Bangkok Dangerous

1999, Azione

Recensione Bangkok Dangerous (1999)

Dagli autori dell'horror "The eye", ecco un bel noir tailandese esemplificativo della vitalità di una cinematografia emergente e molto interessante.

Roberto Furio

Tailandia: la nuova estetica della violenza.

Davvero uno strano oggetto, questo film apprezzatissimo dalla critica specializzata, che ha rastrellato premi un po' ovunque e che impone la Tailandia (e i fratelli Pang in particolare) come una delle più promettenti realtà cinematografiche degli ultimi anni.
Menomazione sensoriale: sembra questa l'ossessione dei due giovani autori, i quali, prima della ragazza cieca protagonista di The eye, avevano già cercato di rendere l'inintelliggibilità di un mondo in caduta libera attraverso la storia del giovane e abilissimo killer sordomuto protagonista di questo Bangkok dangerous.
Leggendo i commenti al film reperibili su Internet, è evidente quanto si sia insistito sul paragone, a mio parere non calzante, con l'hard-boiled di John Woo. In realtà le due poetiche sono molto diverse, sebbene (e come potrebbe essere altrimenti?) la materia prima sia la stessa: killer, amicizia, tradimento, vendetta... in una spirale di violenza destinata a non lasciar scampo a nessuno. Con Bangkok dangerous i fratelli Pang non solo sacrificano la spettacolarità delirante delle pellicole di Woo ad un maggior realismo (modaiolo, forse, ma pur sempre realismo), ma, soprattutto, fanno tabula rasa dell'eroismo catartico di bagni di sangue inenarrabili come, a titolo esemplificativo, l'ultima parte di The killer. I codici di comportamento e d'onore che governano i gangster di Woo e quelli di Bangkok dangerous sono necessariamente gli stessi, inarrestabili e ineludibili dalla notte dei tempi. Ma in Bangkok dangerous non c'è eroismo, non c'è etica guerriera, e i personaggi non sono caricati di quell'aura mitica che invece rendeva addirittura trascendente Chow Yun Fat nei film di John Woo. Il film dei fratelli Pang, più semplicemente, mette in scena meri meccanismi di azione e reazione, svuotati di ogni contenuto di nobiltà: tu violenti la mia ragazza, io ti uccido e, ovviamente, faccio strage dei tuoi compari conniventi. O almeno ci provo. Il mondo messo in scena dai fratelli Pang è un mondo sempre più incomprensibile, e anche in un ambito fortemente codificato come quello della malavita non c'è più ordine (morale), nè regole (etiche), nè punti di riferimento (ideali). L'handicap che affligge il protagonista è una trovata di sceneggiatura estremamente intelligente che permette agli autori, da un lato, di enfatizzare questo stato di precarietà, comunicando allo spettatore il profondo senso di solitudine che attanaglia il protagonista (l'ultima scena, in particolare, è straziante e magnifica nella sua assoluta spietatezza, nella sua definitiva inevitabilità), dall'altro, invece, sfruttando il mutismo del protagonista, permette di evitare dialoghi necessariamente stereotipati, dialoghi che abbiamo sentito decine e decine di volte in film di questo tipo. Alla fine, pertanto, Bangkok dangerous risulta, per fortuna, un film poco parlato, benchè il complessivo aspetto sonoro sia fin troppo ricercato. Scoppi di suono, distorsioni, enfatizzazioni. L'ampia gamma di virtuosismi visivi (un vero e proprio "catalogo" di ciò che si può fare con la macchina da presa!) che caratterizza il film trova il suo complemento in una sarabanda di invenzioni sonore di eguale perizia. Ma questo, a mio parere, è anche il punto debole del film. I Pang esagerano con uno stile eccessivamente schizofrenico, uno stile che di certo testimonia la competenza tecnica dei due autori ma che alla lunga si fa ripetitivo e controproducente per il film. Detonazioni sonore, montaggio frenetico e quasi subliminale, colori forti, angoli di ripresa impossibili. Il tutto è tecnicamente molto pregevole e le scene forniscono allo spettatore una quantità di informazioni molte volte superiore a quella comunicata nello stesso tempo da un film "di genere" occidentale. Ma è proprio a causa di questa esagitazione inarrestabile che la maionese, a mio parere, impazzisce.
In definitiva, non si può certo dire che i fratelli Pang siano carenti di stile. Ma si tratta di uno stile che necessita di essere tenuto a freno, governato, incanalato. Da questo punto di vista, è fino troppo facile indicare il successivo The eye come un film migliore di Bangkok dangerous, perchè più compatto, più rigoroso, più equilibrato, sia narrativamente, sia stilisticamente. Ma, per contro, The eye è anche un film molto meno ambizioso rispetto a Bangkok dangerous.
Insomma, un film potenzialmente dirompente risulta essere infine "solo" un buon film, sicuramente ambizioso e per certi versi atipico (ma vittima di un eccesso di "consapevolezza"), sostenuto da un protagonista eccellente e da valori tecnici di gran livello (ma ad un passo dal "rumore"). I fratelli Pang, peraltro, confermano di avere un'idea di cinema ben precisa, di saper confezionare grandi sequenze finali e di aver capito perfettamente come dovrebbe essere sempre usata la computer grafica. Inoltre Bangkok dangerous va apprezzato anche per l'evidente distanza che prende sia dal cinema di genere occidentale sia da quello di (certo) stampo hongkonghese, ormai fastidiosamente imperante praticamente in tutte le recenti cinematografie "derivative".

Recensione Bangkok Dangerous (1999)
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