Twin Peaks: i nostri ricordi della serie di David Lynch, tra misteri e segreti

Abbiamo chiesto ad alcuni dei nostri redattori il loro ricordo di Twin Peaks e il primo impatto con la serie di David Lynch, che nei primi anni '90 rivoluzionò il mondo della serialità televisiva e che oggi si prepara a conquistarci ancora una volta con i nuovi episodi in arrivo.

Laura Palmer ce lo aveva promesso 25 anni fa e con puntualità I segreti di Twin Peaks sta per tornare sui nostri schermi, confermandosi ancora oggi come una delle serie più importanti della storia. Mentre aspettiamo con trepidazione di vedere cosa ci aspetta nei nuovi episodi, abbiamo rispolverato i ricordi del nostro primo incontro con la serie per raccontarne il fenomeno e l'impatto che ha avuto sulle nostre vite. Alcuni ricordi risalgono al periodo in cui Twin Peaks catalizzò l'attenzione del pubblico televisivo, altri ricordi invece sono più "freschi". In ogni caso però, Twin Peaks e le visioni di David Lynch sono ancora vive nell'immaginario di tutti i cinefili e appassionati di serie televisive.

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Sheryl Lee in Twin Peaks

Twin Peaks: la torta di ciliegie proibita - Valentina Ariete

Kyle MacLachlan e Sherilyn Fenn in una immagine promo di Twin Peaks

Per i nati nella seconda metà degli anni '80 Twin Peaks può significare una sola cosa: il fascino del proibito. Troppo piccoli per sapere di cosa si trattava, all'epoca della messa in onda originale,ormai datata 1990, potevamo semplicemente intuire che si trattava di qualcosa di molto misterioso, definito dalle nostre madri come "non adatto ai piccoli". Le quattro parole da non dire mai a un bambino: pur da così acerbi, il modo per trasgredire il divieto si trova sempre ed è in quel momento, per assaporare il frutto proibito, che ragazze avvolte nella plastica e strane signore con ciocchi di legno in mano cominciarono a entrare nei nostri incubi. E poi lui: Bob. Un trauma infantile difficilmente superabile. Solo da più grandi, ormai capaci di capire (o forse no?) le atmosfere della serie creata da David Lynch e Mark Frost, abbiamo finalmente potuto confrontarci con i lati più oscuri e disturbanti degli esseri umani, tutti racchiusi in un microcosmo televisivo destinato a cambiare per sempre il racconto seriale. Dal primo inconsapevole assaggio in tenera età, quella torta alle ciliegie non ci ha mai abbandonato, continuando negli anni a dare forma ai nostri incubi.

Twin Peaks: non sembrava nemmeno una serie TV - Federica Aliano

Twin Peaks, un'immagine della serie

Quando I segreti di Twin Peaks arrivò per la prima volta in TV, ero già alle superiori. Oggi l'espressione serie-evento è inflazionata: si definiscono così prodotti televisivi che hanno avuto un discreto successo oltreoceano o che addirittura sono solo molto attesi. Twin Peaks invece fu un evento per davvero. Il diario segreto di Laura Palmer, pubblicato a puntate su Sorrisi, mi segnò profondamente, e mi guastò il finale, anche se fino all'ultimo sperai in un colpo di scena. Non potevo credere che il settimanale più letto in assoluto avesse rivelato ai suoi fedeli lo spoiler dell'assassino. Ah, già: nemmeno il termine spoiler veniva ancora usato. L'altra cosa che non esisteva era la possibilità di scaricare gli episodi, e non esisteva neanche il binge watching. Pertanto tutti noi aspettavamo la messa in onda con crescente trepidazione, e il giorno dopo, a scuola, non c'era una sola persona che non parlasse emozionata dell'episodio della sera precedente. La punizione peggiore che poteva infliggerti un genitore era impedirti di vedere l'episodio. Ma non lo faceva nessuno, perché in verità era l'argomento prediletto anche negli uffici. L'inarrivabile serie diretta da David Lynch non era percepita come serie televisiva, non era assimilabile ai telefilm dell'epoca. E come avrebbe potuto esserlo, dato l'enorme gap qualitativo? Quello che guardavamo ogni settimana era un film di Lynch, e molti adolescenti dell'epoca come me, che magari si gasavano su Dune o su Eraserhead, ma non sapevano che Lynch fosse anche quello di Velluto Blu, il grande autore con la visione claustrofobica della provincia americana, scoprirono di appassionarsi al cinema d'autore. Mai ho osato scrivere una sola parola per analizzare il lavoro di Lynch. Quando vidi Laura Palmer avvolta nel sacco di plastica, capii che mai ne sarei stata degna.

