Un Re allo sbando

2016, Commedia

Un re allo sbando: La regista Jessica Woodworth, "La satira? Migliore arma per raccontare il nostro tempo".

È stato il film rivelazione della Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia, il primo in chiave comica della coppia di autori de "La quinta stagione". Una riflessione sull'instabilità dell'Europa contemporanea, che potrebbe essere il primo capitolo di una trilogia.

King of the Belgians: una scena del film di Peter Brosens e Jessica Woodworth

Fare film? Un privilegio immenso e una grande responsabilità, oltre che una necessità. E le suggestioni che vi si annidano sono spesso molteplici, come nel caso della genesi di Un Re allo sbando, commedia rivelazione della scorsa Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Orizzonti, diretta dalla stessa coppia di autori de La quinta stagione, Jessica Woodworth e Peter Brosens.
Una grande metafora dell'instabilità che domina l'Europa contemporanea e più in generale il mondo intero, un'allegoria che affonda le proprie radici in fatti che solleticarono la fantasia dei registi molti anni fa: la crisi politica che nel 2011 costrinse il Belgio a rimanere per ben 589 giorni senza governo e poi l'eruzione del vulcano islandese che mandò in tilt il traffico aereo di mezza Europa e regalò al mondo le foto del presidente estone immortalato mentre fa benzina e cerca di rientrare in patria a bordo di un minibus in mezzo ai Balcani, dopo essere rimasto bloccato a Istanbul.

King of the Belgians: un'immagine tratta dal film

"Tutto questo ci faceva pensare ai vecchi tempi quando lo spazio e il tempo avevano altri valori", racconta la Woodsworth alla presentazione romana del film. "Così abbiamo immaginato la storia di un re costretto a fare un viaggio nell'anonimato attraverso i paesi della complessa regione balcanica, partendo dalla periferia dell'Europa: Istanbul. C'è una forza simbolica immensa in tutte le scelte che abbiamo fatto". Strano vederli alle prese con un registro comico: "I nostri film precedenti erano molto oscuri e tragici, ma io e Peter crediamo che tragedia e commedia in realtà siano vicinissimi. E nessuno immaginava che saremmo invece riusciti a far ridere la gente come poi è successo a Venezia".

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Alla deriva...

King of the Belgians: un'immagine del film

Girato cronologicamente nel giro di venti giorni tra Bruxelles e un piccolo paese in Bulgaria, il film racconta l'odissea del re Nicolas III che in incognito e senza seguire il protocollo affronterà un rocambolesco viaggio che dalla Turchia attraverso i Balcani lo riporterà in patria. Rimasto infatti bloccato da una misteriosa tempesta solare a Istanbul dovrà fare appello a insospettabili risorse per poter rientrare nel suo regno, il Belgio, in piena crisi politica dopo la dichiarazione di indipendenza della Vallonia. Un road movie che diventa inevitabilmente cammino di formazione di un uomo apatico, solitario e di poche parole, un 'burattino' come lo definisce spesso la voce fuori campo di Duncan Lloyd, il regista incaricato di girare un documentario su di lui nel tentativo di rinfrescare l'immagine della monarchia.

King of the Belgians: un momento del film

Un re allo sbando è una storia piena di riferimenti politici, "ma non è un film politico" ci tiene a precisare la regista. "La dimensione metaforica e allegorica era intrinseca, ma la nostra priorità era rimanere sempre vicino al re e al suo punto di vista. Avremmo potuto virare su toni più drammatici parlando ad esempio della guerre nei Balcani, della Brexit o della tragedia dei profughi, che mentre montavamo erano diventati temi molto dibattuti, ma non era il nostro scopo: dovevamo invece cercare il tono giusto per rivelare delle cose e aprire delle finestre rimanendo sempre concentrati sulla dimensione umana del protagonista".

Seguire il reale: dalle prove all'improvvisazione

King of the Belgians: un'inquadratura del film

Ci sono voluti mesi di preparazione prima di cominciare a girare, molte delle prove si sono svolte in Belgio a Bruxelles dove registi e attori si sono spesso incontrati per "sviluppare i personaggi come quello invisibile del protocollo, che determina gli atteggiamenti dei protagonisti. Il re all'inizio è un uomo solitario definito dal comportamento un po' strano degli altri intorno a lui".
Il peregrinare del re in compagnia del suo bizzarro entourage (un serioso addetto al protocollo, una responsabile della comunicazione rigida e puntigliosa, un cameriere personale dai modi semplici e schietti) acquista nel corso della narrazione i toni della commedia surreale che mutua dalla realtà il sapore dell'imprevisto.

Un Re allo sbando: Bruno Georis in una scena del film
"Siamo rimasti molto aperti al reale come succede ad esempio nella prima immagine del film, quando ho lasciato che la telecamera riprendesse tutto ciò che succedeva compreso la gente intenta a pulire le sfere dell'Atomium", racconta la Woodworth. "Ci siamo adattati alla realtà del momento, che ci ha spesso fatto tanti regali durante le riprese. Mi piace togliere tutto e lavorare per sottrazione, perciò abbiamo scelto di dare i dialoghi agli attori solo all'ultimo minuto e di non dirgli che stavamo girando una commedia". Tanta improvvisazione e il coinvolgimento anche di attori non professionisti hanno fatto il resto: "In Bulgaria avevamo bisogno di una persona che interpretasse il sindaco del paese. Sul posto abbiamo trovato una persona divertente disposta a farlo e che il giorno dopo si è presentata sul set a piedi nudi: ha improvvisato tutto e abbiamo tenuto la scena".

Dalla metafora politica al sequel

Un Re allo sbando: Peter Van den Begin in una scena del film

Il vero pregio del film è essere un microcosmo allegorico, che fa di quel re allo sbando il riflesso grottesco della nostra Europa: "Tutto il mondo è allo sbando, non solo l'Europa", commenta la regista. "È un periodo triste per tutti, ma abbiamo il dovere di comunicare e parlare di più per non lasciare che l'odio e la paura segnino le giovani generazioni. Stiamo entrando in una fase molto pericolosa soprattutto con Trump, che non merita il posto che ha". Il viaggio del protagonista non è per nulla concluso: Nicolas non è ancora tornato a casa. Quello che gli succederà al rientro potremmo vederlo in un sequel, Arcipelago: "Lo stiamo scrivendo e lo gireremo sull'isola di Tito in Croazia. Anche in questo film seguiremo l'attualità: parleremo di estrema destra, ma con un umorismo molto più feroce. È necessario parlare di attualità, perché viviamo in un'epoca di dittature in cui la nostra arma principale come registi è la satira".

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