Trainspotting

1996, Drammatico

Trainspotting, un cult in 5 ricordi: volare basso insieme ai supereroinomani

Malata, irridente, putrida. L'opera seconda di Danny Boyle è uno spietato manifesto generazionale abitato da droga, picchi d'entusiasmo e da un profondo male di vivere. Un film disturbante che riscopriamo in occasione dell'atteso ritorno di Mark Renton e compagni con T2: Trainspotting.

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C'è chi sceglie la vita e chi la vita la scioglie dentro un cucchiaio, per poi iniettarsela in vena e sentirla davvero, avvertirla più forte, più fluida, percependola finalmente strabiliante come altrimenti non sarebbe mai. C'è chi sceglie la droga per dare senso alla propria esistenza, perché alterare la realtà sembra l'unico modo per darle senso e ordine. Questa è la scelta di Mark Renton e compagni, una combriccola che di allegro ha ben poco, ma che non è affatto triste. Questa è la via, coraggiosa ed eversiva, scelta da Danny Boyle: raccontare la tossicodipendenza senza peli sulla lingua, con una sincerità quasi imbarazzante e lo sguardo lucido di chi ha un'amara consapevolezza. Sarà per questo che il suo Trainspotting va di corsa e di corsa inizia, con l'immediatezza concitata di chi non ha tempo da perdere e vuole vivere tutto al massimo pur di sfuggire a quella voragine chiamata "vita normale". Quella di chi rimane imbrigliato negli schemi preconfezionati dalla società occidentale che si orienta grazie a tre coordinate principali: famiglia, lavoro, consumo. Ma, nonostante la corsa forsennata di Mark e Spud che apre il film, è davvero possibile sfuggire a tutto questo? Che prezzo ha sottrarsi al mondo a cui siamo destinati? Danny Boyle risponde con un film abitato dal contrasto, contraddittorio e sfacciato, in cui pulsano una scalpitante voglia di vivere e aleggia un inquietante spirito mortifero.

Trainspotting, una immagine promo del film

Tra picchi euforici e burroni profondissimi, Trainspotting non racconta solo la storia di un gruppo di ragazzi scozzesi che provano a schivare la responsabilità dello stare al mondo, ma è capace di restituire l'esperienza della tossicodipendenza attraverso un ritmo cinematografico tachicardico, fatto di sbalzi umorali, adrenalina visiva e stimoli musicali. Tratto dall'omonimo romanzo di Irvine Welsh, girato in soli due mesi e arrivato a sconcertare i cinema britannici nel febbraio 1996, l'opera seconda di Boyle valica sia il suono e l'immagine perché riesce persino ad avere un odore. Trainspotting profuma di lerciume, sa di putrido, ed è maleodorante quando si inabissa nei meandri di un malessere generazionale. Oggi, in attesa di scoprire le scelte di vita di Mark, Spud, Francis e Sick Boy in T2 Trainspotting, vogliamo tornare in quella fetida Edimburgo per capire cosa ha lasciato il segno. Sulle braccia di quegli indimenticabili personaggi e nella storia del cinema.

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1. Fateci scendere: la satira sociale

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Partiamo dal titolo che, come spesso capita, segna la via di un'opera. In questo caso, però, non ci sono strade, ma due binari paralleli che sembrano non incontrarsi mai. Da una parte la vita normale, quella comune e condivisa dalla maggior parte delle persone , dall'altra Mark e compagni che la guardano passare, le puntano contro il dito e le sputano addosso. Il "trainspotting", infatti, è quel passatempo che consiste nel guardare e contare i treni di passaggio; un'abitudine annoiata, un modo di dire che simboleggia un atteggiamento passivo nei confronti del vivere. Senza meta e pronti al deragliamento, i ragazzi di Trainspotting incarnano la reazione scomposta ad una società occidentale che cela i suoi piccoli orrori dietro una facciata socialmente accettabile. A Boyle bastano poche inquadrature e brevi sequenze per farci capire da cosa fuggono Rent e gli altri. Bastano i genitori di Mark che guardano un quiz in tv quasi ipnotizzati, o quella sequenza geniale dove capiamo che per molti tifosi di calcio un gol vale quasi quanto un orgasmo, per capire quanto chiunque si droghi con qualcosa. Satirico e irridente, Trainspotting gioca sulla soglia sottile tra la simpatia e la pena per le sue anime in perenne ricerca. Un film che mette a disagio proprio per questo suo continuo saltellare tra l'empatia e la sottile condanna.

Scegliete il futuro. Scegliete la vita.

