The American

2010, Drammatico

Recensione The American (2010)

Un thriller con un'ambientazione insolita, con un killer "artigiano" che rifiuta la tecnologia, stringe amicizia con un prete e inizia una storia d'amore con una prostituta. Ma al proprio passato (e presente) è difficile sfuggire.

Un killer in trasferta

Non può non destare curiosità, un thriller con un'ambientazione insolita come questo The American. Curiosità che raddoppia se le location scelte sono quelle di un paesino abruzzese, nel cuore di una terra ricca di fascino e suggestioni, nonostante il dramma che l'ha scossa di recente, e se il progetto mette insieme una star come George Clooney (nell'inedito ruolo di killer professionista) e un regista promettente quale Anton Corbijn, già autore di videoclip che aveva positivamente stupito al suo esordio cinematografico con il biografico Control. Un set e un protagonista inediti dunque, per un noir che abbandona l'ambientazione metropolitana tipica del genere per immergersi nelle stradine lastricate e nei viottoli di un paesino fuori dal tempo, rifugio ideale per un killer "artigiano" che rifugge la tecnologia, guarda un televisore anni '70 e usa telefoni a gettoni invece dei cellulari, e che si sente a proprio agio solo con gli strumenti (di morte) prodotti dalle proprie mani. Un personaggio caratterizzato da una freddezza apparentemente impossibile da scalfire, ma che sarà messa a dura prova dall'inopinata amicizia con un prete (interpretato dal veterano Paolo Bonacelli) e dall'amore per una prostituta (a cui dà vita un'insolita Violante Placido).

George Clooney  e Violante Placido nel film The American
Il soggetto di questo film è stato da più parti tacciato di scarsa originalità, nella maggior parte dei casi con una critica preventiva basata sul plot annunciato e sulla visione del trailer. Una critica che, è bene dirlo, non è del tutto infondata: c'è in effetti ben poco di nuovo nella storia di un vecchio assassino, duro e spietato, che trova l'amore e cerca di redimersi, mettendo così a rischio tanto la propria vita quanto quella della persona amata. Un soggetto comunque mutuato da un romanzo (scritto nel 1990 dall'autore inglese Martin Booth) e che certo non pretende di modificare i canoni del genere, letterario e cinematografico, a cui appartiene. Assorbita la curiosità per la novità dell'ambientazione, la sceneggiatura scorre su binari collaudati, nonostante qualche incespico e qualche passaggio poco credibile, oltre ad alcune parti gravate da eccessiva convenzionalità (la storia d'amore su tutte). Clooney, alle prese con un personaggio bogartiano (ma che - forse - vuole rifarsi anche al Clint Eastwood dei western di Sergio Leone, adocchiato dal protagonista su una tv accesa in un bar) cerca di modulare la sua recitazione a seconda delle emozioni che il personaggio gradualmente lascia trasparire, ma la sua interpretazione funziona solo a metà: bene quando sono la durezza e il gelo a prevalere, meno bene, e con qualche impaccio, quando la scorza inizia a rompersi e l'uomo solitario, ma stanco, inizia a delinearsi. Lo stesso rapporto con il prete, comunque ben interpretato da Bonacelli, resta irrisolto e finisce per risolversi in modo (involontariamente?) grottesco.

Ancora George Clooney in un concitata sequenza di The American
Quello che funziona, e bene, è invece l'aspetto più prettamente visivo del film. Corbijn si conferma regista dotato di ottime qualità tecniche, anche quando deve trattare la materia del thriller, gestisce con sapienza tanto gli spazi chiusi della cittadina quanto quelli più ariosi, e selvaggi, del bosco che farà da teatro all'epilogo, e gira benissimo le poche scene d'azione del film (ottimo, a questo proposito, l'inseguimento notturno). I toni "caldi" della fotografia, spesso illuminata da luci antinaturalistiche, fanno da contraltare alla freddezza mostrata dal protagonista, e cercano di illuminare la sua solitudine e la sua mai sopita ricerca di contatto umano. Quello che in questo film tuttavia si cerca, e si finisce per non trovare, è un qualche sussulto in uno script che in effetti pecca di prevedibilità, e che anche laddove vuole aderire filologicamente alle convenzioni del genere, non riesce a dare ai suoi personaggi, protagonista compreso, una caratterizzazione sufficientemente profonda e credibile. Così, l'impressione che resta è quella di aver assistito a un bel saggio di regia cinematografica, o a un bignamino delle regole di base del noir, magari riviste e riadattate a una diversa ambientazione. L'anima, la carne e il sangue, l'empatia per il destino dei personaggi, quelle vanno probabilmente ricercate altrove.

Recensione The American (2010)
Marco Minniti
Redattore
3.0 3.0
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