La maledizione dello scorpione di giada

2001, Commedia

Recensione La maledizione dello scorpione di giada (2001)

Woody Allen riesce ancora una volta nell'impresa di realizzare un prodotto gradevole e raffinato, costellato di riferimenti e citazioni, dall'hard boiled alla detective story, passando per le commedie sentimentali della "guerra dei sessi".

Un detective nell'era dello swing

Ancora un salto nel passato per Woody Allen che, dopo Ombre e Nebbia e Pallottole su Broadway, torna ad ambientare un'altra pellicola nella New York dei mitici anni ruggenti. C. W. Briggs (Woody Allen) è un detective privato che lavora in una compagnia di assicurazioni; nonostante la scarsa credibilità, causata da un aspetto assai poco imponente e da una certa sciatteria nei metodi, Briggs è dotato di fiuto infallibile che lo porta a risolvere tutti i casi a lui affidati. A mettergli i bastoni tra le ruote interviene la nuova collega Miss Fitzgerald (Helen Hunt), impiegata metodica e inflessibile assunta per riorganizzare gli uffici della compagnia di assicurazioni, nonché amante segreta del capo (un mellifluo Dan Aykroyd). A complicare ulteriormente la faccenda, i due nemici Briggs e Fitzerald finiscono vittime involontarie di un illusionista-ipnotizzatore che riesce a controllare le loro menti grazie a due parole magiche, Costantinopoli e Madagascar, così da costringerli a rubare i preziosi gioielli contenuti nelle ville dei ricchi clienti dell'assicurazione per poi impossessarsene senza correre alcun rischio. La vicenda procede rapida tra inevitabili equivoci ed avventurosi scambi di persona fino allo svelamento del mistero ed al raggiungimento del sospirato lieto fine, non senza riservare qualche sorpresa sentimentale dell'ultima ora.

Woody Allen riesce ancora una volta nell'impresa di realizzare un prodotto gradevole e raffinato, costellato di riferimenti e citazioni, dall'hard boiled alla detective story, passando per le commedie sentimentali della "guerra dei sessi" (per intenderci "alla Hawks" de La signora del venerdì). Il ritmo della pellicola è brillante e scanzonato, l'ambientazione retrò ricostruita fin nei minimi dettagli, mentre lo svolgersi della vicenda è accompagnato dall'immancabile tappeto jazz di sottofondo. Come al solito il punto forte del film rimane lo script, fitto di vivaci scambi di battute ironiche e autoironiche piene di verve, senza però scivolare mai nella volgarità, ma mantenendo leggerezza ed equilibrio. Casomai il difetto della pellicola è proprio questa ostentata semplicità, questa scelta autoriale di privilegiare i dialoghi a danno di una struttura narrativa che si dimostra immediatamente prevedibile e superficiale, dando vita così a quello che, a conti fatti, non è altro che un puro divertissement indubbiamente brillante, ma privo di spessore. Helen Hunt offre una grande prova attoriale, dimostrandosi in grado di tenere la scena anche messa a confronto con un Allen particolarmente egocentrico (interpretativamente parlando) e onnipresente, mentre Charlize Theron si ritaglia un cameo nei panni di una femme fatale stile Veronika Lake, chioma platino e curve pericolose, che si prende una cotta per il piccolo detective Briggs. Woody Allen indossa nuovamente l'impermeabile bogartiano fingendosi un investigatore duro e sciupafemmine, in realtà senza troppa convinzione, capace di riscuotere successi inaspettati in ogni campo. Così tra strizzate d'occhio a Raymond Chandler, icone esotiche (lo scorpione di giada "novello falcone maltese"), ipnosi, preziosi gioielli falsi indizi, segretarie sexy e private eyes tutti muscoli e niente cervello, la pellicola corre fluida verso l'happy ending che appaga gli spettatori più sentimentali. In fondo niente è come sembra, la realtà è illusoria, ma la sola certezza che abbiamo è che, in qualsiasi epoca, è l'amore a farla da padrone.

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Valentina D'Amico
Redattore
3.0 3.0
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