Recensione Boxing Day (2012)

Attraverso una ingegnosa sceneggiatura in grado di svelarci gradualmente i due protagonisti, il film di Rose lentamente cambia passo e si trasforma da film eccessivamente verboso a dramma claustrofobico di discreto impatto emotivo, riuscendo tra l'altro a includere un interessante sottotesto economico/politico.

Una giornata particolare

Diretto, scritto, montato e fotograto dall'eclettico Bernard Rose (in passato piuttosto noto per l'horror Candyman - Terrore dietro lo specchio e il beethoveniano Amata immortale), questo Boxing Day presentato nella sezione Orizzonti di Venezia 69 è l'ultimo capitolo di una trilogia fortemente voluta dal regista britannico e dedicata alle opere dello scrittore russo Lev Tolstoj. Ispirandosi così al racconto Padrone e servo, Rose traccia un atipico road movie tutto ambientato durante il giorno di Santo Stefano (il "boxing day" del titolo) per le strade di Denver, dove un imprenditore senza scrupoli di nome Basil sta visionando delle case pignorate dalle banche per poterle comprare a prezzo stracciato e poi rivendere con un forte profitto.

Ad accompagnarlo da una casa all'altra c'è un buffo omino di nome Nick, un ex alcolista, divorziato e fin troppo loquace autista che non si limita a scorazzare Basil sulla sua nuova Mercedes, ma cerca di creare a tutti i costi un rapporto col cliente. Per entrambi questa sorta di convivenza forzata si rivelerà più difficile del previsto, finendo con il precipitare inaspettamente e tragicamente nel momento in cui sulla strada per una casa particolarmente isolata si ritrovano bloccati e al buio su una strada ghiacciata nel bel mezzo delle Montagne Rocciose. In quel momento le enormi differenze economiche, sociali e morali tra i due personaggi finiscono con l'essere annullate con inaspettati risultati.

Attraverso una ingegnosa sceneggiatura in grado di svelarci gradualmente i due protagonisti, il film di Rose lentamente cambia passo e si trasforma da film eccessivamente verboso a dramma claustrofobico di discreto impatto emotivo, riuscendo tra l'altro a includere un interessante sottotesto economico/politico ed una critica, nemmeno troppo velata, al capitalismo cinico e brutale tipico statunitense. Con due soli protagonisti, la buona riuscita del film è necessariamente affidata anche ai due attori, in questo caso affidati al misconosciuto Matthew Jacobs (in passato già collaboratore alla sceneggiatura di alcuni film di Rose) e al ben più noto Danny Huston: il risultato forse non è buono quanto sarebbe stato lecito aspettarsi, visto che la chimica tra i due non è di quelle esattamente esplosive e anche lo stile adottato dal regista non aiuta la piena partecipazione da parte dello spettatore. Un peccato considerato l'interessante materiale di partenza e le tante buone idee presenti nel corso della pellicola.

Movieplayer.it

3.0/5