Tsukamoto, tra cyberpunk e purificazione

Meno devoto al cyber-punk di quanto non lo fosse agli inizi della carriera, Tsukamoto conserva comunque dei retaggi di quella matrice che fa di lui uno dei più interessanti registi contemporanei.

Margherita Vetrano

Noto al grande pubblico come autore di Tetsuo, Shinya Tsukamoto è un regista giapponese dalla cinematografia molto ampia e variegata.
Il suo stile nasce dalla scuola dei videoclip, tutta scatti e sequenze repentine, per poi essere applicata a lungometraggi in cui è regista, sceneggiatore, produttore e anche attore. Il concetto Taoista di armonia e completezza è applicato quindi non solo al significato della sua opera, ma anche alla realizzazione concreta del film.

Il suo cinema nasce dall'amore per Tokyo. Il concetto di perfetta armonia fra bene e male viene calato nella realtà urbana di una metropoli che stritola e annulla l'individuo, ma non per questo meno amata. Da tanto amore nasce la voglia di distruggerla, per azzerare con essa i processi torbidi di alienazione e spersonalizzazione dell'uomo.
I protagonisti delle storie narrate sono sempre uomini medi, travolti dalla routine. Piccoli uomini in giacca e cravatta, ai quali il destino offre una chance per evadere, rappresentata da shock che li precipitano in un vortice di violenza ed efferatezze tali da farne belve assetate di sangue.
Così se in Tokyo Fist la gelosia trasforma Tsuda in un pugile assassino, la vendetta fa di Goda un killer in Bullet Ballet. Uomini che ritrovano un contatto col loro lato più primitivo e tornano a vivere d'istinto puro. La voglia di distruggere, uccidere, toccare con mano le carni lacerate e lavarsi col sangue che sgorga a fiotti è palpabile nelle pellicole di Tsukamoto, così come l'interpretazione deliberatamente sado-maso dei rapporti amorosi.
Le donne sono l'incarnazione dell'amore e per questo violentate psicologicamente o fisicamente. Le eteree geishe sono l'oggetto sul quale si sfoga la bestialità del maschio che ha recuperato coscienza di sé; non è quindi più possibile un rapporto sereno ma si lascia spazio a percosse, lesioni ed omicidi, a testimonianza del fatto che anche l'amore va materializzato ed inciso sui corpi che lo celebrano nell'atto sessuale. Atto peraltro compiuto sempre col tramite di corpi metallici o armi, in una metafora squisitamente cronenberghiana di "lunga vita alla nuova carne". Così il membro di Tetsuo diventa una trivella che sventra la sua donna, dopo che in gioventù la madre stessa era stata penetrata ed uccisa con una pistola. La paura della morte e l'eccitazione dell'atto sono una perfetta sintesi di equilibrio che avvince gli amanti in un'orgia distruttiva alla quale non possono sopravvivere entrambi e che contribuisce a fortificare i mostri emergenti.
L'evoluzione dei personaggi di Tsukamoto avviene quindi sempre attraverso dolore fisico autoinflitto o cercato, ma mai subito; così la fidanzata di Tsuda si pratica piercing sempre più estremi senza anestesia, in una ricerca di sé che la porterà a nuova vita.
Le vicende narrate non sono circolari ma irreversibili e spietate; nulla di ciò che accade prelude ad un ritorno, né ad una scappatoia. I protagonisti marciano con la potenza di un panzer verso un futuro che li vedrà completamente diversi, in una via crucis di purificazione che non ammette remore.

A dispetto dei mezzi visivi e narrativi adoperati, siamo di fronte ad un cinema ottimista; passando attraverso violenza e distruzione, si giunge comunque ad una crescita spirituale sempre positiva che non si sarebbe potuta compiere in altro modo. Quasi a dire che senza dolore non c'è maturazione; ma non è questa una legge di natura?
Per Tsukamoto, Tokyo è davvero una giungla d'asfalto e gli esseri umani, le bestie che la abitano. La sua firma si distingue chiaramente nelle foto a scatto di grattacieli, meraviglie architettoniche sempre rapportate a uomini piccoli o nelle scene di massa accelerate, stile comiche.
Sia che usi il colore o il bianco e nero, la qualità delle sue immagini muta a seconda dell'escalation emotiva. Quando il dramma si accende, il bianco e nero si sgrana incupendosi e il colore mutua blu lividi o rossi da alcova; quando la vicenda è compiuta, il bianco torna a splendere, e i colori hanno i toni ariosi del pastello. E' come se il male marcisse le immagini esplodendo con violenza davanti agli occhi. I colori parlano, come la macchina da presa che si muove a scatti sconnessi o traballa, quando è in campo la violenza. La resa a livello narrativo è immediata come l'impatto del disegno di un bambino.
Proprio in questo sta il fascino dell'opera del regista giapponese che adopera una simbologia tanto raffinata da apparire rudimentale. Abbandonato ogni schema rigido, usa tutti i mezzi per impattare lo spettatore; come in Tetsuo II: Body Hammer, dove la pellicola passa da un bianco e nero troskiano al colore, per virare al seppia nel momento del ricordo. Semplicemente folle la disinvoltura nel montaggio che accosta scene di stop-motion ad altre degne del miglior Kurosawa, e nei temi trattati in cui una donna ama un uomo- carro armato o un padre istalla delle pistole vere nel corpo dei figlioletti.
Meno devoto al cyber-punk di quanto non lo fosse agli inizi della carriera, Tsukamoto conserva comunque dei retaggi di quella matrice che fa di lui uno dei più interessanti registi contemporanei.
Uomo comune, dalle passioni perverse, è estremamente abitudinario e conservatore nella scelta di attori e musiche; davanti alla macchina da presa, oltre a sè stesso, chiama Tomoroh Taguchi, Nobu Kanaoka e il fratello Kohji, mentre Chu Ishikawa compone praticamente ogni colonna sonora.

Tsukamoto, tra cyberpunk e purificazione
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