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David Duchovny in Twin Peaks

Per me Twin Peaks evoca innanzitutto ricordi festivi, poiché il cofanetto DVD della prima stagione - all'epoca era disponibile solo quella - entrò nella mia vita sotto forma di regalo di Natale, nel 2006 (quando la serie andò in onda in Italia avevo due anni, vederla all'epoca sarebbe stato a dir poco strano). Mi innamorai subito di quella cittadina americana, dei suoi abitanti e dei suoi misteri, della musica di Angelo Badalamenti e della performance eterea di Sheryl Lee. La seconda stagione (regalo di compleanno qualche mese dopo, guarda caso durante il Festival di Cannes, dove quel mondo lynchiano ha avuto una vita non facile) fu ancora più folgorante, nonostante - o forse grazie a - quegli episodi "minori" realizzati dopo la soluzione dell'omicidio di Laura Palmer. La nuova versione avrà lo stesso effetto? Per citare David Duchovny (Dennis/Denise Bryson) in un'altra serie, voglio crederci. 

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The Golden Age of Television - Antonio Cuomo

Sono passati 26 anni dal debutto di Twin Peaks, ma la serie di Lynch è attuale come non mai. Lo è per una terza stagione in dirittura d'arrivo, ma a dirla tutta lo è stata da sempre, sin da quel giorno del 1991 in cui il pilot ha sconvolto milioni di Americani, perché se negli anni a seguire abbiamo visto cose come X-Files e se oggi possiamo parlare di una Golden Age of Television è perché c'è stata la follia di Lynch a cambiare il corso di un mondo della serialità intrappolato in sé stesso, in regole rigide ed ambizioni timide.  Ricordo quel pilot, ricordo il suo impatto, e soprattutto ricordo che fu chiara da subito la sensazione di trovarsi al cospetto di qualcosa di mai visto prima, che avrebbe saputo cambiare radicalmente ciò che sarebbe seguito. Ricordo i misteri, ricordo le atmosfere e i personaggi, ricordo la follia e il genio e chiunque abbia vissuto quel periodo non può non ricordarlo: il mondo dopo Twin Peaks non è stato più lo stesso. 

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Chi ha ucciso Laura Palmer?

La prima volta che mi sono imbattuta in uno spoiler - Valentina D'Amico

Twin Peaks - Frank Silva sul set con David Lynch

Correva l'anno 1991 quando mi sono imbattuta nel primo esempio di marketing virale. All'epoca non veniva chiamato ancora così, ma quando misteriosi manifesti con su scritto "Chi ha ucciso Laura Palmer?" sono comparsi fuori dal mio liceo ho intuito che stava per succedere qualcosa di incredibile. I segreti di Twin Peaks è approdato su Canale 5 e da allora la televisione seriale non è stata più la stessa. Per una come me cresciuta a pane e telefilm, l'arrivo di una serie così intrigante, con un esplicito sottofondo horror, firmata dal regista di uno dei miei film di culto dell'epoca (Velluto blu, per chi se lo stesse chiedendo), ha rappresentato un evento epocale. Twin Peaks ha fatto la storia della tv non solo per i contenuti spettacolari (per me la prima stagione resta quanto di più bello e innovativo mai visto sul piccolo schermo), ma anche per l'hype generato prima della messa in onda. Il mistero creato dagli spot ha alimentato la curiosità generale; ricordo che per mesi, prima della messa in onda, non si parlava d'altro anche se nessuno aveva un'idea chiara di cosa si trattasse. Una ragazza bionda avvolta nella plastica, nani che ballano in stanze rosse, un agente che parla a un registratore: solo il genio visionario di Lynch poteva generare tutto questo. All'epoca non esisteva internet e l'unico modo per informarsi erano le riviste specializzate, perciò ricordo di aver svaligiato le edicole per mesi acquistando tutto ciò che parlasse di Twin Peaks a cominciare dal fatidico diario segreto di Laura Palmer scritto dalla figlia di Lynch, Jennifer, che conservo ancora gelosamente. All'epoca, mio malgrado, ho appreso anche il significato di spoiler. Prima della fine dello show dall'America (presumo) si diffusero due voci contrastanti. I beneinformati sostenevano che a uccidere Laura Palmer fosse stato il padre (scritta comparsa anch'essa sul muro esterno del liceo, dannazione) mentre altri ribattevano: "E' stato Bob". Solo a visione conclusa avremmo scoperto cosa intendevano.

