Young Detective Dee: Rise of the Sea Dragon 3D

2013, Azione

Tsui Hark: il mio detective, tra fantasy, storia e letteratura

Un incontro stampa breve, quello in cui Tsui Hark ha presentato al Festival di Roma il suo Young Detective Dee: in esso, il regista si è concentrato sulle origini del suo personaggio, e sugli aspetti tecnici della realizzazione del film.

Una conferenza stampa breve, troppo breve, quella dedicata dal Festival del Film di Roma a Young Detective Dee: Rise of the Sea Dragon 3D: funestata da un problema nelle cuffie per la traduzione, che ha dimezzato il già ridotto tempo a disposizione, costringendo l'interprete presente in sala a tradurre personalmente le domande e le risposte del maestro Tsui Hark. Un peccato, considerato il peso assoluto dell'ospite in questione (insignito di un premio speciale del Festival, il Maverick Director Award); nonché il valore del film, prequel del Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma del 2010, girato in 3D. Un wuxia/action/thriller che, rispetto al suo predecessore, punta più sul lato avventuroso e fantasy della saga, ma che conferma la tendenza alla contaminazione dei generi da sempre propria del regista.

Il film è molto spettacolare: nella lotta finale, in particolare, sembra guardare a precedenti come quello della saga dei Pirati dei Caraibi. Non c'è un po' il rischio di omologazione con l'industria hollywoodiana?
Tsui Hark: Io non volevo la spettacolarità gratuita: il personaggio è radicato nella tradizione, viene dalla letteratura e dalla storia, e in particolare da un personaggio reale, il giudice Ti. In questa saga, cerco di mettere insieme la tradizione letteraria, i parametri storici del personaggio originale, con un contesto fantasy. Il lavoro è quello di creare una mitologia autoctona originale, nel rispetto di quanto già era stato fatto nella letteratura a cui ci ispiriamo. Stiamo già lavorando al terzo capitolo, con un'idea di scriptwriting ancora più sorprendente.

Young Detective Dee: Rise of the Sea Dragon 3D, una scena tratta dal film
Questo è il suo secondo film in 3D. Pensa che questa tecnologia, oltre a dare un plus, possa influire davvero sul livello narrativo di un film?
Me lo chiedo spesso anch'io. I film stereoscopici sono in giro da non molto tempo: almeno limitatamente a questa nuova tecnologia, parliamo di circa 7 anni. Io ho sempre trovato quest'area molto interessante, anche perché i miei primi ricordi di essa risalgono a quand'ero bambino: c'erano le macchinette Viewmaster, con le immagini stereoscopiche fisse. Ora abbiamo un film che si avvicinano molto a quel tipo di immagini. Il vecchio 3D presentava dei problemi, per l'audience: la visione, con i vecchi occhialini, non era proprio comoda, mentre ora le cose, da quel punto di vista, sono migliorate. Ho iniziato a usare anch'io questa tecnologia, e da allora ho scoperto la differenza, anche a livello di linea narrativa, tra 2D e 3D. C'è chi dice che in realtà le differenze siano poche, ma lavorandoci ci si rende conto che, nello sviluppo del film, le cose non stanno così. Dal mio punto di vista, le differenze principali sono a livello di fotografia e montaggio. La fotografia deve controllare più rigorosamente l'area dello schermo dove lo spettatore sta guardando; e anche nel montaggio dev'esserci una transizione di almeno 1,5-2 secondi tra una sequenza e l'altra, per permettere un accomodamento visivo dell'occhio. C'è una differenza volumetrica e di profondità per il pubblico; il cervello fa uno sforzo maggiore per analizzare l'immagine e tradurla.

Eppure, dal punto di vista dello spettatore, la differenza quasi non c'è: a noi sembra di guardare allo stesso modo un film bidimensionale e uno in 3D.
Non ci si rende conto della differenza, se non quando si inizia a lavorarci: già a livello di sceneggiatura, si devono curare in modo diverso i particolari. Nella post-produzione, poi, c'è il problema dei sottotitoli: bisogna assicurare che siano visibili al meglio. E' un problema sia per il pubblico che per chi fa i sottotitoli. In alcuni film, quando ci sono inquadrature in in primissimo piano, non c'è lo spazio per mettere i sottotitoli in basso, e quindi spesso si spostano in alto. L'effetto è disorientante. Insomma, il 3D sembra una tecnologia molto impegnativa, ma a mio avviso vale la pena di usarla.

Young Detective Dee: Rise of the Sea Dragon 3D, Mark Chao e Kun Chen in una scena del film
La consapevolezza che ci sono i sottotitoli ha un'influenza anche sul dialogo e sulle battute?
Per noi questo problema si pone già a causa dei diversi dialetti; ma, almeno in questo film, si parla un solo dialetto, cosa rara per i film cinesi.

E il rapporto con gli attori è diverso, in un film stereoscopico?
Io ho provato a render loro la vita più facile possibile, in modo che non dovessero fare troppi sforzi: certo, i macchinari sono un po' più ingombranti, e in genere i tempi di preparazione sono più lunghi. Ma personalmente cerco di minimizzare questi inconvenienti.

E di una tecnica come il 48fps, cosa ne pensa? Ha avuto modo di usarla?
No, e non ho neanche avuto modo di vederla sullo schermo: nella Cina continentale mancano ancorsa le sale in grado di proiettare film in 48fps. Abbiamo dei colleghi che hanno avuto modo di sperimentarlo, ma c'è ancora molta incertezza. Forse questa tecnologia potrà prendere piede l'anno prossimo, quando si perfezioneranno le attrezzature tecniche: ma il problema principale, per tecnologie di questo genere, è sempre economico.

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