I fiumi di porpora 2 - Gli angeli dell'apocalisse

2004, Azione

Recensione I fiumi di porpora 2 - Gli angeli dell'apocalisse (2004)

Questo "sequel" (più di nome che di fatto) del thriller di Kassovitz si rivela purtroppo un totale fallimento, a causa di una sceneggiatura del tutto risibile e di una regia piatta e anonima.

Un sequel immerso nel trash

Dopo il successo del thriller I fiumi di porpora, diretto nel 2000 da Mathieu Kassovitz, era quasi inevitabile che la produzione mettesse presto in cantiere un sequel: sequel che è arrivato poi con notevole ritardo (anche a causa del rifiuto di occuparsi dello script da parte di Jean-Christophe Grangé, autore del romanzo da cui era stato tratto il primo film), e che in realtà, a ben vedere, si è rivelato "sequel" più di nome che di fatto. L'unico collegamento di questo I fiumi di porpora 2 - Gli angeli dell'apocalisse (titolo fuorviante, in quanto richiama senza motivo il film precedente) con la pellicola di Kassovitz risiede infatti nel personaggio dell'ispettore Niemans, qui interpretato di nuovo da Jean Reno. Il poliziotto è stavolta impegnato con una serie di omicidi a sfondo religioso, compiuti da frati apparentemente dotati di poteri sovrannaturali che colpiscono gli ex-appartenenti ad una setta cattolica; la chiave del mistero è nascosta in un vecchio monastero sito nella Lorena e retto da un potente funzionario del governo tedesco.

Questa nuova "puntata" delle avventure di Niemans si rivela purtroppo un totale fallimento, da qualsiasi punto di vista la si voglia guardare. Il film cerca di seguire una struttura simile a quella del precedente, con due indagini separate (compiute dal protagonista e dalla futura "spalla", qui interpretata da Benoît Magimel) che si vanno ad incrociare, delineando una vicenda ai confini del sovrannaturale. Il film di Kassovitz non era certo un capolavoro, ma risultava comunque un thriller affascinante ed intrigante, grazie da un lato alla perizia tecnica del regista, dall'altro al fascino dell'ambientazione, una piccola cittadina sita tra le alpi che nascondeva un segreto terribile. Nulla di tutto questo troviamo invece nel film di Olivier Dahan, che appare subito penalizzato da una pessima sceneggiatura e da una regia sciatta e priva di personalità. Il film sembra fin dall'inizio indeciso sulla strada che vuole prendere, con una componente fantastica molto forte (frati assassini agilissimi ed immuni ai colpi di pistola), mal sposata con l'elemento horror (dato dalla truculenza degli omicidi) e con quello più specificamente da thriller d'azione. Lo script (opera di un Luc Besson evidentemente poco ispirato, e comunque negli ultimi anni sempre più immerso nella melma di un cinema di genere anonimo e senz'anima), partendo da uno spunto estremamente esile inanella banalità e assurdità una dopo l'altra, con dialoghi e situazioni spesso ai limiti del ridicolo involontario. Il sottofondo "religioso" della trama è poi del tutto gratuito: non c'è nessuna volontà reale, da parte della sceneggiatura, di esplorare il sottobosco delle sette di origine cattolica, e simbologie e riferimenti biblici sono pretestuosi e slegati dalla reale entità della vicenda. La regia ha i soliti tratti videoclippari e modaioli, senza però riuscire a creare un vero clima, un'atmosfera che possa conferire un qualche interesse a una vicenda già di per sé poco attraente.

Svogliati appaiono anche tutti gli interpreti, da un Jean Reno decisamente sottotono rispetto a quanto aveva mostrato nel film di Kassovitz (colpa anche della sceneggiatura che ha sottratto una notevole quantità di spessore al personaggio), ai suoi poco ispirati comprimari Benoît Magimel e Camille Natta. Spiace poi trovare coinvolto in un film di questo genere un grande attore come Christopher Lee, uno spreco di classe e di abilità recitativa che fa gridare vendetta (e la scena finale, che non riveliamo anche se non sarebbe un grande danno, potrebbe essere emblematica di come deve essersi sentito l'attore a partecipare a una pellicola del genere).

C'è davvero poco altro da dire su un thriller che scivolerebbe nella noia più totale se non fosse per le continue, involontarie "gemme" di comicità trash disseminate per tutta la sua durata, che riescono a tener sveglio lo spettatore che altrimenti sarebbe sopraffatto dall'apatia: non crediamo sia questo, comunque, il tipo di interesse che Besson e Dahan volevano suscitare. Sappiamo che la produzione ha già ipotizzato un terzo episodio, finora intelligentemente rifiutato da Jean Reno: speriamo con tutto il cuore, a questo punto, che l'attore resti fermo nel suo proposito.

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Marco Minniti
Redattore
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