Un padre, una figlia: Cristian Mungiu ci racconta come il suo cinema imita la vita

In occasione dell'uscita italiana del bellissimo film premiato a Cannes, abbiamo intervistato Cristian Mungiu, incontestabilmente il più grande regista rumeno contemporaneo.

Un padre, una figlia: Cristian Mungiu ci racconta...
Cristian Mungiu
Cristian Mungiu

48 anni, regista, sceneggiatore, produttore

Reduce dal plauso della critica al Festival di Cannes che l'ha incoronato per l'ennesima volta con uno dei massimi riconoscimenti, Cristian Mungiu racconta nel dettaglio le fasi più importanti della lavorazione di un suo film e del rapporto di amore/odio con la Romania, sua terra di origine.
Connotato da una scrittura ineccepibile, Un padre, una figlia (in uscita il 30 agosto) è un film che mette lo spettatore di fronte a un'infinità di dilemmi di natura morale. Quanto accade a una giovane, dotata studentessa in procinto di sostenere dell'esame che potrebbe pregiudicare il suo ingresso in un importante college inglese mette a dura prova il senso etico del padre, pronto a tutto pur di vederla realizzata.

Bacalaureat: Adrian Titieni e Maria-Victoria Dragus in una scena del film

Come nel suo discorso di ringraziamento al Festival di Cannes, nel corso dell'intervista Mungiu ha ribadito l'importanza della kermesse per i giovani autori. Secondo il regista, l'opportunità che viene data loro di relazionarsi con un pubblico internazionale porta con sé un'enorme responsabilità e determina talvolta il futuro delle loro carriere.
Ma, pur essendosi aggiudicato alcuni dei premi più prestigiosi che un cineasta contemporaneo possa vantare, (compresa la Palma d'oro con il bellissimo 4 Mesi, 3 Settimane e 2 Giorni) sul concorso in Riviera Mungiu ci rivela le stesse perplessità espresse alla vigilia della passata edizione da Woody Allen. "I registi non sono atleti. Chi può decretare con certezza se un film è migliore di un altro?".

Leggi anche: Un padre, una figlia: recensione del film

Padri e figli

Il suo film vede il conflitto generazionale tra i figli degli anni '90 e i loro genitori disillusi da una rivoluzione che di fatto non ha avuto gli esiti sperati. Ad unirli non rimane che un'ansia crescente per il futuro: la stessa che rende padre e figlia "partner in crime" alla fine del film?

Bacalaureat: Maria-Victoria Dragus e Adrian Titieni in un momento del film di Mungiu

I genitori trasmettono tanti valori ma anche tanti disvalori ai propri figli, a cui si aggiungono i loro desideri inesauditi e le loro speranze tradite. Credo che le persone non capiscano quanto sia importante per i giovani decidere in autonomia. È impossibile pretendere da loro la saggezza di un adulto. Il mio film indica chiaramente che nutriamo fiducia nei più giovani ma che le cose non miglioreranno mai senza uno sforzo concreto. I nostri figli non saranno più eticamente corretti di noi se non cambiamo il modo di educarli e non insegniamo loro che ogni loro decisione avrà delle conseguenze.

La bellezza dei suoi film risiede nel loro essere politici senza essere predicatori e, allo stesso modo, nella capacità di delineare character study intimi ed empatici. È questo il doppio binario che la guida in fase di sceneggiatura?

Graduation: un'immagine tratta dal film

Sì assolutamente. Per me la fase più importare del processo creativo di un filmaker è la fase di scrittura che deve essere estremamente dettagliata. Sul set si possono sperimentare tantissime cose ma è lo screenplay a dare forma al film. Trascorro la maggior parte del tempo a scrivere e a riscrivere e per questo in fase in riprese sono pochissime le scene che decido di tagliare dal montaggio. Tutto è calcolato fin dall'inizio e nasce da una precisa volontà.

Una realtà locale con respiro internazionale

Immagino che sia calcolata anche l'idea di raccontare la depressione nazionale del suo Paese, la Romania, attraverso problemi di natura universale...

Una scena del film '4 Months, 3 Weeks And 2 Days'

Certo. Racconto ciò che conosco ma che allo stesso tempo possa avere un impatto sulle vite di tutti. I miei film indagano la natura umana. Amo quel cinema capace di rappresentare la quotidianità, includendo lo spettatore in un reale processo di identificazione che possa far riflettere sul senso della vita e delle nostre azioni. Il compromesso, in Romania come nel resto del mondo, è il modo più semplice di aggirare i problemi piuttosto che porvi rimedio.

La Romania è la sua principale fonte di ispirazione. Per il protagonista del suo film viverci sembra equivalere ad una condanna a morte. Si è mai sentito così frustrato nelle sue aspirazioni?

