Recensione Passion (2012)

Giunto all'età di settantadue anni De Palma non sembra più disposto ad accettare compromessi e si presenta al pubblico col suo carico di ossessioni passate e presenti. Prendere o lasciare.

Sogni assassini

Col passare degli anni Brian De Palma diventa sempre più provocatorio. Il suo sport preferito sembra essere diventato voler spiazzare il pubblico alternando prodotti innovativi e di rottura come Redacted e opere più 'depalmiane', lavori che ripropongono le ossessioni tematiche e visive dei suoi grandi capolavori del passato rimasticandole in modo non sempre riuscito. Stavolta il regista parte da un'opera preesistente, il gelido thriller francese Crime d'Amour di Alain Corneau, utilizzandolo come base per dar sfogo ancora una volta al proprio immaginario. Va detto subito che Passion è una festa per gli occhi. De Palma ruba il meglio dell'estetica francese del noir originale perfezionandolo ed elevando l'immagine a un livello superiore, come se fosse necessario mostrarci per l'ennesima volta il suo talento con una cinepresa in mano. L'obiettivo, supportato da una fotografia splendida, accarezza i volti delle dive Rachel McAdams e Noomi Rapace, che si muovono elegantissime tra corridoi di uffici spogli e dimore di design ricreate nei set a Berlino. Con un guizzo che esula dall'originale di Corneau, De Palma introduce addirittura una sfilata di scarpe a cui le due protagoniste si trovano ad assistere, strizzando l'occhio allo spettatore nel momento in cui una delle splendide modelle cade rovinosamente a terra a causa dei tacchi vertiginosi. Segnale, questo, che dovrebbe far drizzare le orecchie allo spettatore attento preannunciando la svolta drammatica.

Pur non discostandosi narrativamente dall'originale per gran parte del plot, De Palma si fa forte della complicità col suo pubblico, che da anni lo segue e ama i suoi capolavori. Il maestro del thriller non sente la necessità di giustificare le svolte narrative introdotte, che non sempre corrispondono a criteri logici, perché attinge a un'altra forma di logica, quella dei sogni, figura metanarrativa per eccellenza. E in questo senso Passion è un tripudio di risonanze. Il tema del doppio si riflette nella duplicità dei personaggi della McAdams e della Rapace, nel tema del gemello, nell'uso della maschera, negli specchi e nelle telecamere nascoste che riprongono l'immagine privata, addirittura segreta, dell'individuo. Il regista risponde alla necessità di adeguarsi ai canoni della modernità portando avanti un discorso parallelo sull'uso dei nuovi media che lo spinge, in numerose sequenze, a servirsi di computer, video e smartphone piegandoli alle sue necessità fictional, ma trasformandoli anche in oggetti-feticcio, product placement d'autore. In questo tripudio metafilmico il plot narrativo vero e proprio diventa un pretesto, ma la vicenda originale - il perverso gioco di potere creatosi tra l'esperta di marketing McAdams e la sua assistente Rapace - è abbastanza intrigante da mantenere alta la tensione in attesa del colpo di scena.
E in questo senso De Palma non delude, perché a un quarto d'ora dalla fine la pellicola spicca il volo abbandonando i binari del pseudorealismo per tuffarsi in una vertigine di incubi all'ennesima potenza. Il segnale è l'amata spirale hitcockiana, leit motiv visivo riprodotto qui dalla tromba delle scale, che crea un senso d'inquietudine preannunciando un pericolo imminente. La vertigine cattura il pubblico trascinandolo in un voragine onirica di violenza e bellezza capace di togliere il fiato, fino a stupirlo con un finale esplosivo. Questo cambio di passo è talmente spiazzante da disturbare lo spettatore incapace di deporre le armi della logica contro la potenza dell'immagine. Chi è disposto a non porsi troppe domande troverà il film assai godibile. Notevole l'interpretazione di una Rachel McAdams bellissima e glaciale. L'unica nota stridente riguarda Noomi Rapace, molto più a suo agio nei panni della volitiva Lisbeth Salander che in quelli dell'assistente remissiva e timorosa. La sua recitazione appare incerta e il cambiamento a cui il suo personaggio va incontro nella seconda parte del film non viene reso con sufficiente convinzione. Anche le torbide scene di sesso e il lesbismo preannunciati da tanto clamore, nella realtà, non scandalizzano affatto, ma anche questo è un dettaglio. Giunto all'età di settantadue anni il maestro della suspance non sembra più disposto ad accettare compromessi e si presenta al pubblico col suo carico di ossessioni passate e presenti. Prendere o lasciare.

Movieplayer.it

3.0/5