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Una foto di David Lynch sul set

Il sorriso di Laura Palmer e i reading "scandalosi" - Fabio Fusco

Sheryl Lee in Fuoco cammina con me

Laura Palmer ci sorrideva dalla copertina di una rivista e noi non sapevamo ancora che quel viso sarebbe diventato uno dei più iconici della serialità televisiva, ma soprattutto non sapevamo ancora l'impatto che avrebbe avuto Twin Peaks sulle serie che sarebbero arrivate in futuro. Per chi era adolescente nei primi anni '90, come chi scrive, Laura Palmer era una creatura affascinante il cui sorriso si schiudeva su un mondo sconosciuto, decisamente meno rassicurante di quello che stavamo per lasciarci alle spalle. Avevamo passato l'infanzia in compagnia di Kimberly Drummond o di Mallory Keaton, le brave ragazze di telefilm come Arnold e Casa Keaton, sempre sorridenti, assennate, quasi sempre in netto contrasto con le figure maschili meno virtuose. E all'improvviso con Laura Palmer scoprimmo che queste ragazze potevano avere dei segreti e il loro mondo sembrava un riflesso distorto e cupo di quello nel quale noi adolescenti iniziavamo ad inoltrarci. Era come se le più terribili avventure di Barbie, quelle che avevamo immaginato durante la nostra infanzia, stessero prendendo forma.

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I miei ricordi di Twin Peaks sono sfumati, come se tutto fosse stato solo un brutto sogno fatto molti anni fa. Il rosso abbagliante della Loggia Nera, il sorriso di Sheryl Lee che ammiccava dallo sfondo rosso del poster di Fuoco cammina con me, che allora suscitava in me una particolare fascinazione. Il viso di Laura incorniciato dal sacco di plastica, con la sabbia che punteggia i lineamenti lividi. E poi ci fu il Diario Segreto di Laura Palmer, di cui alcune pagine, le più scabrose, suscitarono lo stupore e la curiosità di chi se le era ritrovate come inserto chiuso di una rivista rassicurante e "familiare" come Tv Sorrisi e Canzoni. Nel mio gruppo di amici fui io a incaricarmi - senza opporre troppa resistenza, in verità - di tenere un reading "pubblico" di suddette pagine, e mentre la mia voce si faceva più cauta sui termini più scabrosi, tra le risate e la meraviglia generale, Twin Peaks iniziava a scardinare il mondo edulcorato e finto delle serie televisive per introdurre temi e suggestioni nuove.

Sheryl Lee in Fuoco cammina con me

Mannaggia a Laura Palmer! O forse no... - Luca Liguori

Sheryl Lee in un'immagine iconica di Twin Peaks

Il 1991 fu un anno importante per me, ricco di novità e cambiamenti. Il più importante fu il cambiare città e trasferirmi dalla caotica ma amatissima Napoli alla (molto) più quieta Latina. Lasciai gli amici, i compagni di classe, la città che avevo appena iniziato a conoscere e godermi. Eppure, col senno di poi, nessuno di questi stravolgimenti fu un "trauma" tanto grande quanto il conoscere la follia di David Lynch attraverso il suo I segreti di Twin Peaks. All'epoca avevo poco più di 13 anni e stavo per completare la terza media, di film ne vedevo in gran quantità e già erano il maggior argomento di discussione ogni giorno a scuola, ma l'arrivo della serie evento di Lynch monopolizzò le conversazioni per settimane e settimane tanto che perfino i miei genitori che in un primo momento avevano provato, se non ad impedirmi, quantomeno a sconsigliarmi la visione, dopo i primi episodi si arresero all'evidenza: nessuno poteva esimersi dal guardare Twin Peaks per conoscere la risposta al celebre tormentone "chi ha ucciso Laura Palmer?".

Io e i miei amici di allora invece ne avevamo un altro di tormentone di cui, nonostante mi stia sforzando, ora non ricordo esattamente l'origine; ma so per certo che ne abusavamo ad ogni occasione. Andava male un'interrogazione? "Mannaggia a Laura Palmer!" Il Napoli ha pareggiato? "Mannaggia a Laura Palmer!" Luca deve trasferirsi a 200 km di distanza? "Mannaggia a Laura Palmer!" Considerato però quello che è diventato il mio lavoro, o anche solo che questo personalissimo ricordo lo sto scrivendo al Palais du Cinema di Cannes alla vigilia della 70esima edizione (e mio 11esimo festival francese consecutivo come stampa internazionale), forse la povera Laura non ha poi tutte queste colpe. Anzi, a dirla tutta, la sua morte tanto misteriosa e iconica è stata parte integrante di quello che sono diventato forse più del mio lasciare la città che mi ha visto nascere e mi ha insegnato tante cose. Ma mai quante, in fondo, me ne ha insegnate la (più o meno) tranquilla cittadina di Twin Peaks...

