Hellboy

2004, Azione

Recensione Hellboy (2004)

Cavalcando l'onda del successo di altri eroi di cartone, Guillermo del Toro sceglie di portare su grande schermo un fumetto di Mike Mignola: Hellboy.

Un'occasione sprecata

La recente riscoperta delle potenzialità visive e commerciali dei fumetti ha rinfoltito il numero di esponenti degli eroi di cartoni a tornare sul grande schermo; con Spider-Man 2 da poco arrivato ad incarnare il perfetto prodotto di intrattenimento per il grande pubblico, altri esponenti degni di nota degli ultimi anni, tra cui gli X-Men di Bryan Singer o l'Hulk di Ang Lee, portati con efficacia sul grande schermo senza rinunciare a qualche leggero slancio autoriale, e prodotti interessanti annunciati per i prossimi anni, è con curiosità e fiducia che affrontiamo ogni nuova uscita di ispirazione fumettistica, nonostante le delusioni non siano mancate: è il caso, per esempio, del fiacco DareDevil, della recente Catwoman e, purtroppo, di questo Hellboy.

Tratto dalla serie a fumetti di Mike Mignola, pubblicata dalla Dark Horse, la storia è imperniata su un demone, Hellboy appunto, interpretato da Ron Perlman, che lavora per una sezione segreta dell'FBI incaricata di gestire le minacce suprannaturali. Evocato nel corso della Seconda Guerra Mondiale dal malvagio Grigori Rasputin, il demone viene recuperato e cresciuto dal professor Bloom, John Hurt, e quindi asservito alle forze del bene, insieme ad altri mostri (il mezzo uomo/mezzo pesce Abe Sapiens e Liz Sherman, Selma Blair, dotata di poteri pirocinetici).
L'idea di partenza, quella per altro della serie di Mignola, non sarebbe certamente da buttare e sembrerebbe fornire molti spunti, sia narrativi che puramente visivi, per mettere insieme un film stimolante, brioso, ironico e soprattutto visionario.
Tutto ciò, purtroppo, non accade, e il film di Guillermo del Toro (già conosciuto per i suoi Mimic e Blade 2) naufraga nel mare di luoghi comuni di cui è composta la sceneggiatura che lo stesso regista ha scritto in collaborazione con Peter Briggs.
Come è ormai norma nei film di questo genere, tutto l'impianto tecnico è di ottimo livello: dagli effetti speciali, al makeup dei mostri, alle scenografie. Le musiche sono di Marco Beltrami, già noto per le colonne sonore di successi quali Scream, Resident Evil e il prossimo Io, Robot, sono accompagnate da una selezioni di canzoni di nomi noti del panorama musicale internazione, da Nick Cave a Tom Waits, e nel complesso sono un adeguato accompagnamento per le diverse sequenze del film.
Anche alcune interpretazioni, tra cui quella di Perlman nel ruolo del protagonista e di Hurt nei panni del Professor Bloom, risultano efficaci, ma altri membri del cast artistico si trovano a combattere, con alterno successo, contro l'impossibilità di dare un senso compiuto a dei personaggi solo abbozzati e per lo più inutili.
Si ha spesso l'impressione che ci sia molto nel progetto che non riesce a venir fuori, che fatica ad essere esternato dall'impianto narrativo messo in piedi da del Toro e Briggs, e che molte cose non siano sopravvissute alla conversione da carta a celluloide.

Sono due gli elementi che avrebbero sicuramente giovato alla resa finale del film: varietà ed ironia.
La varietà, soprattutto, sarebbe stato il minimo indispensabile per sollevare il film dalla piega noiosa e ripetitiva in cui si assesta dopo il prologo che introduce gli spettatori al cuore della storia. Quello che inizialmente sembra uno spunto che serve a presentare i personaggi e mostrare come lavorano, finisce per essere il cuore del film e risulta decisamente poco per mantenere desta l'attenzione per le due ore di durata.
Se la varietà sarebbe bastata per rendere interessante il film, è con maggiore ironia che la visione si sarebbe potuta arricchire di piacevole intrattenimento: non bastano le battute inserite qua e là come contrappunto comico a stemperate il tono serioso che pervade il film dall'inizio alla fine, quasi che gli autori si siano presi troppo sul serio nel portare su schermo un prodotto che ritenevano di sicuro successo e abbiano puntato troppo sulla grandiosità di alcune scelte scenografiche/effettistiche, che però stancano già alla loro seconda apparizione.

In definitiva, un'occasione, e un'idea, sprecata. Resta la speranza che le mancanze di questo film siano colmate nell'immancabile seguito, già annunciato per il 2006, che vede la conferma di Del Toro alla regia e Perlman nel ruolo del demone protagonista.

Recensione Hellboy (2004)
Antonio Cuomo
Redattore
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