L'ultima tentazione di Cristo

1988, Drammatico

Recensione L'ultima tentazione di Cristo (1988)

Il maestro newyorkese trova un modo completamente nuovo e diverso per accostarsi a quella che è, forse, la storia più famosa di tutte, e questa scelta gli ha procurato non poche critiche, in particolare da parte dei vertici della chiesa cattolica.

Umano, troppo umano

L'ultima tentazione di Cristo è il risultato di un progetto lungamente vagheggiato da Scorsese, a più riprese sviluppato, interrotto e rimandato per lunghi anni. L'idea di realizzare un film sulla vita del Cristo appartiene addirittura all'adolescenza del regista, ma solo dopo aver letto il romanzo di Nikos Kazantzakis, Martin Scorsese e Paul Schrader hanno trovato la chiave di lettura adeguata per affrontare un argomento così delicato. Il film, infatti, si discosta totalmente da tutte le altre pellicole che hanno tradotto in immagini il contenuto dei Vangeli; il maestro newyorkese trova un modo completamente nuovo e diverso per accostarsi a quella che è, forse, la storia più famosa di tutte, e questa scelta gli ha procurato non poche critiche, in particolare da parte dei vertici della chiesa cattolica.
Il presupposto da cui parte il film è piuttosto semplice: scandagliare l'interiorità dell'uomo Gesù Cristo per cercare di conoscere i suoi pensieri, le sue paure e le sue reazioni di fronte alla scoperta di non essere un semplice essere umano come tutti gli altri. Che sarebbe successo se il Cristo avesse avuto una ragazza? Se avesse voluto farsi una famiglia? Se Dio l'avesse salvato dalla croce dandogli la possibilità di trascorrere una vita serena e di spegnersi nella vecchiaia come chiunque altro?

Scorsese tenta di rispondere a queste domande rifiutando ogni forma di blasfemia. La figura di Gesù, a cui presta volto e corpo uno straordinario Willem Dafoe in un ruolo completamente diverso da tutti quelli interpretati prima (e dopo), è una delle più intense, ascetiche e problematiche che siano mai apparse sul grande schermo. Ogni attimo della sua vita, per altro rigorosamente aderente ai Vangeli fino al momento della crocifissione, viene scandagliato alla luce della sua interiorità, della sua accettazione o meno del disegno divino, dei suoi sentimenti. Il Cristo che, in mezzo alla folla dei parenti contriti e stupefatti, resuscita Lazzaro, o quello che, incitato da Giuda, entra gloriosamente in Gerusalemme, è solo apparentemente più debole rispetto a quello "ortodosso" di cui la chiesa si affanna tanto a diffondere l'immagine, in realtà il passaggio attraverso il dubbio ed il timore lo hanno fortificato e reso più consapevole, è questa la forza del messaggio evangelico che Scorsese vuol sottolineare, realizzando un'opera che, nonostante le numerose critiche, rivela uno spessore teologico estraneo alla maggior parte delle altre pellicole d'argomento religioso.
La religiosità che si materializza sullo schermo appare rozza e primitiva, così come i tratti iconografici che caratterizzano la pellicola, tutto sembra essere immerso nei colori caldi del deserto, il rosso e l'ocra della sabbia, il blu del cielo, il giallo del sole. Pochi abbellimenti legati alla tradizione ufficiale, piuttosto il recupero della tradizione cattolica meridionale si intreccia con rappresentazioni di stampo barbarico e primitivo, quasi a voler ricercare una purezza di sguardo e di concetto nuova ed immediata.

Nelle scene corali di più grande impatto visivo (il battesimo del Battista nel Giordano, i discepoli che si mettono in moto per raggiungere Gerusalemme), i modelli dichiarati sembrano essere addirittura Jesus Christ Superstar e la cristologia rock anni '70 e questo approccio spontaneo ed entusiasta alla materia religiosa perdura grazie anche alla splendida colonna sonora di Peter Gabriel che si sposa perfettamente con le immagini. La regia di Scorsese è estremamente fluida e mai invasiva, quasi a voler lasciare spazio allo scorrere degli eventi, in questo caso il maestro lavora per sottrazione emergendo solo a tratti col suo stile inconfondibile: il film alterna, infatti, momenti di particolare intensità a lunghe pause o scene dal ritmo piuttosto lento per permettere alla figura del Cristo di emergere in tutta la sua drammatica complessità. In un cast assolutamente in parte l'unico elemento che si discosta palesemente dagli altri è Harvey Keitel, il suo Giuda, partigiano nella causa palestinese contro i romani, sembra talvolta assumere la mimica da duro di strada che è tipica dell'attore, entrando violentemente in contrasto con l'ascetico Dafoe.

Recensione L'ultima tentazione di Cristo (1988)
Valentina D'Amico
Redattore
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