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Naomi Watts e Laura Harrington in una scena di Mulholland Drive di D. Lynch

Nell'agosto 2005, un'epoca in cui reperire le serie del passato era ancora un'impresa degna della ricerca del Santo Graal, la mia guida TV mi segnalò un'occasione davvero troppo ghiotta: le repliche di Twin Peaks su Fuori Orario, in blocchi di cinque episodi a notte nell'arco di un'unica settimana. Il mio incontro da adolescente cinefilo con David Lynch era già avvenuto qualche anno prima: la devastante commozione di The Elephant Man, la visionarietà di Mulholland Drive e soprattutto la folgorazione per Velluto blu, altra indimenticabile visione notturna. E il mio primo contatto con l'universo di Twin Peaks, complice la maggiore libertà delle giornate estive, fu scandito dai ritmi incalzanti di un'autentica maratona: notti quasi in bianco, con l'ausilio del videoregistratore per recuperare gli ultimi episodi di ogni nottata durante il giorno successivo e non perdere così il passo con le indagini dell'agente Cooper. Insomma, un binge-watching forzato e ante litteram, ma anche una delle esperienze di visione più immersive ed emozionanti che abbia mai sperimentato: il volto senza vita di Laura Palmer che emerge da un sacco di plastica, le musiche di Angelo Badalamenti, la prima apparizione di BOB, l'oscura perfezione dell'episodio pilota (già di per sé un capolavoro), e su tutto quell'ineluttabile senso di inquietudine magistralmente sospeso fra orrore e meraviglia...

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Frank Silva è BOB in una immagine promo di Twin Peaks

Una sensazione di perfetta sincronicità familiare - Benedetta Romoli

La famiglia Palmer in Twin Peaks

Io, di Twin Peaks, non ricordavo niente, a parte la sigla di apertura, il nome di uno dei protagonisti (Leo) per assonanza col mio segno zodiacale, e una copertina di (mi pare) Tv sorrisi e canzoni dell'epoca con sopra il faccione lunare di Laura Palmer. Tralasciando considerazioni varie sulle modalità di selezione della mia memoria, l'aspetto per me più interessante è la sensazione che mi è rimasta, in tutti questi anni, ogni volta che mi è capitato di riascoltare quelle note e di ripensare a quella serie: una sensazione di perfetta sincronicità familiare, in cui i miei seppur perplessi genitori acconsentivano a farci guardare insieme a loro gli episodi in onda in prima serata, augurandosi che non traboccassero di quel tipo di scene procaccia-incubi notturni. In sostanza, l'ho epurata da tutti quegli elementi che l'hanno resa una delle serie più ambigue, geniali e inquietanti di sempre, e l'ho associata a un ventaglio di sensazioni da Mulino Bianco. Difficilmente mi viene in mente un esito più inquietante, quindi tutto sommato mi sento in linea con lo spirito della serie.

(Per la cronaca, visto che non si vive solo di ricordi distorti, ultimamente ho fagocitato nel giro di pochi giorni la prima stagione e inizio della seconda. Ne taccio, perché non sono in grado di condensare in poche righe un commento quantomeno dignitoso a riguardo. Però la parola che mi piroettava di continuo in testa mentre la guardavo era "geniale". Ah, ovviamente ancora non so chi ha ucciso Laura Palmer).

Un'immagine promo di Twin Peaks

Falling falling falling falling in love - Alessia Starace

Una misteriosa Sherilyn Fenn in Twin Peaks

Nel bene e nel male, Twin Peaks è stato un tassello fondamentale della mia adolescenza. Come lo è stato di molte adolescenze, ma la mia è stata prticolarmente tormentata e solitaria e incontrare la voce arcana e bizzarra di David Lynch nelle mie notti inquiete è stato determinante per trovare la mia, di voce, la mia identità e la mia curiosità, diversa da quella di chiunque conoscessi, e per farmi realizzare che andava bene anche così. Altroché se andava bene! Ancora oggi quelle immagini deliziose, quelle note profonde e il soprano di Julie Cruise che racconta un amore che è come una vertigine mi precipitano in quella struggente solitudine, in quella segreta meraviglia. Certo non avrei mai immaginato che quella voce mi avrebbe portato sulla Croisette ventisette anni dopo, nel cuore dell'attesa febbrile per un revival che, vada come vada, non può deludere perché è Twin Peaks. A suo tempo, a dirla tutta, non mi piacque nemmeno la seconda stagione, e la cosa m'indispettì non poco, e m'insegnò che spesso le cose magiche non durano a lungo. Ma lasciano il segno per sempre.

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