Halloween - La Notte delle Streghe

1978, Horror

Recensione Halloween - La Notte delle Streghe (1978)

Quando nel 1978 John Carpenter girò questo horror a basso costo non aveva probabilmente idea dell'enorme successo di pubblico a cui sarebbe andato incontro.

Una notte di scherzi mortali

Quando nel 1978 John Carpenter girò questo horror a basso costo, commissionatogli dal produttore Mustapha Akkad sulla base di un'esile traccia (una baby sitter terrorizzata da un maniaco omicida in una cittadina americana), non aveva probabilmente idea dell'enorme successo di pubblico a cui sarebbe andato incontro, né del fatto che con il suo film avrebbe dato inizio ad un vero e proprio sottogenere cinematografico, quello dello slasher movie o degli "assassini pazzi", storie basate su un folle (spesso apparentemente invincibile o comunque dotato di poteri soprannaturali), che fa strage di adolescenti, generalmente in un piccolo centro abitato americano. Il film in questione ha prodotto negli anni ben sette sequel (per ora), decine di epigoni che ne riprendevano più o meno fedelmente temi e atmosfere, e ha generato quella che è stata forse la prima, vera icona horror contemporanea: Michael Myers, folle e silenzioso assassino mascherato, è stato solo il primo di una serie di sanguinari "eroi" che formeranno un'intera generazione di spettatori negli anni '80: sia il non-morto Jason Voohres della serie Venerdì 13, che l'onirico Freddy Krueger creato da Wes Craven nella serie Nightmare - Dal profondo della notte, sono in qualche modo debitori dell'assassino psicopatico partorito dalla mente di Carpenter.

Il regista, qui per la prima volta alle prese con un vero e proprio horror (ma elementi del genere erano già presenti nei suoi lavori precedenti), delinea già dalla prima sequenza quella che sarà l'atmosfera claustrofobica e angosciante che accompagnerà lo spettatore per tutta la durata del film: l'ormai celebre soggettiva del piccolo Michael che accoltella la sorella è un notevole pezzo di bravura registica, con i morbidi, perfetti movimenti della steadycam, la livida illuminazione che contribuisce ancora di più al senso di claustrofobia dell'intera scena, il cupo commento musicale composto dallo stesso regista, e lo spettatore come imprigionato nel corpo del giovane assassino, consapevole di ciò che sta per accadere ma incapace di evitarlo come nel peggiore degli incubi: un prologo ad altissima tensione, che scopre subito le carte in tavola e prepara lo spettatore a ciò che lo aspetta nel resto del film: è l'orrore quello che dovrà fronteggiare, un orrore cieco, irrazionale e senza limiti, ben rappresentato dal volto spento e senza emozioni del piccolo Michael subito dopo l'omicidio.

Carpenter con questo film riprende, e porta a definitivo compimento, il tema dell'orrore che irrompe all'improvviso nella tranquillità di una cittadina di provincia, trovando terreno fertile proprio nell'incredulità dei suoi abitanti, nell'impossibilità di accettare che la devianza e la follia si possano nascondere in quelle tranquille stradine, in quei praticelli ben potati e in quelle case così familiari. L'idea davvero geniale, poi (da attribuire in realtà al produttore esecutivo Irwin Yablans) fu quella di ambientare la storia proprio durante la tradizionale ricorrenza della vigilia di Ognissanti, durante la quale la gente sfoga il suo bisogno di orrore (fittizio) per riaffermare nel contempo la sicurezza della comunità e il carattere saldo dei principi sui quali questa si regge: quelle cose, qui, non accadono, sembrano dirci quelle zucche messe là fuori a scacciare una immaginaria minaccia, e se per una notte facciamo finta è proprio perché tutti se ne ricordino ancor meglio. Persino l'omicidio avvenuto quindici anni prima è stato rapidamente accantonato, chiuso nella scatola dei brutti ricordi, e nella mente degli abitanti deve aver assunto sempre di più la consistenza di un brutto sogno, da cui per fortuna ci si è risvegliati; casa Myers, sporca e disabitata, è poco più di un'altra casa stregata, come ce ne sono un po' in tutte le cittadine, meta dei giochi di bambini temerari e chiacchierata sede di fantasmi che tutti sanno essere soltanto immaginari.

"Ha visto che gente c'è a Haddonfield?", chiede lo scettico sceriffo a un dottor Loomis che deve apparirgli un po' più simile a un visionario che a uno psichiatra. "Donne, bambini, famiglie come la mia, che vivono in pace tutte tranquille nelle loro case. E lei vuol dirmi che sarebbero destinate a un massacro?" Non si può accettare che il male si nasconda proprio nella nostra tranquilla comunità, e meno che mai che esso si manifesti proprio durante il rito collettivo che abbiamo preparato allo scopo di tenerlo lontano. E ciò non viene accettato fino all'ultimo, neanche quando le grida terrorizzate della giovane Laurie squarciano la tranquillità della notte: "E' solo un altro scherzo", pensano probabilmente gli abitanti della cittadina chiusi al sicuro nelle loro case; "si sa che stanotte ci si diverte così." E invece quello che fa irruzione per la seconda volta ad Haddonfield è proprio il male, che si è incarnato in assassino psicopatico muto, senza volto, incapace della benché minima reazione umana: "L'ho incontrato quindici anni fa, era come svuotato", ci dice ancora il dottor Loomis. "Non capiva, non aveva coscienza, non sentiva, anche nel senso più rudimentale, né gioia né dolore, né male né bene, né caldo né freddo. Spaventoso. Un ragazzo di sei anni con la faccia atona, bianca, completamente spenta. E gli occhi neri: gli occhi del diavolo. Per otto anni ho tentato di riportarlo a noi, ma poi per altri sette l'ho tenuto chiuso, nascosto, perché mi sono reso conto con orrore che dietro a quegli occhi viveva e cresceva il male." E il male non può morire, sembra dirci Carpenter con le continue resurrezioni del suo assassino, perché esso è parte di noi, tra di noi è nato e tra di noi ora è tornato, perché questo è il suo posto. "Non si può uccidere l'ombra della strega" ("The Boogyman", l'uomo nero, in originale), dice il bambino a una shockata Laurie che gli ha appena annunciato di aver ucciso il mostro. E quell'ombra, infatti, non muore, neanche alla fine del film, ma sparisce dopo aver riscosso (quasi) tutto il suo tributo di sangue: forse perché essa, spietata e amorale, assomiglia un po' troppo alla nostra ombra, che possiamo nascondere, mascherare, ma mai completamente cancellare.

