Venezia 66, giorno 1: quel ruggito siciliano che non fa paura

Partita la Mostra del cinema di Venezia in versione work in progress. Tornatore rilancia le ambizioni del cinema italiano con un film imperfetto, mentre per il genere horror che dominerà il festival si parte con il flop di Rec 2.

Massimo Borriello

Si sono finalmente accesi i riflettori sulla 66a edizione della Mostra del Cinema di Venezia, quest'anno in versione work in progress con le ruspe impegnate nella costruzione del nuovo Palazzo del Cinema, nell'area adiacente al Casino, il cui completamento è previsto (in maniera forse eccessivamente ottimistica) per il 2011. A poche ore dalla cerimonia d'apertura l'impianto organizzativo risultava ancora in alto mare, mentre i leoni arrugginiti degli scorsi anni sonnecchiavano sparsi per il Lido, o malinconicamente abbandonati ai margini della passerella, in attesa di una migliore sistemazione. Intanto a pubblico e accreditati si promettono ristoranti aperti fino a tarda notte e inedite possibilità di trovare ristoro ad ogni angolo del Lido, ma finora si sono solo viste serrande abbassate, banchi vuoti e i soliti prezzi astronomici per pizzette e panini da autogrill. Il caldo poi attanaglia la laguna, e nelle sale si passa da climi da freddo polare all'insostenibile sauna di sfortunate proiezioni. Come quella dello spagnolo Celda 211 nella nuova sala Perla 2, dedicata alle proiezioni della Settimana della critica e delle Giornate degli autori, durante la quale era tutto un chiedersi cosa fosse successo all'aria condizionata: si spera che il caldo infernale patito in quelle due ore sia solo un episodio isolato.

Una scena del film Baaria
Insieme alla Mostra ha cominciato però a rivelarsi anche quell'Arte cinematografica che Venezia è qui volta a celebrare. A dare il via alla kermesse, e quindi al concorso, l'atteso Baarìa di Giuseppe Tornatore, magniloquente affresco corale di trent'anni di una Sicilia che non c'è più e che si rimpiange, stritolata da serpi mafiose e rovinata nell'aspetto urbanistico da ciechi ministri eccitati soltanto dal vil denaro. "Un capolavoro" lo ha definito Silvio Berlusconi, probabilmente esaltato dal buco nell'acqua del comunismo che in esso vi si racconta. Apprezzabile nelle ambizioni che fanno tornare a infiammare un cinema italiano ormai sempre più giocato tra le classiche "due camere e cucina", il film di Tornatore appare tuttavia esagerato nell'imponente messa in scena e narrativamente sfilacciato oltre che fin troppo didascalico. Un capolavoro certo no, ma un importante film imperfetto da cui ripartire per ritrovare fiducia nei nostri mezzi.
Leggi la recensione del film.

Un'immagine dell'horror Rec 2
Nel giorno d'apertura della Mostra si è poi visto anche il primo horror del nutrito gruppo di film di genere che cercheranno di terrorizzare quest'anno il Lido. Dopo la buona accoglienza di due anni fa, Jaume Balaguerò e Paco Plaza ci hanno riprovato presentando qui fuori concorso Rec 2 fiacco seguito di quell'innovativo Rec che si è meritato addirittura un remake americano, il trascurabile Quarantena. E stavolta è partito qualche fischio alla fine della proiezione per la stampa. I due registi spagnoli dimostrano infatti di aver già esaurito le idee, limitandosi a ricalcare lo stile del precedente lavoro, fornendogli una coloritura perversamente religiosa, con gli zombie posseduti dal demonio pronti ad attaccare con ferocia una squadra speciale dell'esercito spagnolo. Buono il lavoro sulla parte sonora del film, che aiuta a costruire una soffocante atmosfera claustrofobica, ma i brividi sono pochi e tutti cercati con la stessa formula, già ampiamente digerita e quindi dallo scarso impatto.
Leggi la recensione del film.

Un'immagine del documentario L'amore e basta
Anche alle Giornate degli autori si sono riviste Italia e Spagna. In un momento particolarmente critico per le persone omosessuali nel nostro paese, dopo gli abominevoli atti criminali di Roma che hanno colpito in particolare la "gay street", Stefano Consiglio tenta di rasserenare gli animi col suo bel documentario L'amore e basta che racconta le storie d'amore di nove coppie gay e lesbiche in maniera garbata e senza lasciarsi andare a inutili piagnistei, perché a generare violenza è sempre l'ignoranza (leggi la recensione del film). Violenza che trabocca copiosamente da Celda 211 di Daniel Monzon, tragedia ambientata in un carcere dove un secondino in esplorazione nella struttura che dall'indomani ospiterà il suo primo giorno di lavoro si ritrova coinvolto in una rivolta dei detenuti e sarà costretto a fingersi uno di loro per salvare la pelle. Film che mette a dura prova la sospensione dell'incredulità dello spettatore, con una serie di eventi improbabili che limitano la potenza del racconto, quello di Monzon è un lavoro onesto che sa montare una certa tensione lasciando comunque modo di riflettere su come la vita imbocchi una diversa direzione a seconda delle circostanze.

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