Smetto quando voglio - Masterclass

2016, Commedia

Sydney Sibilia, regista di "Smetto quando voglio 2": "Mi piacerebbe fare un film di fantascienza"

Amore per il cinema anni '80 e '90, l'intuizione di creare un franchise con una sua mitologia, una trilogia che gioca con la crossmedialità unendo cinema, televisione, animazione, fumetto e videogiochi: il regista Sydney Sibilia e il produttore Matteo Rovere parlano di Smetto Quando Voglio - Masterclass, dal 2 febbraio al cinema.

Smetto quando voglio - Reloaded: Stefano Fresi ed Edoardo Leo in una scena del film

Pietro Zinni (Edoardo Leo), Alberto Petrelli (Stefano Fresi) e la banda di superlaureati romani sono tornati: a due anni e mezzo dall'uscita di Smetto quando voglio (2014), film d'esordio di Sydney Sibilia, il cinema italiano di genere ha la sua nuova trilogia di successo. Smetto quando voglio - Masterclass, dal 2 febbraio nelle sale, secondo capitolo delle avventure dei cervelloni votati al crimine perché emarginati da un sistema che non valorizza le loro capacità, amplia e arricchisce la mitologia di una storia che unisce sapientemente la commedia all'italiana a elementi tipici delle grandi produzioni americane, pescando a piene mani dall'immaginario anni '80 e '90, con omaggi consapevoli alla migliore serialità americana.

Questa volta Zinni e i suoi sono costretti dalla poliziotta Paola Coletti (Greta Scarano) ad accettare un patto segreto grazie a cui potranno avere una riduzione della pena: in cambio devono scovare e analizzare 30 nuove smart drugs. Pur non potendo più contare sull'effetto sorpresa, questo secondo capitolo diverte forse ancora più del primo, grazie soprattutto, è proprio il caso di dirlo, alla chimica che si è creata tra i membri del numeroso cast e all'entusiasmo di Sibilia a Matteo Rovere, produttore insieme al regista, con cui ha fondato la casa di produzione Groenlandia. Abbiamo chiesto proprio a loro il segreto di questa miscela esplosiva.

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Citazioni: il cinema americano anni '80 e '90 e le serie tv

Smetto quando voglio - Masterclass: Edoardo Leo, Greta Scarano e Marco Bonini in una scena del film

In Smetto quando voglio - Masterclass ci sono diversi riferimenti alla serialità americana: il personaggio di Greta Scarano ha una scena in cui ordina le informazioni del caso scrivendo sul muro, unendo foto e articoli, come potremmo veder fare in una puntata di CSI: Scena del crimine. Nel terzo capitolo, come anticipato dalle immagini sui titoli di coda, ci sarà una scena alla "Not Penny's Boat" di Lost: la televisione è ormai un punto di riferimento per chi vuole raccontare storie. Quanto ha influenzato Smetto quando voglio? "È vero, Sydney spesso prima di scrivere parte da immagini e sequenze specifiche" ci ha detto Rovere, lasciando subito la parola a Sibilia: "Un punto di partenza è proprio quello visivo: anche la scena dei sidecar ha avuto origine da un'intuizione di questo tipo, l'ho vista e ho cercato di incastrarla all'interno del film. Non tutte le immagini che mi vengono in mente riescono però a trovare spazio all'interno della storia, spesso la drammaturgia ti porta da un'altra parte. Un altro punto di riferimento è stato la scena di Ritorno al futuro in cui Doc spiega a Marty i viaggi nel tempo alla lavagna: sono stratagemmi visivi per far capire meglio la storia". Rovere ha poi aggiunto: "In qualità di produttore e sceneggiatore, ma anche di regista e spettatore, posso dire che Smetto quando voglio - Masterclass è un film che è stato chiaramente pensato e scritto per essere spettacolare al cinema. Ci sono ambienti ricchi, un'estetica curata, c'è la ricerca costante della qualità: molte scene hanno un impatto visivo forte".

