Venezia 64, ad un passo di leone dalla fine

Dopo una prima parte non incoraggiante, fatta di film discreti, con qualche punta isolata, ma nulla di indimenticabile, Venezia 64. ha finalmente regalato ai nostri occhi una serie di pellicole decisamente esaltanti.

Massimo Borriello

Il leone cammina sulla laguna, tra ruggiti e colpi di tosse.
Appena entrata nel vivo, questa burrascosa edizione della Mostra di Venezia si avvia già verso il suo epilogo. Ieri un forte vento, con raffiche fino a 80 chilometri orari, ha seriamente rischiato di scoperchiare la struttura più capiente del festival, il PalaBiennale, e anche solo camminare per strada ha comportato non poche difficoltà ai suoi frequentatori. Cartelloni pubblicitari, segnali stradali, transenne, tutto trascinato per terra dalla bufera: nella mattinata di ieri le strade del Lido si presentavano come appena scampate ad un'inaspettata apocalissi. Confessiamo la malinconia che ci ha colti nel vedere i luoghi della mostra completamente deserti, con il solo Gianni Ippoliti ad occuparsi del suo muro, anch'esso messo a dura prova dalla pioggia e dal vento. Il freddo ha avuto i suoi effetti negativi sulla salute di chi è stato colto alla sprovvista da questo brusco cambio di temperature (in sala registriamo un aumento repentino di starnuti e colpi di tosse) ed ha allontanato inevitabilmente buona parte del pubblico dalla passerella. Eppure sono bastati i primi timidi raggi di sole nel corso della giornata a far ripopolare questo festival ormai decollato, grazie al buon cinema proposto in questi giorni, che vivrà oggi uno dei suoi momenti più attesi, nella consegna del Leone alla carriera a Tim Burton. Accolto da un'autentica ovazione, poco fa c'è stata la sua conferenza stampa che s'è trasformata in una collezione di attestati di stima e ammirazione da parte dei giornalisti che hanno dichiarato a più riprese di essere cresciuti con i lavori e la fantasia dell'immaginifico regista americano, il più giovane a ricevere un simile riconoscimento nella storia della Mostra.

Dopo una prima parte non incoraggiante, fatta di film discreti, con qualche punta isolata, ma nulla di indimenticabile, Venezia 64. ha finalmente regalato ai nostri occhi una serie di pellicole decisamente esaltanti. Ad alzare il livello qualitativo dei film presentati in questa edizione non è stato certo l'attesissimo Woody Allen: il geniale regista dalla penna finissima ha mostrato tutta la sua ruggine con il banale Cassandra's Dream, ennesima storia di delitto e castigo, logorroica oltremodo senza sfoggiare un solo dialogo degno del nome del suo autore. C'è da dire che l'arrivo a Venezia del film di Allen era stato piuttosto turbolento, circondato dalle polemiche per la decisione della Filmauro di annullare tre delle cinque proiezioni previste, impedendo così di fatto al pubblico di assistere al film, ad eccezione della costosissima proiezione in Sala grande andata esaurita in pochi minuti. Inevitabili perciò i fischi e gli improperi di disappunto partiti all'apparire del logo Filmauro sui titoli del film, durante l'unica proiezione riservata alla stampa. Una sezione che non ha convinto quella di Venezia Maestri, nella quale sembrano essere state dirottate opere non riuscite di grandi registi senza più mordente, Chabrol compreso.

