Running

2006, Azione

Recensione Running (2006)

Sembra essere la saturazione visiva la principale carta giocata da questo Running, film d'azione "alla moda" diretto da Wayne Kramer: una caratteristica che stordisce all'inizio, ma che poi viene rapidamente a noia.

Tedio a duecento all'ora

Joey Gazelle, membro di una gang malavitosa, viene incaricato di liberarsi di una pistola "che scotta" usata in uno scontro a fuoco con la polizia. L'uomo, invece di far sparire l'arma, la nasconde nella cantina di casa sua: idea pessima, visto che la pistola finisce accidentalmente nelle mani di un amico di suo figlio, che pensa bene di usarla per sparare al crudele patrigno (un russo dai modi violenti ossessionato dai film di John Wayne). Il piccolo Oleg fugge nella notte con la pistola, e subito si scatena l'inseguimento: sulle sue tracce ci sono, oltre a Joey (accompagnato da suo figlio Nicky), i poliziotti e un gruppo di malavitosi russi, il cui capo è lo zio dell'uomo ferito dal ragazzino.

Non ci si mette molto a capire quale sarà il clima di questo Running, film d'azione "alla moda" diretto da Wayne Kramer (già regista del dramma sentimentale The Cooler): un inizio rutilante, con un prologo "sparato" a velocità vertiginose, introduce il lungo flashback che rappresenterà il cuore della narrazione. Sembra essere la saturazione visiva la principale carta giocata da Kramer per tenere viva l'attenzione dello spettatore, con una girandola di proiettili che prendono direzioni impossibili, tagli di montaggio rapidissimi, inseguimenti sincopati, momenti grotteschi di puro kitsch (si veda tutta la scena del ferimento del malavitoso russo): il tutto condito da dosi massicce di digitale e da una fotografia antinaturalistica che è anche la quintessenza del patinato. Tutto questo stordisce all'inizio (nonostante non sia certo un modo nuovo di mettere in scena un film d'azione) ma poi viene rapidamente a noia. Non c'è fisicità nell'azione, non c'è reale coinvolgimento, non c'è, soprattutto, una reale motivazione narrativa (oltre che estetica) per lo stile ipercinetico che caratterizza il film. Solo la macchina da presa impazzita che il regista muove in tutte le direzioni possibili, come fosse un giocattolo che ha appena scoperto.

Narrativamente il film è debole, non tanto per l'idea di partenza (che, pur non originalissima, avrebbe dato ben altri risultati in mani diverse) quanto per la stereotipizzazione di personaggi e situazioni, con caratteri ai limiti della caricatura (e parliamo ancora del patrigno russo), momenti grotteschi e al di fuori di qualsiasi credibilità (un ragazzino trascinato da suo padre in una situazione del genere, che riceve anche le congratulazioni per il coraggio dimostrato?), e altri totalmente slegati dal contesto narrativo (tutto l'episodio relativo alla coppia di pedofili). Il "colpo di scena" finale (virgolette d'obbligo) e la girandola di finali e controfinali (l'ultimo dei quali, ancora una volta, annulla qualsiasi pur banale concetto di credibilità narrativa), non servono per risollevare un interesse già sceso inesorabilmente sotto i livelli di guardia, principalmente per la stucchevole estetica modaiola che il regista ha voluto dare al film.

Il film è uscito, caso non unico nel panorama dei film di genere degli ultimi anni, con la sponsorizzazione di Quentin Tarantino: il regista di Pulp Fiction ha affermato testualmente che "questo film è la prova che il cinema è l'arte dinamica per eccellenza. Con Running il regista e sceneggiatore Wayne Kramer può essere paragonato ai più grandi nomi del film d'azione come Walter Hill o Robert Aldrich." Considerata l'enormità di affermazioni del genere, è legittimo chiedersi se lo scopo di Tarantino sia lanciare provocazioni, oppure se, tanto bravo nel trattare (e manipolare) in prima persona la materia cinematografica, il buon Quentin manchi totalmente di capacità critica rispetto alla stessa. Sia quel che sia, le sue parole (con gli immancabili fraintendimenti di chi, vedendo la locandina, penserà "è un film di Tarantino") non fanno certo bene al cinema, specie a quello che lui stesso ha dimostrato di amare e che continua, giustamente, a omaggiare.

Recensione Running (2006)
Marco Minniti
Redattore
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