2. Rifiutare la bellezza, sposare lo squallore

Ewan McGregor in Trainspotting, del '96

Soltanto un anno prima Mel Gibson aveva lottato e sputato sangue in suo onore. La Scozia depredata dagli inglesi, la Scozia divisa da lotte e traditori intestini, veniva celebrata da Braveheart - cuore impavido con la bellezza pura e incontaminata delle sue verdi vallate che si contrapponevano alla miseria degli uomini. Quasi come involontaria reazione a quell'eroico orgoglio nazionale, Danny Boyle sporca l'immagine della Scozia e fugge dai suoi campi aperti, preferendo rifugiarsi dentro squallide stanze, vie grigie e appartamenti scorticati. Nel film c'è una scena emblematica dove i personaggi rifiutano i grandi spazi e una scampagnata in mezzo "all'aria fresca" per poi tornare a rinchiudersi in casa per l'ennesima dose di eroina. Non prima di aver urlato in faccia al pubblico il loro disprezzo nei confronti degli scozzesi ("siamo il peggio del peggio, la feccia di questa cazzo di Terra"). Per questo Trainspotting ci appare così claustrofobico, relegato ad un'ambientazione chiusa e opprimente come la droga che ingabbia per sempre gli eroinomani. Con buona pace di William Wallace, che morì nella sua bella terra per la libertà.

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3. Arancia britannica

Robert Carlyle ed Ewan McGregor in Trainspotting

Dai Drughi alla droga. Dall'Inghilterra alla Scozia. Da Alex a Rent il passo, forse, è brevissimo. Non è un caso che, prima di iniziare le riprese del film, Boyle abbia imposto all'intero cast di rivedere con particolare attenzione Arancia meccanica, un capolavoro di cui Trainspotting è il più vicino erede spirituale. Succede perché l'eco kubrickiano va molto oltre la celebre citazione del Korova Milk Bar, le cui scritte sui muri vengono riprese dal Volcano Club, il locale dove Mark incontra Diane. Infatti, Danny Boyle riprende da Stanley Kubrick una serie di elementi utili alla stesura del suo personale manifesto generazionale anni Novanta. In Trainspotting c'è lo stessa alienazione e la stessa sociopatia presenta in Arancia meccanica; c'è il bisogno di specchiarsi in un branco disomogeneo dove la disperazione cementa meglio della vera amicizia, c'è la passione registica per primi piani stretti, alla ricerca dello sguardo spiritato dei propri protagonisti, e poi la stessa voce narrante dei due giovani protagonisti che si rivolge allo spettatore come fosse un confidente, qualcuno con cui sfogarsi, a cui sussurrare il proprio malessere. Alex e Rent ci parlano per essere capiti da qualcuno, ma nelle loro storie c'è una differenza sostanziale. Se i Drughi, annoiati quanto pericolosi, sublimavano il loro male di vivere in un'insensata violenza nei confronti degli altri, Mark e i suoi invertono il percorso, e la violenza la fanno a se stessi. Una siringa per volta.

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4. Scegli la vita, e alza il volume

Così come Mark, Spud e gli altri sono schegge impazzite, capaci di ferirsi più che di ferire, Trainspotting assomiglia molto ad un folle jukebox che salta da un genere all'altro e funge da macchina del tempo. Dall'indie rock di Iggy Pop alla musica elettronica degli Underworld, dalle note evocative di Brian Eno alle atmosfere ovattate di Blur, passando per l'accostamento dissacrante e dissonante di A Perfect Day di Lou Reed, Danny Boyle fa convivere con sapienza e ironia icone statunitensi degli anni Sessanta e Settanta con band britanniche nascenti o nel picco della loro carriera. Se per i suoi personaggi è impossibile vivere senza eroina, per il regista di Manchester la dipendenza più necessaria passa per la musica, vera forza stupefacente di un film dove le note sottolineano o stonano. In ogni caso iniettano ulteriore senso.

5. Scene che riemergono

Ewan McGregor in Trainspotting

Eppure, al di là delle musiche, delle citazioni, delle morali e delle frasi, i film ci rimangono dentro soprattutto per la somma di tutto questo, ovvero per quelle sequenze cult impossibili da dimenticare. Scene con una forza espressiva rara che riemergono nella mente del pubblico anche quando non sono poi così piacevoli da ricordare, anche quando fanno male e valgono come pugni nello stomaco. E "stomachevole" è forse l'aggettivo che meglio descrive il folle viaggio di Rent nel peggior cesso di Scozia, alla disperata ricerca di due supposte d'oppio cadute in un gabinetto profondissimo. Quando poco fa abbiamo definito Trainspotting un film dotato di odori, pensavamo soprattutto a questo rivoltante tuffo di Mark nelle profondità di se stesso e allo straziante incubo vissuto nel letto di un convulso Ewan McGregor. Ripensando a quella segregazione forzata in camera sua, dove reale e visionario danno vita ad allucinazioni aberranti, ricordiamo soprattutto un bambolotto che cammina sul soffitto in maniera inquietante. Un ricordo ancora fresco di un bambina morta poco prima che ritorna inesorabile a tempestare la mente e la coscienza di Rent. Due esempi su tutti per ricordare l'abilità spiazzante con cui Boyle ha unito incubo e realtà per farci sguazzare letteralmente nella stessa melma dei suoi personaggi che, anche per questo, non si lavano via tanto facilmente. Anche dopo più di vent'anni.

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