Il vestito da sposa

2003, Drammatico

Recensione Il vestito da sposa (2003)

E' evidente lo sforzo di caricare simbolicamente la natura che circonda Stella, dandole una valenza quasi taumaturgica, e di fare del tramonto, elemento naturale mutuato da un'intervista con la donna violentata che ha ispirato il film, una metafora di crisi e di salvezza.

Stella del crepuscolo

Stella è una graziosa e vitale studentessa di veterinaria che sta per realizzare il suo sogno d'amore sposando il fidanzato Andrea: ma proprio il giorno dell'ultima prova dell'abito che indosserà alle nozze, subisce un brutale stupro da parte di un gruppo di cacciatori. L'impatto della violenza sulla sua vita sarà devastante: il matrimonio andrà all'aria, e così i suoi studi. A Stella non resterà che affidarsi alle cure materne, alla tranquillità della campagna in cui vive, per cominciare a ricostruirsi un'esistenza normale.

La regista e sceneggiatrice Fiorella Infascelli, che si è ispirata a un reale fatto di cronaca nella stesura dello script de Il vestito da sposa, non ci risparmia nulla del calvario di Stella, e cerca la nostra empatia mostrandoci la ragazza acqua e sapone che si ammira nel vestito dei suoi sogni, canticchiando una marcia nuziale a mezza voce, e poco dopo crudelmente violata: ma se Maya Sansa è fresca e credibile, la scena della violenza è impacciata e anche piuttosto imbarazzante, e questo fa sì che il film non parta esattamente con il piede giusto.

La pellicola si riprende nella parte centrale, quella che tratta della graduale "rinascita" della giovane che lascia dietro di sé, a poco a poco, le vestigia del dolore, dopo la penosa segregazione domestica: è evidente lo sforzo di caricare simbolicamente la natura che circonda Stella, dandole una valenza quasi taumaturgica, e di fare del tramonto, elemento naturale mutuato da un'intervista con la donna violentata che ha ispirato il film, una metafora di crisi e di salvezza. Forse troppo forzata è la scelta di fare sì che Stella faccia letteralmente a pezzi la sua esistenza pre-stupro, i libri, gli abiti, per poi poter ricominciare a vivere. Così come ci appaiono poco verosimili gli eventi che portano la ragazza ad dar principio ad una storia d'amore con uno dei suoi stupratori.

E' proprio l'abito nuziale, simbolo del sogno spezzato, a condurla tra le sue braccia: Franco è il proprietario dell'atélier dove Stella ha fatto realizzare il vestito. Ma non è l'artificiosità del paradosso il problema più grande di questa seconda parte della pellicola, bensì la sceneggiatura, che vive di dialoghi davvero scadenti, infantili e improbabili. La brava Sansa, che si trova opposta ad un attore belloccio ma mediocre come Andrea Di Stefano, non può far molto per salvare il film: tra i due non c'è chimica, e oltretutto hanno uno script che non aiuta. Così Il vestito da sposa scivola stancamente verso un finale "ambiguo" che affossa quanto di buono si era visto in precedenza - che già non era molto: oltre alla Sansa, la figura della madre (Piera Degli Esposti), e i rasserenanti paesaggi agresti.

Recensione Il vestito da sposa (2003)
Alessia Starace
Redattore
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