Grindhouse - A prova di morte

2007, Azione

Recensione Grindhouse - A prova di morte (2007)

Il rischio è che forse questa volta Tarantino abbia realizzato una pellicola con un target troppo ristretto e selettivo, e che gli storici detrattori possano sfruttare questa opportunità per rinforzare le proprie convinzioni.

Tarantino a prova di flop?

Non è la prima volta che capita con Quentin Tarantino che i suoi film diventino dei casi, se non addirittura dei cult, prima ancora della loro uscita. E' capitato con Kill Bill e sta capitando ora con Death Proof (in Italia sarà distribuito da Medusa a partire dal 1 giugno con il titolo Grindhouse - A prova di morte) presente qui a Cannes nella sezione competitiva. Ora questo comporta che quando si parla di un film di Tarantino il lettore/fan ne sa almeno quanto chi scrive e ciò fa sì che i classici preamboli su genesi del film, trama e personaggi siano assolutamente superflui.

Ora, facciamo così, se sapete già tutto sulle Grindhouse e su Stuntman Mike, passate pure senza indugio al capoverso successivo, se invece vi siete sintonizzati solo ora, eccovi un riassunto delle puntate precedenti: con il termine Grindhouse si intende quelle sale che negli anni '70 in America proiettavano, uno dopo l'altro, film di serie B, spesso horror e ad alto contenuto di sesso e violenza. Il buon Quentin, insieme al fedele amico Robert Rodriguez, ha deciso di rendere omaggio a questa usanza tipica della sua giovinezza (nonché una delle fonti principali del suo bagaglio culturale e cinefilo) realizzando un double feature che avesse tutte le caratteristiche dei film di quell'epoca, con tanto di trailer (finti) a inframmezzare le due pellicole, della durata di circa 80 minuti ciascuna. Il film Grindhouse, dopo un notevole battage pubblicitario, è arrivato nelle sala americane ad inizio aprile, incassando però ad oggi poco più di 24 milioni di dollari; in una parola, un flop. Ma i Weinstein non si arrendono e decidono di distribuire i due film separati, con un nuovo montaggio e un minutaggio ben superiore: si comincia ovviamente da Tarantino - il Planet Terror di Rodriguez arriverà più tardi (se arriverà) - e dal suo episodio Death Proof che vede protagonista uno stuntman che terrorizza, e uccide, splendide ragazze utilizzando un'arma inusuale, la sua macchina iper-corazzata, un bolide "a prova di morte" - sì, ma solo per il pilota.

Non abbiamo avuto ancora il piacere di assistere all'intero Grindhouse, e quindi alla versione ridotta di questo Death Proof; rimandiamo quindi un confronto a più in là nel tempo e concentriamoci esclusivamente su questo quinto (almeno così viene pubblicizzato, ma tra film spezzati a metà, episodi televisivi e opere a più mani accettiamo pure l'idea che il conto per quanto riguarda Tarantino sarà sempre più difficile da tenere) film del regista di Pulp Fiction: volendo essere estremamente sintetici possiamo innanzitutto cominciare col dire che no, non siamo ai livelli di quattro precedenti film, e sì, Tarantino è riuscito perfettamente in quella che era la sua intenzione iniziale, ovvero realizzare un B movie, non troppo lontano dai modelli originali a là grindhouse. Questa è la prima regola per potersi godere questa pellicola: accettare l'operazione di partenza e accettare l'origine della scelta del regista, ovvero la sua passione smodata per questo tipo di pellicola.

Nel caso comunque dovessimo distrarci e dimenticare tutto ciò, ci pensa Tarantino a ricordarcelo a più riprese, partendo dai titoli iniziali (come per Kill Bill preceduti dallo stacchetto vintage "Our Feature Presentation"), passando per alcune sequenze in cui l'audio è fuori sincrono o rovinato, la pellicola graffiata, fotogrammi sforbiciati dai proiezionisti ed un intero rullo che risulta addirittura completamente mancante. Sono tutti elementi che ci portano fisicamente dentro una grindhouse e soprattutto ci avvisano costantemente di non prendere il film troppo sul serio.
Cosa che facciamo, ma non per questo possiamo esimerci dal notare la bellissima fotografia del film (per la prima volta firmata dallo stesso regista!), le scenografie essenziali ma molto curate e come sempre una magistrale scelta delle musiche.

Piacerà a chi ha amato i precedenti film dell'enfant terrible? E qui veniamo alla seconda regola necessaria per il giusto godimento di questo Death Proof, ovvero essere davvero innamorati del cinema del regista, e di conseguenza, come avviene per il vero amore, essere disposti ad accettare i pregi ma soprattutto i difetti. La sceneggiatura è infatti Tarantino al 100%: lunghi monologhi e dialoghi, linguaggio estrememente realistico e popolare (leggi 'fuck' e 'bitch' a profusione), improvvise esplosioni di violenza, (auto)citazionismo in lungo e largo. Per alcuni soprattutto la prolissità di alcuni dialoghi e la lungaggine di alcune sequenze potrebbe risultare un problema, considerato soprattutto che qui non abbiamo una storia o un intreccio ricco come nei precedenti film: la storia in realtà non fa altro che seguire il nostro affascinante Stuntman Mike (un divertentissimo Kurt Russell molto autoironico) in due diverse cacce all'uomo, o forse meglio dire alle pollastrelle. Due diversi momenti nella storia che rappresentano a tutti gli effetti un inizio e una ripartenza che prendono luogo dalla stessa situazione, ovvero una macchina da cui emergono dei piedi nudi (per cui il nostro Mike sembra avere un debole proprio come colui che l'ha plasmato) e tre splendide ragazze intenzionate a divertirsi.

Le ragazze sono tutte facce note, alcune soprattutto della TV statunitense, altre ben più famose anche in ambiente cinematografico come la sempre bellissima e bravissima Rosario Dawson o Rose McGowan, già protagonista del segmento di Rodriguez, qui in una parte piuttosto piccola ma foriera di una morte memorabile (e siamo a due, dopo quella di Scream).
Da notare come una delle protagonista sia Zoe Belle, controfigura di Uma Thurman nei due Kill Bill, e qui promossa ad attrice, anche se nel ruolo di sé stessa. Non manca una simpatica comparsata del regista stesso, così come quelle di Eli Roth o di Michael Parks, che riprende il ruolo dello sceriffo già visto in Kill Bill.

Rimane la curiosità di capire se questa nuova versione possa risollevare in qualche modo i tragici incassi finora ottenuti e possa soprattutto convincere e divertire il pubblico così com'è stato qui a Cannes con la critica: il rischio è che forse questa volta Tarantino abbia realizzato una pellicola con un target troppo ristretto e selettivo, e che gli storici detrattori possano sfruttare questa opportunità per rinforzare le proprie convinzioni. Ma che Tarantino sia uno dei registi più geniali e seminali dell'ultimo decennio lo si può capire anche da un film minore come questo Death Proof: basta solo saper guardare.

Recensione Grindhouse - A prova di morte (2007)
Luca Liguori
Redattore
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