Il grande cinema a Venezia è stato accompagnato, quindi, da altri registi, per lo più giovani. Impossibile restare indifferenti ai colori e alle intuizioni geniali di The Darjeeling Limited di Wes Anderson (e del suo applauditissimo corto, con una Natalie Portman per la prima volta nuda sullo schermo) che hanno regalato finalmente agli spettatori un sorriso intelligente. L'originalità dello sguardo del regista americano è qualcosa da salvaguardare per il bene del cinema. Altro film che sembra aver messo d'accordo tutti e attualmente in pole position nei sondaggi per l'assegnazione del Leone d'oro è La graine et le mulet, opera brillante, ma infinita, sui problemi di una famiglia di origine araba nella Francia di oggi. Ancora ottime cose si sono viste dalla solita Taiwan. Stavolta Tsai Ming Liang ha ceduto i riflettori al suo attore feticcio Lee Kang-Sheng che ha incantato con la sua seconda opera da regista, Help Me Eros, storia notturna d'incomunicabilità e solitudini, tema che da sempre esalta i cineasti orientali. Ma la pellicola che più ci ha stupiti per la sua potenza e la sua carica innovativa è stata sicuramente Io non sono qui di Todd Haynes, un anti-biopic dedicata a Bob Dylan che ha saputo creare un universo a sé ricco di spunti e di suggestioni, un'opera non convenzionale, contro tutti i fascismi, una boccata di libertà che ci ha fatto sognare. Ancora ottimo cinema al Lido si è visto grazie al cinese The Sun Also Rises, una fiaba un po' confusa, ma visivamente molto potente e ricca di simbolismi, quantunque difficili da decifrare, che ha rimesso a lucido i nostri occhi. Decisamente riuscito anche il nuovo film di Ken Loach, un conflitto tra poveri in una Londra da Terzo Mondo e ruvida parabola sugli errori che si continuano a commettere nella lotta alla sopravvivenza.

E gli italiani? In concorso è passato il secondo film di casa nostra, Il dolce e l'amaro di Andrea Porporati, che ha raccontato di un personaggio di finzione invischiato nei loschi affari della mafia e del suo lungo percorso di redenzione. Una scena irresistibile di una rapina in banca, tradotta dal dialetto siciliano all'italiano, e un buon finale non salvano un film che affonda progressivamente nella noia. Ancor più banale invece La ragazza del lago, unico rappresentate italiano nella Settimana della critica, penalizzato da un Toni Servillo in versione fotocopia che ripropone il personaggio già interpretato ne Le conseguenze dell'amore, un uomo gelido che regala battute fulminanti con indifferenza. Ha commosso invece Madri, il documentario di Barbara Cupisti, dedicato alle donne palestinesi ed israeliani che hanno visto i propri figli morire nell'eterno conflitto arabo-palestinese. Domani sarà la volta dell'ultimo film italiano in concorso, L'ora di punta di Vincenzo Marra, accompagnato da quella Fanny Ardant che aveva scatenato numerose polemiche nelle scorse settimane per le sue dichiarazioni di stima nei confronti di Renato Curcio e delle Brigate rosse, tornata poi sui propri passi dopo essersi resa conto della gravità di quanto detto.

Finalmente si è conosciuto il nome del film a sorpresa che sarà presentato stasera alla stampa. E' Shentan della coppia Johnnie To e Wai Ka-Fai, poliziesco di Hong Kong dalle atmosfere soprannaturali. Quindi mancheranno soltanto quattro film e poi non resterà che aspettare l'assegnazione dei premi. Tra gli altri film del concorso già presentato si sono distinti il delirante western di Takashi Miike e l'ostico En la ciudad de Sylvia, mentre in pochi sono riusciti a non addormentarsi durante le due ore e mezza di The assassination of Jesse James, barboso film di banditi, graziato da Brad Pitt che ha tentato di comprarne i diritti per impedirne la distribuzione. I giochi stanno quindi per essere fatti e Venezia sta per incoronare il suo leone, l'ultimo dell'era Marco Muller, a meno di improbabili riconferme. Tra le attrici sembra già avere la statuetta in pugno la bravissima Tang Wei, debuttante in Lust, caution di Ang Lee, mentre tra gli uomini probabilmente ci sarà una lotta interna tra i due protagonisti di Sleuth (Michael Caine e Jude Law) con terzo incomodo Tommy Lee Jones, splendido padre di In the valley of Elah. Ci aspettiamo comunque ancora qualche sorpresa dai titoli che saranno presentati in questi pochi giorni che ci dividono dalla cerimonia finale di sabato, presentata da Stefania Sandrelli. Il leone è pronto al suo ultimo passo prima dei fuochi d'artificio.

Venezia 64, ad un passo di leone dalla fine
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