Hostage

2005, Azione

Recensione Hostage (2005)

Un film improntato al massimo della stilizzazione visiva, dove i media visivi di riferimento sono - oltre ovviamente ad un certo cinema d'azione ma anche western, come ben testimoniato dal tema dell'assedio - fumetto da un lato e videogame dall'altro.

Federico Gironi

Stilizzazione multimediale

Florant Emilio Siri è un quarantenne regista francese assurto agli onori della cronaca grazie a Nido di Vespe, action/heist movie ingiustamente passato in sordina anche nelle sale italiane. Ora Siri fa il suo debutto in terra americana dirigendo Hostage, thriller poliziesco (ma non solo) tratto dall'omonimo romanzo di Robert Crais che vede protagonista una delle icone assolute di questo genere cinematografico: Bruce Willis. L'attore americano veste i panni di Jeff Talley, negoziatore in casi di rapimento o di rapine con ostaggi per la SWAT di Los Angeles che, dopo una missione risoltasi in un massacro, decide di ritirarsi dall'incarico e di trasferirsi con moglie e figlia in una piccola cittadina californiana, dove assume il comando della locale stazione di polizia. La sua tranquillità viene però bruscamente interrotta quando tre balordi si barricano dentro una villa prendendo in ostaggio l'uomo che ci vive e i suoi due figli e contemporaneamente degli uomini misteriosi gli rapiscono la famiglia obbligandolo ad occuparsi del caso per recuperare di nascosto un fantomatico oggetto nascosto nella villa.

La trama di Hostage non riserva quindi nessuna particolare novità di rilievo rispetto alla media dei prodotti hollywoodiani del genere, nonostante la sbandierata (ma non del tutto ingiustificata) pretesa da parte dei realizzatori di particolare attenzione alle psicologie e alle ripercussioni su di esse delle vicende sui i protagonisti sono costretti. Ma non è nella storia o nella caratterizzazione dei protagonisti che Hostage trova i suoi punti di forza e le sue ragioni di validità: sono invece la regia di Siri, l'aspetto formale, le scelte estetiche ed il come forma ed estetica arrivano a influenzare (a tratti persino modellare) il contenuto, il racconto e le psicologie e le caratterizzazioni di cui sopra.
Fin dagli ottimi titoli di testa realizzati da Laurent Brett e dalla sequenza d'inizio, dove incontriamo un Bruce Willis barbuto e capellone alle prese con la sua ultima missione losangelina, è immediato il messaggio lanciato da Siri: quello di un film improntato al massimo della stilizzazione visiva, dove i media visivi di riferimento sono - oltre ovviamente ad un certo cinema d'azione ma anche western, come ben testimoniato dal tema dell'assedio - fumetto da un lato e videogame dall'altro (non va dimenticato infatti che Siri è stato regista di due episodi del videogame Splinter Cell).
Con una personalità e una determinazione che è raro oggi trovare nella cinematografia americana di questo genere, Siri ha dato vita ad un film che riesce ottimamente a ibridare i linguaggi tirati in ballo e a far sì che le caratteristiche estetiche del film abbiano anche un riflesso non scontato né banale nelle vicende raccontate.

Tornando a parlare delle psicologie quindi, è proprio per via questo particolare linguaggio che abbiamo definito non ingiustificate le rivendicazioni dei realizzatori: perché le caratterizzazioni dei personaggi e delle situazioni sono definite da modalità narrative fumettistiche e/o videoludiche. Diverse quindi da quelle tradizionali cinematografiche o letterarie, anomale se vogliamo, ma non per questo necessariamente meno profonde o attente. Ed è per questo particolare linguaggio che trova una sua logica anche una parte finale del film dove l'estetica e la narrazione fino a quel momento compresse e trattenute vengono lasciate a briglia sciolta per un esplosione baroccheggiante di stimoli visivi, citazioni, violenza iperrealista.

Hostage quindi non è di certo un film che segnerà la storia del cinema, ma ha caratteristiche e personalità tali da distinguersi da tanti altri concorrenti: promosso Siri a questa sua prima prova americana, nella speranza che in futuro possa esprimere ancora più liberamente il suo indubbio talento visivo e non solo.

Recensione Hostage (2005)
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