A Casablanca gli angeli non volano

2004, Commedia

Recensione A Casablanca gli angeli non volano (2004)

Un esordio, questo del regista marocchino Mohamed Asli, che tradisce la sua formazione neorealista, non rinunciando tuttavia a momenti di umorismo e poesia e introducendo gradualmente lo spettatore in un dramma duro e realistico.

Sogni infranti tra ferro e cemento

In un remoto villaggio tra le montagne del Marocco vive la famiglia di Said, trasferitosi a Casablanca per lavorare in un ristorante locale: sua moglie Aicha e suo figlio lo incontrano ormai molto di rado, e la donna, da sempre contraria al trasferimento di suo marito ("Casablanca è pericolosa e fagocita gli esseri umani", aveva detto) sente che le sue peggiori previsioni si stanno avverando. Aicha è infatti in attesa di un altro bambino, ma di nuovo Said è impossibilitato a raggiungerla per assisterla nel parto, mentre la sua difficile vita a Casablanca si incrocia con quelle dei suoi due colleghi: Ottman, che non pensa altro che al suo unico bene, un cavallo lasciato alle cure della madre nel suo villaggio, e Ismail, che ha visto un paio di costose scarpe in un negozio e ne è diventato ossessionato.

Presentato alla Semaine de la Critique dell'ultimo Festival di Cannes, questo esordio alla regia di Mohamed Asli (formatosi cinematograficamente in Italia, e già produttore esecutivo di Marrakech Express di Gabriele Salvatores), tradisce chiaramente la formazione neorealista del regista, beneficiando tuttavia di un tocco personale, che non esclude momenti di umorismo e poesia. E' una storia dura, quella narrata da Asli, e il tono realistico è certamente quello prevalente nel film: tuttavia, il regista sembra voler preparare gradualmente lo spettatore alla durezza degli eventi a cui assisterà, con una parte iniziale in cui a colpire è soprattutto la bellezza dei paesaggi montani in cui si trova il villaggio della famiglia del protagonista, sfondo per una vita semplice, povera ma non ancora corrotta dalla metropoli. E' proprio il contrasto tra la "purezza" della vita nel villaggio, in cui la povertà non fa mai mancare la dignità ad ogni singolo individuo, e la spersonalizzazione, la caoticità e l'alienazione urbana di Casablanca, uno dei motivi principali del film: un tema esplicitato anche a livello di regia, con l'alternanza continua tra le immagini della vita del villaggio, in cui a colpire è la semplicità di gesti e comportamenti, oltre alla bellezza incontaminata del paesaggio circostante, e il grigiore di una Casablanca che appare simile a una metropoli europea, rappresentata come luogo opprimente (con le sue strade pullulanti di automobili e i suoi alti palazzi, spesso ripresi dal basso) e capace di spezzare i sogni delle persone.

La sceneggiatura scivola così, gradualmente, verso un dramma in cui la città e il modello di vita in essa instauratosi sembrano avere la meglio, fagocitando, per usare le parole di Aicha, non solo le persone, ma anche i sentimenti e il più elementare senso di pietà umana. Così il sogno di Ismail, quello di uno sfarzoso matrimonio di cui quelle scarpe tanto agognate diventano unico segno tangibile, va ad infrangersi sulle luride strade della città, in cui due semplici buste nere non bastano certo a proteggere la purezza del pensiero dalla sua inevitabile corruzione; così il cavallo di Ottman fugge infine in una corsa verso il nulla, sradicato dal suo habitat, incapace di sopravvivere all'inferno di ferro e cemento di Casablanca. E così, infine, anche Said dovrà accorgersi della veridicità delle previsioni di sua moglie, dell'animo inevitabilmente corrotto degli abitanti della città, e di coloro che, come lui, in essa sono giunti con la speranza di una vita più dignitosa.

E' da sottolineare come, anche nei momenti emotivamente più forti del film, la regia rifiuti volutamente qualsiasi enfasi melodrammatica, lasciando che a parlare siano gli stessi eventi rappresentati, e che a giudicare sia l'occhio (e il cuore) dello spettatore. Un'impostazione in linea con il taglio per gran parte realistico del film, ribadito anche dall'uso prevalente di attori non professionisti, che trasmettono credibilità e forza a personaggi e vicende narrate. Scelte che ribadiscono l'anima di un cinema che, pur rifacendosi prevalentemente a un modello codificato come il neorealismo italiano, mostra un suo carattere e una sua precisa impostazione "geografica" e autoriale; cinema che, con la stessa urgenza di narrare per immagini mostrata qui, avrà sicuramente ancora molto da dire in futuro.

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Marco Minniti
Redattore
3.0 3.0
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