E non è un caso che a fronteggiare la minaccia, riuscendo quantomeno a concludere con essa lo scontro in pareggio, sia un personaggio atipico, fuori dal coro, che appare fin dall'inizio come una outsider: Laurie Strode è timida, introversa, impacciata, ha paura delle trasgressioni (in una scena, una semplice tirata di spinello la fa andare in uno stato di colpevole agitazione) ed è probabilmente vergine; il solo pensiero del sesso la mette in agitazione, al punto che è terrorizzata al pensiero dell'appuntamento combinato dalla sua amica Annie con il ragazzo da cui è attratta. Così, mentre le sue due amiche approfittano della festa per flirtare con i loro fidanzati, la timida Laurie resta a casa a fare da babysitter a due bambini (uno dei quali le viene scaricato da Annie in cambio della sua promessa di annullare l'appuntamento tanto temuto). Ma la maggiore sensibilità di Laurie le permette di avvertire il pericolo ben prima delle sue amiche, e la rende in qualche modo preparata ad affrontarlo: la ragazza "sente" la presenza dell'assassino fin dalle prime scene, vediamo il suo disagio mentre passeggia per le strade della cittadina sotto una luce del sole che non rassicura (merito anche dei toni "neutri" della fotografia), insieme ad un'ignara Annie: addirittura la ragazza vede per un attimo Michael Myers dietro a una siepe, ma naturalmente la visione del maniaco viene subito bollata da Annie come un'allucinazione prodotta dalla sua mente sessualmente repressa. Così, mentre le due amiche di Laurie cadranno sotto i colpi di coltello di Myers, tradite dalla loro stessa superficialità, la sensibile protagonista riuscirà a sopravvivere, con il fondamentale aiuto del dottor Loomis, altro personaggio guardato con sospetto proprio perché conscio della minaccia in arrivo.

Carpenter trae così il massimo da una storia semplice, incredibilmente lineare, che nelle mani di un qualsiasi altro regista si sarebbe probabilmente trasformata in un film banale, anonimo, da dimenticare in fretta. Merito di uno stile di regia ormai giunto a piena maturazione, conscio delle sue possibilità e dei suoi obiettivi: agendo in uno spazio ridotto, concentrato, il regista gioca magistralmente con i nervi dello spettatore, riuscendo a trasmettere il senso di irrazionale angoscia che è il perno della storia, e mantenendo sempre alta la tensione e il coinvolgimento anche nelle situazioni più prevedibili; avvalendosi anche di una colonna sonora, da lui stesso composta, che ha fatto epoca, sempre in bilico tra ritmi ossessivi e ipnotici (come il celeberrimo tema principale) e angoscianti sospensioni sonore. Una menzione di merito va anche a una Jamie Lee Curtis ancora molto giovane (da allora lanciata verso una carriera ricca di successi), che rende molto bene il carattere introverso e sensibile della giovane Laurie, e a un ottimo Donald Pleasence, credibile nel ruolo dello spaventato ma deciso dottor Loomis; entrambi interpreteranno più volte i rispettivi personaggi nei vari sequel del film, con sempre minore convinzione.

Così, mentre l'horror attuale oscilla tra la stanca, ancorché trita e ritrita riproposizione seriale di glorie vecchie e nuove, e il "gioco" metacinematografico inaugurato da Wes Craven con la serie Scream, subito "inglobato" nella stessa logica di sequel e cloni che si proponeva di smontare, è giusto e doveroso per ogni appassionato che voglia dirsi davvero tale tornare di tanto in tanto sul film che ha dato inizio al tutto, inaugurando una nuova ancorché semplice concezione della paura cinematografica. Con tutte le contraddizioni, fatte di seguiti e imitazioni scadenti, che ogni nuovo filone si porta inevitabilmente dietro. Ma nel frattempo Carpenter, regista per natura avverso alla logica della serializzazione, aveva abbandonato la sua creatura a chi ne aveva voluto fare una macchina per far soldi, conscio dell'impossibilità di mantenere un controllo su creazioni come queste; navigando da par suo in altri mari e approdando ad altri lidi (dei quali la cupa Antonio Bay di Fog sarà solo la prima tappa), dai quali regalare altre coinvolgenti visioni e nuovi incubi, di quelli che si sedimentano nella mente dello spettatore per restarci molto, molto a lungo.

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Marco Minniti
Redattore
4.0 4.0
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