Il signore degli anelli - La compagnia dell'anello

2001, Fantastico

Recensione Il signore degli anelli - La compagnia dell'anello (2001)

John Ronald Reuel Tolkien espresse più volte il desiderio che dal suo capolavoro, quel poderoso romanzo che era nato come seguito del ben più snello Lo hobbit, non venisse tratta una riduzione cinematografica.

'Una festa a lungo attesa'

J.R.R. Tolkien espresse più volte il desiderio che dal suo capolavoro, quel poderoso romanzo che era nato come seguito del ben più snello Lo hobbit, non venisse tratta una riduzione cinematografica. Ma il Professore, come ben sa chi conosce il personaggio, era sconvolto se non addirittura oltraggiato dal successo planetario de Il Signore degli Anelli, e dal fanatismo che ne aveva accompagnato i primi anni di permanenza nel mercato editoriale, che sentiva quasi come una profanazione del frutto più intimo della sua incredibile fantasia, della visione che cristallizzava la sua vita interiore, il suo essere uomo e letterato; sicuramente, con i mezzi dell'epoca, non sarebbe stato possibile rivestire questo sogno di tangibilità, di suoni, di colori. Ma a Peter Jackson, grazie anche alla tecnologia, che ha ormai reso la vita dei cineasti molto più agevole, il miracolo è riuscito: con Il Signore degli Anelli - La compagnia dell'anello il regista neozelandese ha confezionato un prodotto che in ogni fotogramma rifulge di magnificenza e di autentico spirito tolkieniano.

Questo miracolo è stato reso possibile soltanto da una monumentale produzione e da una passione profonda per l'opera del Professore di Oxford; soprattutto la seconda, che ha indotto il regista a coinvolgere nella realizzazione del film i più noti tra gli illustratori dell'opera di Tolkien, Alan Lee e John Howe, e addirittura a contattare studiosi degli idiomi creati dallo scrittore, per assicurare l'impeccabilità dei dialoghi e delle iscrizioni in elfico e nella lingua di Mordor.

Inoltre, Jackson ha potuto approfittare della bellezza della sua terra, la Nuova Zelanda, forse tra i pochi luoghi del pianeta dove si potesse ritrovare la maestà, la purezza, l'incanto dei grandi spazi della selvaggia Terra di Mezzo tolkieniana: la varietà del paesaggio ha permesso al cineasta di seguire la Compagnia per immense distese pianeggianti, lussureggianti zone boschive, minacciose cime innevate, enormi corsi d'acqua, garantendo ad ogni scena un teatro naturale appropriato e di grandissimo impatto. Ma le scenografie artificiali non risultano meno spettacolose di quelle naturali: toglie il fiato la pietra lucente della Torre di Orthanc che svetta al centro della piana di Isengard, toglie il fiato Barad-Dur, le mura brulicanti di creature maligne che celano il cuore nero di Sauron, il Signore Oscuro. Mentre là dove avanzava la Compagnia si respirava il profumo di spazi aperti e incontaminati, qui la presenza del Male genera opprimenti miasmi; la musica di Howard Shore sottolinea la minaccia che si nasconde in questi luoghi, tuona, martella, punteggia il ritmo incalzante delle incessanti manovre e trame malefiche. Un commento sonoro perfetto a coronamento di una produzione perfetta.

Gli attori, soprattutto i nove della Compagnia, forniscono un'ottima performance corale; su tutti, l'immenso Ian McKellen incarna Gandalf il Grigio forse meglio di quanto gli ammiratori del romanzo di Tolkien potessero sperare, ma anche gli altri protagonisti, Mortensen, Wood, Rhys-Davies, Bean, Bloom e gli altri "hobbit", danno prova di notevole affiatamento, cosicché le sinergie dell'organismo-Compagnia operano speditamente e senza perdere un colpo.

Parlare di "capolavoro" è forse ancora avventato, nonostante la tentazione sia indubbiamente presente; attendiamo con ansia di vedere l'opera nella sua completezza, con l'uscita degli episodi successivi della trilogia. In questa prima parte ancora troppo vaga è la portata degli eventi, e ben poco è rivelato dello spessore dei personaggi che popolano la saga; quel che sicuramente possiamo dire de La compagnia dell'anello è che rappresenta egregiamente la concezione tolkieniana, che ogni particolare ne esprime la bellezza, la grandiosità, l'intensità e la soffusa malinconia. Un monumento, insomma, allo spirito romantico e avventuroso che permea l'opera del filologo e romanziere britannico, e un piacere per gli occhi e per il cuore. E chi sa se anche il Professore, se fosse ancora tra noi, non ne sarebbe stato soddisfatto.

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Alessia Starace
Redattore
5.0 5.0
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