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Smetto quando voglio - Masterclass: Edoardo Leo, Stefano Fresi, Pietro Sermonti, Libero De Rienzo, Valerio Aprea, Paolo Calabresi e Lorenzo Lavia in un'immagine promozionale del film

"Queste cose le facevamo negli anni '70"

Smetto quando voglio - Masterclass: Sydney Sibilia al lavoro sul set

Nel film il superiore della poliziotta Paola Coletti le dice "Noi 'ste cose le facevamo negli anni '70": quella frase è stata messa lì anche come riferimento a un cinema che in Italia non si faceva più da anni, in cui inseguimenti e scene d'azione erano la normalità e non un'eccezione? "In realtà è il retaggio di un'altra battuta che originariamente avrebbe dovuto essere 'Quanto mi mancano gli Anni di piombo'" ci ha detto Sibilia, continuando: "Questo fatto che il personaggio avesse nostalgia di un periodo buio mi faceva ridere, ma era troppo giovane per dire una cosa del genere. Sicuramente gli anni '70 per noi sono stati un'epoca stranissima per il cinema: tutto era artigianale, coraggiosissimo e bellissimo. Facevamo quello che fanno ora i francesi: giravamo film italiani spacciandoli per americani. I registi si cambiavano il nome. Io non avrei bisogno, Matteo forse sì. I francesi lo fanno oggi: i film prodotti da Luc Besson con EuropaCorp hanno un aspetto da pellicole americane ma non lo sono. Noi abbiamo perso questa cosa e mi diverte farne la parodia. È bello essere tornati a scervellarsi per capire come fare una scena in modo artigianale. Poi i film dell'epoca avevano dei titoli eccezionali: penso per esempio a I corpi presentano tracce di violenza carnale. Bellissimo". "Il cinema anni '70 è un cinema post-crisi e in effetti anche il nostro lo è: siamo tornati a un cinema analogico fatto di espedienti, di strumenti che servono a creare l'alchimia e la magia", ha aggiunto Rovere.

Crossmedialità al cubo: Smetto Quando Voglio tra cinema, televisione, animazione, fumetto e videogioco

Smetto quando voglio - Masterclass: Luigi Lo Cascio ed Edoardo Leo in una scena del film

In questo secondo capitolo di Smetto quando voglio, oltre ai colori acidi, i riferimenti ad altri film e a serie televisive, c'è anche una sequenza animata, la pellicola ha un compagno di viaggio cartaceo, il fumetto scritto da Roberto Recchioni e disegnato da Giacomo Bevilacqua, ed è stato anche creato un videogioco ispirato alla banda: la crossmedialità scorre potente in questa trilogia. "Faremo anche un liquore e un gioco da tavolo" ci hanno risposto ridendo i due autori, poi Sibilia ha spiegato: "Rispetto al primo film abbiamo capito delle cose: la fotografia super acida, che tanto ha diviso, ha messo in crisi anche me. A un certo punto anche io sono diventato critico. Ho pensato che la direzione che avevamo preso avrebbe potuto essere perfezionata, anche perché, facendo un sequel, dovevamo mantenere per forza una coerenza visiva. Siamo stati più attenti, abbiamo fatto meno lavoro di post produzione e curato di più le scenografie mentre giravamo. Poi sì è vero, ci sono molte citazioni: Lost, i container del porto arrivano da GTA 5, perché mentre scrivevamo la sera giocavo al videogioco, il cinema anni '80 e '90, libri che ho letto".
Alla domanda se questa banda di luminari possa essere considerata la risposta romana a Suicide Squad, Sibilia ha risposto con un sì convinto, mentre ci ha stupito per quanto riguarda il campo di interesse in cui vorrebbe essere un luminare: "Astrofisica: mi piace moltissimo. Leggo un sacco di libri sui buchi neri. Mi piacerebbe da matti fare un film di fantascienza".

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