La vera storia di Jack Lo Squartatore

2001, Giallo

Recensione La vera storia di Jack Lo Squartatore (2001)

"From Hell", recita il titolo originale di questa ennesima rivisitazione di un mito, un'icona che con più di un secolo di vita continua a rimanere impressa in modo indelebile nell'immaginario collettivo.

Un inferno di carne e cemento

From Hell, recita il titolo originale di questa ennesima rivisitazione di un mito, un'icona che con più di un secolo di vita continua a rimanere impressa in modo indelebile nell'immaginario collettivo. "From Hell", dall'inferno, dunque: così recitava una delle lettere fatte recapitare da Jack alla polizia londinese. L'inferno è quello della Londra vittoriana, delle prostitute e dei loro crudeli sfruttatori, dei bassifondi e dell'oppio, misericordioso agente ottenebrante, dei vicoli immersi nella nebbia e degli oscuri pericoli sempre in agguato; i fratelli Allen e Albert Hughes lo rappresentano bene, avvalendosi di una fotografia livida, di grande effetto, dai toni costantemente scuri che immergono il film in una sorta di notte perenne, che ben rappresenta l'atmosfera sordida e la mancanza di speranza che avvolge tutti i protagonisti. L'inferno è poi quello della mente del mostro, malata, ossessionata, afflitta da un delirio di onnipotenza, convinta di avere una missione da compiere a cui non può sottrarsi; l'inferno è, infine, quello delle visioni del protagonista, la maledizione di vedere gli omicidi, nei minimi dettagli, prima che essi vengano compiuti, l'orrore del non poter chiudere gli occhi della mente, di non poterne neanche annebbiare la vista con i fumi dell'oppio.
I fratelli Hughes, qui al loro quarto lungometraggio, si immergono dunque nel mito, vanno (nuovamente) a scandagliare i fondali dell'abisso e, prendendo spunto da un fumetto di Alan Moore e Eddie Campbell, reinterpretano una vicenda che il cinema ha già raccontato svariate volte, contribuendo da par suo a renderla immortale. I due registi imprimono alla vicenda un'atmosfera gotica, lugubre, disperata: la rappresentazione dei bassifondi e della violenza che governa la vita delle prostitute londinesi è convincente, così come lo sono i brevi (e inquietanti) stacchi sulla casa del mostro, che in pochi secondi trasmettono allo spettatore tutta l'angoscia derivata dalla consapevolezza di trovarsi faccia a faccia con il male, in una delle sue più terribili personificazioni; la cupa, ottima fotografia fa il resto, contribuendo al senso di disfacimento che grava su tutto il film, mentre le visioni del protagonista sono rappresentate usando un'estetica da videoclip, frammentata e ossessiva, che tuttavia non stona con il clima generale che si respira nella pellicola, ma anzi contribuisce a renderlo ancora più opprimente.

Tuttavia, nonostante questi indiscutibili pregi, il film non funziona, principalmente a causa di una sceneggiatura debole e poco credibile. La scelta di puntare l'obiettivo sulla politica, sulla massoneria e gli intrighi di corte, e di fare di questi elementi il fulcro portante della storia, non è di per sé da criticare (anche se non risulta originalissima), ma gli sceneggiatori non sembrano capaci di gestire tutto il materiale che hanno a disposizione; il film, specie nella seconda parte, risulta abbastanza confuso, e spesso la storia è tirata via in modo approssimativo e poco coerente. I personaggi deludono, e il loro approfondimento psicologico è pressoché inesistente; la figura del protagonista, in particolare, che doveva essere centro vitale della storia, risulta del tutto priva di spessore, con il tema della dipendenza da oppio che non viene mai approfondito, e le visioni che finiscono per restare sullo sfondo, diventando puro elemento accessorio sia per la definizione del personaggio, sia nell'economia più generale della storia. La storia d'amore con la prostituta, poi, è debole e pretestuosa, e tutto il sostrato "mistico" della personalità del poliziotto (vedi le monetine messe sugli occhi dei cadaveri "paga per il traghettatore") risulta del tutto gratuito; tutto ciò nonostante Johnny Depp si sforzi come può di dare spessore a un personaggio che per cause di forza maggiore (leggasi sceneggiatura scadente) non può averne. Alla soluzione del mistero si arriva in modo lineare, senza brusche deviazioni o colpi di scena: una volta imboccata una strada nelle indagini, i protagonisti proseguono in quella direzione, arrivando infine a risolvere l'enigma: inutile aggiungere che, in questo modo, la tensione derivante dalla non conoscenza dell'identità del colpevole (uno degli elementi principali di questo tipo di thriller) risulta gravemente compromessa.

Una pellicola, in definitiva, che lascia l'amaro in bocca per le buone premesse sprecate e per l'indiscusso talento visivo dei due giovani registi, che, se supportato da un copione all'altezza, avrebbe potuto dar vita a uno dei migliori thriller dell'anno; un'occasione sprecata anche per il soggetto, che, per il mistero in cui resta tuttora avvolto, probabilmente non finirà mai di affascinare. Così com'è, il film resta un esperimento riuscito a metà, che tuttavia lascia ben sperare per il futuro, quando (e se) i due si troveranno a raccontare per immagini una storia che sia a loro congegnale per temi e spessore.

Recensione La vera storia di Jack Lo Squartatore...
Marco Minniti
Redattore
3.0 3.0
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