È sicuramente difficile vivere in un Paese caratterizzato da una società così instabile. È stancante provare ad agire sempre nel bene in un posto dove non vengono mai premiati il talento, i valori o la correttezza altrui. Negli ultimi venticinque anni la Romania si è evoluta da un punto di vista storico ma a livello individuale il cambiamento non è stato così radicale.

I critici della New Wave

Quando un regista realizza film così critico della realtà che lo circonda c'è sempre chi si sente offeso per l'immagine negativa che offrirà del suo paese nel mondo. In Italia è capitato di recente a Gomorra - La Serie. Vale lo stesso per i suoi film in Romania?

Bacalaureat: Maria-Victoria Dragus in una scena del film rumeno

Assolutamente. Sono contento che abbia citato l'esempio di Gomorra perché mi fa sentire meno solo nell'essere bersaglio di continue critiche. Il discorso vale per la maggior parte dei registi della mia generazione. Piuttosto che preoccuparsi dell'immagine le persone dovrebbero impegnarsi a cambiare la sostanza. L'immagine è solo il risultato del contenuto. Credo che l'arte debba anche dare spazio a ciò che ci fa stare male per fornire un input al cambiamento. L'artista non può permettersi di essere cauto o politicamente corretto ma deve mostrare il mondo e la realtà attraverso uno sguardo onesto.

Leggi anche: Gomorra: frasi, parole (e maleparole) dagli Stati Uniti di Scampia e Secondigliano

I critici sono molto entusiasti della New Wave del cinema rumeno. Come definirebbe lei questo movimento artistico da suo principale esponente?

Credo che sotto questa etichetta siano stati raggruppati stili molto diversi tra loro. Noi registi della cosiddetta New Wave abbiamo due cose veramente in comune: l'età e l'appoggio dei principali festival cinematografici internazionali. Riscontro delle somiglianze nell'apparato formale dei nostri film che sono quasi sempre privi di musica e di tagli frequenti. Ma ciò che ci contraddistingue davvero è la libertà con cui lavoriamo non avendo un'industria che ci supporti e che allo stesso tempo ci dia delle regole. La mancanza di introiti paradossalmente dà vita ad un cinema più personale e coraggioso.

Bacalaureat: Adrian Titieni e Maria-Victoria Dragus in un momento del film

In che rapporti è che con i registi della sua generazione?

C'è una competizione molto stimolante che ci permette di mantenere alto il livello delle aspettative. Sono in ottimi rapporti con alcuni, meno con altri. Non so cosa ci riserverà il futuro ma spero che il nostro lavoro faciliterà quello dei cineasti più giovani, che continui ad essere possibile per loro girare film in autonomia.

Contenuto pubblicitario

I veri punti di riferimento

Nel suo discorso di accettazione del premio come miglior regista al Festival di Cannes ha ringraziato la kermesse che rende possibile la sopravvivenza del cinema d'autore. I premi sono così determinanti per una carriera come la sua?

Cannes 2007, serata finale: Frears e Cristian Mungiu, Palma d'Oro per 4 Months, 3 Weeks And 2 Days

Non necessariamente i premi ma ritagliarsi uno spazio in una selezione officiale come quella del Festival di Cannes può essere cruciale per un giovane autore. Cannes ha un grande prestigio da cui ne consegue una grande responsabilità per il futuro del cinema, ed è a questo che mi riferivo con le mie parole. Il cinema d'autore è difficile da preservare senza l'appoggio di un festival così autorevole che ribadisca che il cinema non è solo profitto ma anche apertura alla diversità. Dopodiché sono il primo a trovare insensati i premi. I registi non sono atleti. È difficile decretare chi è meglio di chi. Ho fatto parte di tante giurie e so che spesso il responso è dato da minimi dettagli o da chi è più testardo tra i giurati da imporre la propria volontà. Non mi sento migliore di nessuno per aver ottenuto più riconoscimenti.

I suoi film risentono molto dell'influenza di Michael Haneke. Lo ritiene uno dei suoi mentori?

Non per questo film in particolare ma mi sento molto vicino allo stile di Niente da nascondere. Non ho quasi mai dei punti di riferimento perché parto dal presupposto che l'arte sia imitazione della vita. È molto difficile intrattenere il pubblico senza spettacolarizzazioni, inseguimenti o scontri a fuoco. Per me è più importante cogliere i momenti speciali della vita di tutti i giorni e riprodurli sul grande schermo. Le vite di tutti hanno un valore, pur non risultando spettacolari agli occhi degli altri.

Ha già in cantiere un nuovo film?

Ho cominciato a scrivere una nuova sceneggiatura prima dell'uscita del film ma ho bisogno sempre di un po' di tempo per prepararmi ad un nuovo progetto. È come aspettare di incontrare una persona che sarà importante per la tua vita.

Graduation: esame di coscienza per Mungiu e la Romania
Cannes 2016: le dichiarazioni di Ken Loach e degli altri premiati
Privacy Policy