Il mercenario

1968, Avventura

Recensione Il mercenario (1968)

Ci troviamo di fronte ad uno dei pilastri del western all'italiana e soprattutto dinanzi ad un film con movimenti di macchina davvero rivoluzionari per l'epoca.

Un mercenario di culto

In una recente intervista alla stampa italiana, il regista Quentin Tarantino ha ammesso di aver attinto moltissimo al filone spaghetti-western per i suoi ultimi capolavori e si è lasciato andare in interminabili lodi nei confronti dei nostri Sergio Leone e Sergio Corbucci, due registi molto diversi ma secondo lui equiparabili se non dal punto di vista puramente qualititativo ma per quanto riguarda l'influenza che hanno avuto non solo sul suo cinema, ma su intere generazioni di cineasti.
E se, ovviamente, su Leone non ci sono dubbi visto che stiamo parlando di uno dei registi italiani più noti e più amati nel panorama internazionale, il lungo e sincero elogio al cinema di Corbucci ha causato un certo imbarazzo nella platea di giornalisti. D'altronde il cinema di Corbucci, insieme a quello di Lucio Fulci, Mario Bava e molti altri registi nostrani, appartiene ad un filone scarsamente considerato nel nostro paese, quello del cinema di genere, e quindi per questo spesso considerato minore, un cinema povero di mezzi ma ricchissimo di idee, che da noi si porta appresso l'etichetta del B-Movie mentre all'estero è considerato di culto.

E' questo il caso de Il mercenario, classe 1968, conosciuto forse soltanto per la splendida colonna sonora di Ennio Morricone (appunto "rubata" da Tarantino per il suo Kill Bill: Volume 2), ma in realtà meritevole di ben più alta considerazione visto che ci troviamo di fronte ad uno dei pilastri del western all'italiana e ad un film con movimenti di macchina davvero rivoluzionari per l'epoca, soprattutto se consideriamo i pochi mezzi disponibili. La regia di Corbucci è sempre alla ricerca di riprese e punti di vista originali che possano stupire lo spettatore e, se anche alcune volte il risultato risulta eccessivamente forzato, ci riesce quasi sempre, regalando in questo modo ad una trama banale perfino per un western una marcia in più. Anche per la caratterizzazione dei personaggi il regista, più che a dialoghi particolarmente originali o brillanti, si affida alle sue abilità tecniche con splendidi primi piani o brevi carrellate che possano rendere al massimo le espressioni dei bravi protagonisti e sfrutta bene anche la colonna sonora utilizzandone i brani come fossero dei temi legati ai singoli personaggi e accompagnandone così, di volta in volta, l'entrata e l'uscita in scena.

Altra dimostrazione di bravura è il continuo crescere del ritmo e della tensione narrativa, arrivando negli ultimi quindici minuti della pellicola a creare più finali ognuno comprensivo di colpo di scena senza per questo risultare mai né troppo prevedibile né troppo assurdo, dimostrando un equilibrio da cui molti registi contemporanei, e ben più blasonati, dovrebbero prendere esempio.

Recensione Il mercenario (1968)
Luca Liguori
Redattore
3.0 3.0
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