la morte è il coraggio di chi tiene con tutto se stesso alla vita. Forse per questo la pellicola insiste un po' forzatamente sul soffermarsi sui bambini, simbolo della speranza e dell'innocenza, qui manipolati per un mero tentativo di commuovere, puntando soprattutto sul rapporto padre-figlio. Una pecca del regista che ha scelto la via più breve, e probabilmente evitabile e non necessaria, per intenerire ed emozionare.
Non c'era bisogno, però, di ricorrere al banale escamotage di inserire sequenze e dialoghi smielati e vanamente strappalacrime: le scene shockanti degli attentati girate, come il resto del film, attraverso l'irrequietezza di passaggi svelti e sporchi della telecamera fanno trasudare l'immagine di ansia e tensione, emozionano e commuovono più di qualsiasi battuta ad effetto. Niente è più toccante di un racconto che sembra appartenerti. Nulla appassiona di più di una storia che potrebbe benissimo essere vera e che semplicemente si limita ad apparire come tale.

Una volta è stato detto che "non è riconosciuto come storia quello su cui non è ancora stato fatto un film". La triste verità rispetto a questa diceria è che il terrore nei confronti della guerra porta a distaccarsi dalla realtà, a deresponsabilizzarsi. Si osservano massacri e continui attentati alla TV, ma per un'assuefazione all'immagine non ci tocca quello che vediamo. Paradossalmente, un film come The Kingdom, che riesce ad introdurci in una storia - che accogliamo senza riserve nella nostra immaginazione perché sappiamo inventata - incide in modo forte ed irrevocabile sul nostro senso della realtà. In un racconto, come questo, che descrive una situazione realmente esistente e del tutto attuale- non solo un thriller d'azione ma un progetto informativo ed educativo - avviene, come per proprietà transitiva tra rappresentazione e oggetto rappresentato, l'acquisizione di una nuova consapevolezza rispetto al reale. Il film abbatte l'incredulità e attraverso l'intrattenimento riesce ad aprire gli occhi.

Recensione The Kingdom (2007)
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