Letter from an Unknown Woman

2004, Drammatico

Recensione Letter from an Unknown Woman (2004)

Riadattando una novella di Stefan Zweig già portata sullo schermo da Max Ophuls, la regista Xu Jinglei firma un film personale e sentito, che fa dell'ossessione dell'amore e della diversa percezione di esso da parte di chi lo vive il suo motivo principale.

Un'ossessione perpetua e totalizzante

Uno scrittore affermato riceve un giorno una strana lettera: la mittente sembra essere una donna, apparentemente sconosciuta, che gli dichiara il suo amore per lui, un amore vissuto e coltivato in silenzio per 18 anni. L'uomo, colpito dalla missiva, scava nella sua memoria per cercare qualche ricordo che gli possa indicare l'identità della donna: dovrà tornare indietro di quasi due decenni, a quando una timida adolescente si era trasferita con la sua famiglia nell'appartamento sito davanti al suo, e a un incontro che, mentre per lui aveva rappresentato solo un'altra conquista sessuale, era per l'altra parte coinvolta qualcosa di infinitamente più grande.

La regista Xu Jinglei, trentenne, nuova diva del cinema cinese, firma con questo film la sua seconda regia, adattando la novella viennese di Stefan Zweig che nel 1948 aveva già ispirato Max Ophuls per il suo omonimo Lettera da una sconosciuta. Xu compare nel film anche nelle vesti di produttrice, sceneggiatrice ed attrice: un progetto fortemente voluto dalla regista, quindi, estremamente personale e sentito, per un film che coraggiosamente rilegge una storia tipicamente europea ambientandola nella Cina di inizio secolo.
E' sobrio, misurato, estremamente rigoroso il tono adottato dalla sceneggiatura per narrare questa storia di amore trasformato in ossessione: lo script immerge completamente i suoi personaggi nel tessuto sociale cinese di inizio '900, con la sistematica repressione dei sentimenti della protagonista da una parte e il libertinaggio distratto, "candidamente" colpevole dello scrittore dall'altra. Lo script scava a fondo nell'ossessione della giovane donna, facendola assurgere a simbolo universale dell'amore adolescenziale, quello più puro e incontaminato, tanto più idealizzato quanto più è slegato dalla realtà: la protagonista vive i giorni più pieni della sua adolescenza proprio quando il suo sentimento non solo non è ricambiato, ma non è nemmeno conosciuto, e quando la sua silenziosa ma ostinata ossessione può crescere a dismisura fino a diventare trasporto puro, assoluto e totalizzante. La sceneggiatura riesce a cogliere così l'essenza di un amore utopico, tanto astratto e autoreferenziale quanto necessario, vero e inevitabilmente destinato a cambiare l'esistenza di chi lo vive, segnandola nel profondo in ogni suo singolo istante.

La regia si adatta al tono delle vicende narrate risultando altrettanto rigorosa, cogliendo a fondo i particolari, i segni dell'ossessione (i libri della biblioteca del protagonista, gli incontri casuali che inesorabilmente diventano ferite dell'anima), che assurgono a momenti fondamentali in una vicenda che fa della distanza tra le diverse percezioni del desiderio delle parti coinvolte il suo motivo principale. Una fotografia estremamente elegante (curata da Mark Lee), che gioca con i cromatismi facendone la perfetta rappresentazione estetica del ricordo, dà forza e consistenza all'idea di base espressa dal film, ovvero l'ossessione dell'amore filtrata dal ricordo e dalla memoria, che varia a seconda della valenza data ad essa da chi vi è coinvolto. Il cast offre interpretazioni misurate, sofferte e adeguate ai personaggi, a cominciare da Lin Yuan, che interpreta la protagonista da giovane, alla stessa regista che dà il volto alla donna nella maturità, per finire con un altrettanto convincente Jiang Wen, che offre una prova di grande spessore in un ruolo non facile, tale da suscitare sentimenti contrastanti nello spettatore.

Un ottimo esempio di cinema d'autore proveniente dalla Cina continentale, quindi, che rilegge una storia calata in un contesto sociale e culturale molto distante dal proprio riuscendo a riadattarla senza farle perdere la sua forza espressiva, e ribadendone al tempo stesso il carattere sostanzialmente universale.

Recensione Letter from an Unknown Woman (2004)
Marco Minniti
Redattore
4.0 4.0
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